I lavoratori dell’IA vogliono parte dei profitti delle aziende tech

Dallo sciopero record dei 48mila di Samsung agli annotatori pagati pochi dollari l'ora: viaggio nella catena umana che produce l'IA e ne reclama i profitti

Un chip Samsung su una scheda elettronica © Tima Miroshnichenko/Pexels

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro viene giustamente analizzato per comprendere se e quanto l’attività umana verrà sostituita nella produzione. L’oggetto delle preoccupazioni? Mansioni ripetitive, automazione con robot guidati dall’IA, lavori intellettuali resi più rapidi e on-demand da Claude o ChatGPT.

Un lato poco studiato è invece quello del cuore della produzione dell’intelligenza artificiale: dove si producono memorie, chip, le infrastrutture fisiche dell’IA. Non dove l’IA minaccia il lavoro – almeno fino a oggi – ma dove genera profitti straordinari, di cui i lavoratori vogliono una parte.

Lo sciopero Samsung sui profitti dei semiconduttori

L’epicentro di questa tensione è la Corea del Sud, in particolare Samsung Electronics, la principale azienda del gruppo sudcoreano e primo produttore mondiale di chip di memoria. Il sindacato aveva convocato per il 21 maggio uno sciopero di diciotto giorni, il più grande della sua storia, con circa 48mila lavoratori coinvolti. A causare la protesta è il carico di lavoro: in particolare, l’esplosione della domanda di memorie ad alta banda (Hbm), centrali per i data center IA e integrate nelle Gpu di Nvidia. La “corsa alla memoria” ha fatto crescere di quasi cinquanta volte l’utile operativo della divisione semiconduttori nel primo trimestre, mentre il fatturato della stessa divisione è salito “solo” del 225%.

Il sindacato chiedeva di abolire il tetto del 50% sui bonus e di ottenere una quota fissa: concessione già fatta a settembre da SK Hynix, la rivale che con Samsung domina il mercato. Nel mercato del lavoro asiatico i bonus non sono un elemento secondario delle retribuzioni, che non seguono il sistema occidentale della contrattazione collettiva. Possono arrivare a raddoppiare e, in alcuni casi, a superare il salario medio di un operaio: incidono quindi in maniera rilevante sulla vita delle persone.

La produzione a ciclo continuo e il nodo dello sciopero

Come accade per gli altiforni, nell’industria siderurgica, o nelle vetrerie, anche nella produzione di memorie, l’attività deve essere a ciclo continuo. Le linee di produzione non si possono “spegnere”, con il rischio di danni incalcolabili e costi enormi per il riavvio. Prima dello sciopero, i tribunali locali avevano imposto il mantenimento di un organico minimo di circa 7mila lavoratori nei reparti essenziali, pena multe salate al sindacato.

Uno stabilimento privato che produce memorie viene quindi considerato, mutuando i canoni del diritto del lavoro europeo, come un “servizio essenziale” o di “pubblica utilità”, per cui va garantita la continuità. O, ancora meglio, strategico per l’economia del Paese e mondiale. Per dare una stima: i ricavi di Samsung pesano per circa il 12,5% del Pil sudcoreano. Un fermo di diciotto giorni nella divisione memorie, nel momento di massima domanda, avrebbe colpito la fornitura mondiale dei chip Hbm su cui si regge l’infrastruttura dell’IA.

L’accordo viene raggiunto poche ore prima dello sciopero. Vengono destinati ai 78mila dipendenti della divisione il 10,5% dell’utile operativo in azioni più l’1,5% in contanti per dieci anni. Alcuni lavoratori delle memorie avranno quest’anno bonus fino a 416mila dollari, contro appena 4mila in smartphone ed elettronica di consumo. Una sproporzione che ha aperto un fronte interno al sindacato.

Le proteste nei poli produttivi dell’Asia, oltre l’intelligenza artificiale

L’accordo Samsung ha innescato un effetto domino. Non solo nel settore dell’elettronica, ma nel sistema produttivo nel suo complesso. Nel settore auto, i lavoratori Hyundai e Kia chiedono il 30% dell’utile netto e il sindacato ha messo sul tavolo anche una clausola per frenare l’adozione di robot e IA in fabbrica. Nel settore delle telecomunicazioni – LG Uplus – e nella cantieristica navale – HD Hyundai Heavy Industries – si chiede il 30% dell’utile operativo. Anche i sindacati dei subappaltatori rivendicano la stessa parità di trattamento riservata ai dipendenti diretti. Korea Enterprises Federation, la principale associazione datoriale della Corea del Sud, ha chiesto di non trattare l’intesa Samsung come un precedente universale.

