L’allarme degli economisti: globalizzazione “oltre il limite di tolleranza”

Lo pensa il 70% degli economisti USA e la metà di quelli Ue. Brexit, Trump e protezionismo diventano figli indesiderati (e pericolosi per il futuro dell'economia)

Di Matteo Cavallito
Nigel Farage. Foto: Gage Skidmore Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

Capire la globalizzazione per capire il voto. Quello di ieri, di ieri l’altro e ovviamente di domani. «Sono ottimista, penso che i Paesi economicamente avanzati si troveranno incagliati in una situazione di progressivo impoverimento dovuto al protezionismo e alla chiusura» spiega a Valori Piero Stanig, professore di Scienza Politica presso l’Università Bocconi di Milano.

Sembra uno scherzo ma la questione, sottolinea il docente a margine del Festival dell’Economia di Trento, è seria. Perché lo scenario alternativo, suggerisce la storia, sarebbe decisamente peggiore: una spirale di autoritarismo e di guerra. È successo nel secolo scorso, pare superfluo ricordare come. Oggi, se non altro, nulla del genere è all’orizzonte. Ma il presente, politico ed economico, assomiglia a una palude.

L’economista Piero Stanig durante la sua conferenza al 14° Festival dell’Economia di Trento. FOTO: Domenico SALMASO

Globalizzazione dai due volti

Globalizzazione, si diceva. La penultima ondata risale alla fine del XIX secolo, poi il primo di due conflitti mondiali e il lungo, lunghissimo, stop. «Ancora negli anni ’70 il mondo era più chiuso di quanto non fosse all’inizio del Novecento in termini di movimento delle merci e dei capitali, per non parlare delle migrazioni» prosegue Stanig. L’esplosione degli scambi nei decenni successivi cambia lo scenario. I dati aggregati – che non mentono mai – segnalano guadagni complessivi per tutti. «Ma se i Paesi come la Cina, che hanno un indiscutibile vantaggio comparato nei settori ad alta intensità di forza lavoro, ottengono grandi benefici, nelle economie avanzate sono in molti a rimetterci».

Una banconota da 100 yuan. Foto: Junjiewu99 Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

Emergenti Vs economie avanzate

Il sentiment odierno, per dirla con gli analisti, confermerebbe la tesi.

Il 70,4% degli economisti statunitensi interpellati dall’IFO, l’Istituto per la ricerca economica di Monaco di Baviera nell’ambito di una ricerca mondiale su oltre 1000 docenti, pensa che «tra le rispettive popolazioni dei Paesi industrializzati, la globalizzazione abbia raggiunto il limite massimo di tolleranza». Ne è convinto anche il 56% degli economisti europei. Inoltre, l’85% degli economisti francesi ritiene che i propri concittadini siano oggi «particolarmente critici nei confronti della globalizzazione». L’opinione è condivisa dalla maggioranza dei colleghi britannici (67,5%), tedeschi (63,6%) e italiani (53,1%) ma da meno della metà degli analisti interpellati nelle aree emergenti e in via di sviluppo dell’Asia.

Questi ultimi, come i loro colleghi delle altre aree emergenti del Pianeta, hanno ad esempio «una visione più positiva degli investimenti cinesi rispetto ai loro colleghi delle economie avanzate». La cui popolazione, sottolinea per contro l’IFO, sarebbe invece «critica nei confronti degli attuali sviluppi commerciali, con un atteggiamento più negativo nei confronti della globalizzazione»

Uno shock imprevisto

Il fatto, sostiene Stanig, è che «quando il libero commercio diventa più efficiente, le persone che lavorano nei settori meno competitivi finiscono per rimetterci e a quel punto, per far sì che la globalizzazione funzioni, occorre compensarla». In passato, a partire dal dopoguerra, ci pensava il liberalismo inclusivo con i suoi diffusi ammortizzatori sociali. Ma nel nuovo millennio questo sistema è entrato in crisi.

«Per le élites europee e americane, l’irruzione della Cina dopo 500 anni di irrilevanza a livello globale ha rappresentato uno shock imprevisto. La liberalizzazione dei movimenti di capitale – prosegue il docente – ha reso anche più difficile tassare i profitti delle multinazionali per portare nuovi introiti alle casse pubbliche: insomma, mancano le risorse per finanziare il welfare. È anche per questo, in fondo, che i partiti della sinistra tradizionale hanno dovuto convergere su posizioni più liberali».

Welfare? No, protezionismo

È lo stesso Stato sociale, per altro, a fare sempre meno presa sull’elettorato. Poche risorse, tempi lunghi – anni, forse decenni – perché si possano percepire gli effetti di eventuali riforme. E poi politiche fiscali, affidate (anche nella UE) alla competenza dei governi nazionali e per questo difficili da coordinare. Le rinnovate promesse di welfare non convincono l’elettorato. È così che la risposta politica degli elettori converge verso il nazionalismo e il protezionismo. Lo evidenziano la Brexit e l’elezione di Trump. Ma non solo.

Conte Di Maio Salvini
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte con i vicepresidenti Luigi di Maio e Matteo Salvini in conferenza stampa dopo l’approvazione della manovra fiscale il 20 ottobre 2018. FONTE: governo italiano (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

Da Salvini a Farage

«Sono più di dieci anni che la Lega invoca il blocco delle merci cinesi» sottolinea Stanig. «Anche i Cinque Stelle hanno assunto da tempo posizioni protezioniste. Queste soluzioni sembrano piacere maggiormente agli elettori, che alle ipotesi di welfare preferiscono il fascino del ritorno ad un passato mitico, oggi in realtà irrealizzabile. È il principio della Brexit: una parte significativa dei votanti favorevoli dichiara di essere disposta a perdere parecchi punti di Pil in cambio della ritrovata sovranità».

E il futuro? «Non credo a un rischio autoritarismo per i Paesi economicamente più avanzati» conclude il docente. «Ma penso che questi stessi Paesi si ritroveranno incastrati lungo la spirale negativa delle guerre commerciali». Pessimo scenario, insomma. Ma forse è meglio non lamentarsi troppo. Date le premesse, in fondo, potrebbe andare molto peggio.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile