Parte 3

Emergenti ma in pericolo: ecco le 5 vittime eccellenti della guerra dei dazi

Brasile, India, Messico, Russia, Turchia: il conflitto commerciale scatenato da Trump si sta ripercuotendo sulle loro economie e speranze di consolidamento

Di Matteo Cavallito

L’ultimo allarme arriva da una nota diffusa lo scorso 11 aprile da Bank of New York Mellon che punta il dito sull’aumento dei costi di finanziamento per i mercati emergenti. Un problema di vecchia data, legato al mercato degli eurobond, i titoli sovrani denominati in valuta estera – quasi sempre dollari a dispetto del nome – emessi da BRICS et similia e dalle nazioni in via di sviluppo.

A febbraio – ha segnalato invece l’Institute of International Finance – gli investitori stranieri hanno ritirato 6 miliardi di dollari di investimenti sui titoli azionari dei mercati emergenti. Si tratta del più grande deflusso mensile dall’agosto 2015 (nel pieno dell’allora crack borsistico cinese, per capirci).

Il vero problema, nota BNY Mellon, è che all’irrisolta questione debitoria si aggiunge ora un ulteriore elemento di instabilità: l’avvio della guerra commerciale tra Washington e Pechino che, attraverso l’imposizione reciproca dei dazi, rischia di travolgere anche altre nazioni a partire da quelle “con disavanzi esterni decisamente elevati”. E così sono proprio i Paesi emergenti le vittime eccellenti delle tensioni politiche internazionali.

India, trema l’export verso gli States

Occhi puntati sui grandi fornitori di acciaio degli States dunque. A partire dall’India che copre da sola il 2,4% delle importazioni americane. Il Paese è tuttora costretto a fare i conti con un deficit crescente: nel 2016 il dato si attestava a quota 0,6% sul PIl; nel quarto trimestre 2017 si è saliti al 2%. Le riserve valutarie sono ancora consistenti – 422 miliardi di dollari secondo BNY – ma a queste condizioni il loro ammontare è destinato a calare nel corso del 2018.

Che Nuova Delhi possa pagar care le scelte macroeconomiche americane è un dubbio chel dubbio serpeggia con una certa discrezione ma anche con lo scomodo sostegno dei dati sul fronte valutario e obbligazionario.

“Tutto ha avuto inizio con i dazi di Trump sulle importazioni di acciaio e alluminio, una mossa pensata soprattutto per la Cina ma che non risparmia certo l’India e i suoi 24 miliardi di dollari di surplus commerciale con gli Stati Uniti” scriveva alla fine di marzo la rivista Forbes, sottolineando il potenziale impatto della svolta protezionistica americana sulla nazione asiatica.

Alla fine di novembre, il magazine economico indiano Business Today ha individuato alcuni fattori di rischio legati all’effetto Fed, il rialzo dei tassi americani che accompagna con una scomoda concomitanza l’introduzione dei dazi commerciali. Tra questi una rinnovata pressione inflazionistica sulla rupia e un aumento dei costi di finanziamento sul debito contratto all’estero. Dall’inizio del decennio la valuta indiana si è deprezzata sensibilmente sul biglietto verde salvo poi stabilizzarsi nell’ultimo anno; le scelte della Banca centrale USA rischiano ora di invertire la tendenza.
All’inizio di aprile, un pool di economisti interpellati da Bloomberg ha confermato l’ipotesi stimando un aumento dell’inflazione fino a quota 5,3% nel secondo trimestre, un dato ben superiore ai livelli attuali (4,4%) e agli obiettivi di medio termine del governo (4%).

Le strategie di Narendra Modi

Ma la pressione sul debito riguarda anche il mercato interno. La discussa politica di demonetizzazione lanciata dal premier Narendra Modi alla fine del 2016 ha contribuito a creare un surplus di liquidità nei bilanci bancari inducendo gli istituti a investire nei titoli di Stato. Quando la corsa all’acquisto si è fermata, però, i titoli hanno iniziato a deprezzarsi generando perdite sul portafoglio. Questa situazione, ha rilevato il Financial Times, ha generato un circolo vizioso riducendo ulteriormente la richiesta dei titoli e alimentando i timori di un eccesso di offerta. A marzo, con un picco dei rendimenti al 7,76% sul decennale sovrano, il governo è corso ai ripari annunciando un rallentamento delle emissioni. Da allora gli interessi sono in discesa pur restando sensibilmente più alti rispetto ai livelli della scorsa estate.

Brasile e Turchia, due “emergenti” che scricchiolano

I problemi del Paese, nota però l’istituto, sembrano poca cosa rispetto ai guai di BrasileTurchia, le cui economie appaiono decisamente più vulnerabili. Ankara fornisce agli USA il 5,6% dell’acciaio importato ed evidenzia un deficit di bilancio pari al 3% del Pil.

Ma il vero elefante nella stanza resta il Brasile: primo esportatore di acciaio in America (13,2% dei volumi in entrata), il Paese “si collocherà tra le nazioni più indebitate del 2018.

Soprattutto se saranno confermate le attuali previsioni che parlano di un disavanzo commerciale all’8% e di un debito quasi due volte superiore a quello della Turchia”. Il Brasile vanta una migliore situazione complessiva in termini di riserve valutarie. Ma questo elemento, prosegue BNY Mellon, potrebbe non essere sufficiente a rassicurare fino in fondo gli investitori.

Russia e Messico, ansie comuni

C’è poi la questione mercati valutari, che creano oggi molta agitazione. Sotto la spinta di diversi fattori – tra cui, ovviamente, il rafforzamento del dollaro, ma non solo – i Paesi emergenti hanno sperimentato negli ultimi tempi significative oscillazioni sui cambi. È il caso della Russia, ovviamente. Ma anche di Messico e Argentina.

Dopo aver toccato i suoi livelli massimi a sette mesi lo scorso 17 di aprile, il peso messicano ha perso in meno di un mese quasi il 7% del suo valore sul biglietto verde. Il rublo viaggi invece ai livelli minimi nel cambio con il dollaro dall’inizio del 2017. Dall’inizio dell’anno la moneta russa ha perso quasi il 7% sul biglietto verde.

I timori di un eccessivo ribasso del rublo si riflettono ovviamente sui debiti in valuta estera (eurobond) che pesano sempre di più sul settore privato. Nel 2017, le emissioni di eurobond in Russia sono cresciute del 58% raggiungendo i 20,6 miliardi di dollari, meno della metà rispetto al record registrato nel 2013 (46,5 miliardi) ma pur sempre quattro volte tanto l’ammontare del 2015 (5,2). L’economia russa, in altre parole, è sempre più esposta al debito in dollari e, con esso, ai rischi di svalutazione, soprattutto in caso di crisi prolungata o nell’eventualità, una volta passata la tempesta, di un recupero eccessivamente lento.

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