Il contagio si ferma invece in Cina, dove non esistono i sindacati indipendenti. A Taiwan, Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), il primo produttore mondiale di chip per conto terzi, non ha un sindacato interno. È stata fondata quasi quarant’anni fa su un modello dichiaratamente “union-free”. Il malumore dei dipendenti – che si sfogano online lamentando tagli ai bonus nonostante un utile trimestrale record – ha spinto però il presidente a promettere di persona un aumento dei bonus del 30%.

Il dividendo digitale

Pochi giorni dopo l’accordo Samsung, Kim Yong-beom, alto funzionario della presidenza sudcoreana, ha lanciato l’idea di un dividendo nazionale. L’idea è quella di redistribuire ai cittadini l’eccesso di entrate fiscali generato dal boom dei chip Ia. Non è la prima volta che il capo dell’ufficio politiche della presidenza usa i social per anticipare gli orientamenti del governo. Alimentando nei mercati la sensazione che ogni suo post vada letto come un segnale politico, invece che come un’opinione personale.

Questa volta il post ha parlato più volte anche di «profitti in eccesso» oltre che di entrate fiscali. Una frase che è bastata a far perdere alla Borsa sudcoreana il 5% in poche ore. La presidenza ha ridimensionato tutto a «opinione personale», ma il dibattito resta aperto. Ed è meno astratto di quanto sembri. Dietro la domanda «di chi sono i profitti dell’IA?» c’è una società con un mercato immobiliare tra i più cari al mondo in rapporto ai redditi e una natalità tra le più basse. Dove il boom di due sole aziende (Samsung e SK Hynix) rischia di non avere impatti per gli altri 51 milioni di cittadini.

La situazione dei lavoratori tech in Occidente

In Europa la domanda distributiva degli utili legati all’IA non si pone, semplicemente perché manca la produzione: l’Unione produce meno del 10% dei chip mondiali. Le eccezioni sono due. La prima è Asml, monopolista mondiale della litografia estrema, che “stampa” i circuiti microscopici dei chip su wafer di silicio. La seconda è l’italo-francese STMicroelectronics, dove si è scioperato a più riprese tra il 2025 e il 2026 ad Agrate Brianza, con 2.200 posizioni oggi a rischio per la chiusura di alcuni reparti. Senza una base produttiva da cui rivendicare una quota di profitti, il dibattito europeo resta quello più generale sull’impatto dell’Ia sull’occupazione: non su chi debba dividersi gli utili, ma su quanti posti di lavoro l’automazione finirà per cancellare.

Negli Stati Uniti la base produttiva, invece, è solidissima – da Nvidia ai data center fino agli stabilimenti TSMC in Arizona – ma le proteste finora non hanno toccato direttamente l’industria dei chip. Riguardano piuttosto l’impatto dell’IA sul lavoro in altri settori. Il 18 marzo scorso 2.400 terapeuti di Kaiser Permanente, una delle maggiori organizzazioni sanitarie no-profit statunitensi, affiancati da 23mila infermieri, hanno scioperato contro la loro sostituzione con sistemi di IA. Ad aprile i giornalisti di ProPublica hanno incrociato le braccia nel primo sciopero statunitense motivato da tutele sull’IA nel lavoro redazionale.

Anche nella Silicon Valley la sindacalizzazione cresce: a maggio 8.400 lavoratori tech del sistema universitario della California hanno formato il più grande sindacato tech degli Stati Uniti, ottenendo il diritto di contrattare i nuovi strumenti IA e protezioni contro i licenziamenti. Stessa logica, su un terreno diverso, per i circa mille dipendenti di Google DeepMind che a Londra hanno votato per sindacalizzarsi contro l’uso militare dell’IA, dopo che Alphabet ha rimosso dai principi etici il divieto di sviluppare armi e sorveglianza.

Gli annotatori dell’IA senza tutele né rappresentanza

Poi c’è un lato ancora più oscuro, non tracciabile. Cioè di coloro che generano i profitti senza neppure poterli rivendicare. Sono gli allineatori in fondo alla catena: gli annotatori che, su piattaforme come Outlier (di Scale AI) o Remotasks, addestrano i modelli etichettando dati e classificando risposte, spesso per pochi dollari l’ora e come collaboratori esterni, non dipendenti. Scale AI ha già subito due cause per furto salariale e classificazione scorretta dei lavoratori, retribuiti con pochi dollari a fronte di ricavi notevolissimi.

Sono, in parte, i lavoratori cui Papa Leone XIV ha dedicato un passaggio della sua prima enciclica: tra le «nuove schiavitù» nascoste dietro l’economia digitale, il Pontefice cita esplicitamente il lavoro sottopagato di milioni di persone invisibili, spesso donne e giovani, che etichettano dati o moderano contenuti tossici. Che ad oggi attendono ancora dignità e rappresentanza.

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