Raccontare la Palestina con i propri occhi. La storia dal futuro di Land
Land è un progetto che insegna a ragazze e ragazzi palestinesi a mostrare il proprio mondo attraverso il cinema
Se hai ventidue anni a Gaza, sei nata in un luogo assediato. Sei cresciuta sotto le bombe, con interruzioni continue delle forniture elettriche, a volte sei andata a scuola e a volte no. Hai vissuto almeno cinque offensive militari da parte di Israele, senza contare una quotidianità di violenza e negazioni. Se hai venticinque anni in Cisgiordania hai sempre visto il muro e il tuo orizzonte, per tutta la vita, è stato chiuso. Già quando eri bambino hai conosciuto i checkpoint e le strade vietate, hai imparato che alcuni passaporti hanno un peso diverso da altri.
Che tu abbia venti, venticinque o trent’anni, a Gaza o in Cisgiordania, per tutta la vita qualcun altro ha raccontato la tua storia. Anch’essa, oltre alla terra, ti è stata rubata. La storia dal futuro di oggi connette la terra fisica, materiale, su cui potere o non potere mettere i piedi, con la capacità di raccontarla. È la storia di Land che, nei territori palestinesi, offre ai giovani strumenti per esprimersi attraverso le immagini.
Riprendersi il diritto a raccontare la vita in Palestina
Me ne ha parlato Meri Calvelli, rappresentante in Palestina per l’Ong Acs, Associazione cooperazione e solidarietà, e direttrice del Centro italiano di scambi culturali Vittorio Arrigoni, «almeno per il momento ancora in piedi» nella Striscia di Gaza. Acs lavora nella Cisgiordania occupata e nella Striscia dal 1999. Questo lungo percorso di cooperazione ha portato l’associazione a intercettare una serie di bisogni che, secondo Meri, raramente trovano risposta.
«Ci occupiamo di progetti agricoli rivolti alla popolazione civile dei due territori», ha spiegato. «Da molti anni, però, lavoriamo anche con gli scambi culturali. Sono stata capo-progetto in molte occasioni e ho sempre notato che raramente riguardano i giovani». Visto che è difficile che la cooperazione internazionale finanzi progetti culturali, Land è stato sostenuto dalla società civile attraverso una campagna di crowdfunding.
Land, mi ha spiegato Meri, è nato proprio su richiesta di ragazze e ragazzi della Striscia. Adesso vivono intrappolati, non possono uscire. Non va meglio in Cisgiordania, un territorio circondato da muri dove chi si vuole muovere deve chiedere il permesso ai militari e allo Stato di Israele. Con il progetto, invece, il videomaking è diventato un espediente per lasciare il territorio, viaggiare, conoscere il mondo.

Un corso di cinema per uscire dall’isolamento
L’ultimo dato a nostra disposizione sui giornalisti palestinesi ammazzati da Israele dopo il 7 ottobre risale ad agosto 2025 e dice che sono 268. Da quasi tre anni a Gaza e in Cisgiordania muoiono decine di migliaia di persone e muoiono quelle che provano a documentarlo. «Per questo un gruppo di ragazze e ragazzi ci ha chiesto di essere formato per continuare a raccontare cosa sta accadendo attraverso il videomaking». Da questa necessità è nato Land che ha portato 12 partecipanti dalla Cisgiordania a Roma.
«Il corso è stato organizzato con Cinema in Verde, Silver Back, l’Istituto europeo di design (Ied) e Groenlandia. È durato due mesi ed è stata una formazione a tutto tondo, con parti teoriche e parti pratiche. Ma soprattutto è stata un’occasione per ragazzi e ragazze per girare, per conoscere nuove persone e costruire una rete di contatti». I partecipanti sono stati ospitati da 12 famiglie romane che hanno messo a disposizione le proprie case.
Non è stato possibile, per questa edizione, far partecipare qualcuno da Gaza. Nemmeno gli spostamenti dalla Cisgiordania però sono stati semplici, tra checkpoint e attacchi militari. La richiesta di visto è sempre una faccenda molto complicata. Chi vuole lasciare il territorio deve essere invitato da un ente estero, a meno che qualcuno non si offra di pagargli una fideiussione. «Questo è un tema che torna molto nei racconti che adesso stanno finalizzando: cosa vuol dire avere un passaporto sbagliato. Che significa vivere in un posto in cui non hai diritto di fare niente», continua.

Girare un cortometraggio per incontrare il mondo
«Adesso i partecipanti sono rientrati, continueranno i loro studi e porteranno avanti il loro progetto. Ognuno ha già realizzato un cortometraggio, ma stiamo cercando di trovare altre strade di finanziamento per proseguire con le attività sempre nell’ambito del cinema, della comunicazione e dell’informazione». Dare voce alla propria storia è un modo per prendere in mano le proprie vite. A settembre Cinema in verde, uno dei partner, organizzerà il suo festival annuale e avrà la possibilità di mostrare al mondo parte di questi sguardi.
«Ma la cosa più importante è la possibilità che hanno, attraverso i progetti, di vedere il mondo», commenta Meri. «Lo abbiamo visto lavorando a Gaza: è una prigione da cui non puoi uscire né entrare nessuno. Se prima del 7 ottobre le organizzazioni umanitarie riuscivano anche a portare gruppi di giovani dall’estero, adesso è impossibile. Proprio a dicembre 2023 avremmo dovuto celebrare il decimo anniversario di un progetto di scambio, Gaza Free Style».

Land percorre strade senza confini, muri e checkpoint
Costruire la propria storia, è importante perché consente anche di mostrare come ci si sente quando si incontra un mondo diverso. Uno dei ragazzi che hanno partecipato al progetto non era mai uscito dai territori occupati. La prima volta che ha visto una strada aperta era stupefatto.
«Pensiamo a quanto sia scontato per noi poter camminare, a piedi o in auto, senza che i militari ci blocchino», continua Meri. «La sola idea di poter camminare anche per tre chilometri senza incontrare una trincea, un colono armato, camionette militari per loro è un’esperienza impressionante».
Uscire dalla nostra comfort zone, immaginare una quotidianità asfissiante di privazioni, mostra la reale urgenza di progetti come questo. «Land è la terra. La loro, di cui vogliono parlare. Ma anche una terra calpestabile, dove per una volta gli è possibile muoversi».
Land è una storia dal futuro perché è il futuro che vuole raccontarsi
«Siamo abituati a pensare al fatto che la storia la scrivano i vincitori, ma per quello che è accaduto e sta accadendo in Palestina non vince nessuno. Abbiamo perso decine di migliaia di vite innocenti e tanta umanità», riflette Meri quando le chiedo perché, secondo lei, Land è una storia dal futuro.
«Quando i palestinesi raccontano la propria storia, non vengono creduti. C’è sempre qualcun altro che lo fa al posto loro. Ci hanno narrato di una guerra fatta per la sicurezza di un altro Stato. Di bombardamenti volti ad ammazzare i terroristi mentre in realtà mettevano in atto un genocidio. Ecco, c’è una nuova generazione che vuole farsi avanti e riprendersi la propria storia. Sono loro il futuro. Noi proviamo a dare loro gli strumenti e la possibilità di farlo. Perché nessuna delle storie su quanto accade in Palestina è diventata verità. Ed è ora che questa verità sia detta».
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