Cambi di stagione, addio. Il futuro (sostenibile) degli abiti è l’affitto?

Il settore dell'abbigliamento a noleggio è in crescita vertiginosa: una "moda" che piace ai Millennials e una risposta al fast fashion e al suo impatto ambientale

Di Emanuele Isonio

All’interno di un settore che vale nel mondo 1500 miliardi di dollari, può sembrare una goccia in un oceano. Eppure il trend è in crescita e con il tempo gli analisti sono convinti che si consoliderà ulteriormente. Il termine inglese è fashion renting. In pratica, abiti in affitto. Una manna per chi fra poche settimane sarà impegnato nel cambio di stagione e si ritroverà nuovamente sommerso di capi d’abbigliamento estivi da riporre e di vestiti invernali che nemmeno ricordava di avere, che si riveleranno démodée o irrimediabilmente fuori taglia dopo i bagordi estivi.

Fenomeno miliardario

Il fenomeno del fashion renting è ormai una realtà che arriva dagli Stati Uniti e si sta già diffondendo in Cina e nel Regno Unito. Qui da noi, invece, sta muovendo solo i primi passi. A livello globale, le analisi realizzate dall’Allied Market Research prevedono che il solo comparto del noleggio online varrà circa 2 miliardi di dollari entro il prossimo quinquennio con un CAGR (tasso di crescita annuo) del 10,6%.

Peraltro, se dall’online lo sguardo si allarga alle vendite nei negozi fisici, il valore del settore potrebbe essere anche più alto. Secondo le stime di Bloomberg, solo all’interno dei confini statunitensi supererà i 2,5 miliardi di dollari entro il 2023 e i 4 miliardi cinque anni più tardi.

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Previsioni di crescita del fashion renting negli USA. FONTE: Bloomberg

 

Nuovo stile di consumo fra Millennials e Generazione Z

Certo, una cifra marginale rispetto al mercato totale dell’abbigliamento ma il fenomeno non appare passeggero. È comunque un altro tassello del volto più razionale della sharing economy: si dispone di un bene solo quando è strettamente necessario, permettendo così ad altri di usarlo quando non lo usiamo noi e si riduce il tempo nel quale giace inutilizzato.

«Da tre anni a questa parte il concetto di sharing si è allargato e andiamo verso un consumo che non è più originato dal possesso, ma dalla possibilità di poter utilizzare, anche solo per poche ore, un oggetto: probabilmente non è più il tempo di possedere, ma di potersi permettere un’esperienza» spiega Giovanni Maria Conti, docente di Storia e Scenari della Moda presso il Politecnico di Milano. Parola d’ordine: ottimizzazione.

«Il fashion renting – prosegue Conti – rappresenta un nuovo modo di consumare soprattutto per Generazione Z e Millennials, i target più attenti alla sostenibilità». Connesso con questo nuovo approccio alla scelta dell’abito c’è infatti un’indubbia componente ambientale. Quella della moda è già oggi la seconda industria più inquinante del mondo e la situazione è in peggioramento.

Vestiti meno usati, vendite raddoppiate

Negli anni, sulla spinta di campagne pubblicitarie aggressive dei big del settore, la durata di utilizzo di un capo d’abbigliamento è crollata: dai 200 giorni del 2000 a poco più di 160 di 15 anni dopo, secondo un rapporto della Ellen McArthur Foundation. Ovvero, il 36% in meno. In Cina, il tasso di sostituzione degli abiti è arrivato addirittura al 70%.

Una pacchia per le aziende che hanno visto raddoppiare le vendite di vestiario nello stesso arco di tempo (da meno di 50 miliardi a oltre 100 miliardi di pezzi), con un ritmo ben superiore alla crescita del Pil mondiale.

2000-2015 la crescita delle vendite di abbigliamento a fronte del declino del riuso – fonte Ellen MacArthur Foundation, “A new textiles economy Redesigning fashion’s future”, 2017

La crescita tumultuosa del fast fashion genera ogni anno 16 milioni di tonnellate di rifiuti tessili nella sola Unione europea. La produzione tessile, rivelava mesi fa un’analisi pubblicata sulla testata scientifica Nature.com, «è una delle più inquinanti, responsabile di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (CO2e) all’anno, ovvero più emissioni dei voli internazionali e della navigazione marittima».

incremento degli impatti ambientali negativi dell’industria tessile nel 2050 – fonte “A new textiles economy: redesigning fashion’s future”, Ellen MacArthur Foundation, 2017

Un guardaroba sempre nuovo

Già questi numeri dovrebbero far guardare con occhio benevolo al fenomeno fashion renting. Oltre all’ambiente però i vantaggi – assicurano gli addetti ai lavori – sono anche per chi sposa questa filosofia. A partire dalla possibilità di avere un guardaroba sempre nuovo e adatto a ogni occasione, soprattutto quelle che richiedono un dress code di un certo tipo. «Il noleggio di abiti rappresenta un asso nella manica per stupire con la propria eleganza nonché una perfetta soluzione per chi sogna un guardaroba illimitato che non alimenti sprechi e inquinamento» spiega Caterina Maestro, fondatrice di DressYouCan, startup milanese che ha portato il fashion renting online nel capoluogo lombardo. «L’idea della nostra startup è l’esatto opposto della moda low cost: punta sulla qualità e rende l’abbigliamento di classe alla portata di tutti con prezzi accessibili e con un sistema di noleggio online e offline molto semplice che sta riscuotendo grande successo».

Tra psicologia e occasioni particolari

C’è poi una componente psicologica da non sottovalutare: in molti casi, la scelta dell’abito produce stress e insoddisfazione se non si trova il vestito adatto dentro il proprio armadio. Un fenomeno diffuso soprattutto fra le donne (che infatti rappresentano quasi il 60% della clientela del fashion renting). «Le donne di solito amano quello che comprano, ma odiano i due terzi di ciò che è nei loro armadi» spiega la storica giornalista di moda statunitense Mignon McLaughlin.

Ma al di là dei dubbi sul vestire quotidiano, gli abiti in affitto possono rivelarsi adatti soprattutto per i momenti particolari della vita: matrimoni e cerimonie, ovviamente. Ma anche per vestire i più piccoli o le donne in gravidanza, quando il corpo cambia in fretta e richiede di mese in mese abiti diversi.

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