Il microcredito in Italia genera lavoro e inclusione finanziaria: i dati di PerMicro

Quando si eroga credito a famiglie e microimprese escluse dal sistema bancario tradizionale, cosa succede dopo? PerMicro lo misura insieme al Politecnico di Milano

Benigno Imbriano, amministratore delegato di PerMicro © PerMicro

L’Italia è un Paese in cui l’accesso ai servizi finanziari non è uguale per tutti. Circa 13,3 milioni di persone, il 22,6% della popolazione, nel 2025 risultano a rischio di povertà o esclusione sociale. E cresce – dal 4,6% del 2024 al 5,2% del 2025 – la quota di individui in grave deprivazione materiale e sociale, cioè che faticano ad affrontare spese impreviste, pagare l’affitto o garantirsi un pasto adeguato. Mentre la fragilità economica diventa sempre più visibile, le banche scompaiono dal territorio: 5 milioni di persone vivono in un Comune privo di uno sportello.

È in questo spazio che si inserisce la microfinanza. La più grande società che eroga microcredito in Italia è PerMicro, nata a Torino nel 2007 e oggi attiva su tutto il territorio nazionale. Ogni prestito, di fatto, è un punto di partenza: può servire per mettersi in proprio, pagarsi gli studi o le spese mediche, arredare la propria casa, riavviare l’attività di famiglia. Un impatto sociale che l’organizzazione misura dal 2015 insieme al Politecnico di Milano, in un percorso di ricerca che oggi prosegue con Triadi, spin-off dell’ateneo. Il 27 maggio, nella sede della Fondazione CRT a Torino, PerMicro ha presentato i risultati dell’edizione 2026.

Fare credito a chi rimane escluso dal sistema bancario tradizionale

Dalla sua fondazione fino al 2025 PerMicro ha erogato oltre 43mila crediti, per un valore complessivo che supera i 374 milioni di euro. Lo scorso anno ha raggiunto il volume di finanziamenti più alto della sua storia, con una distribuzione molto equilibrata tra prestiti alle imprese e alle famiglie. Nel 2025, infatti, ha erogato oltre 38 milioni di euro a sostegno di 3.167 progetti. Quelli a favore delle microimprese aumentano del 2,8% rispetto all’anno precedente, ma la crescita più marcata arriva dal segmento famiglie con il +12,3%. «A conferma che i bisogni primari – casa, salute, formazione – continuano ad aumentare, anche in un contesto in cui i redditi medi restano inferiori del 4,9% ai livelli pre-crisi 2007», precisa l’amministratore delegato Benigno Imbriano.

I principali beneficiari corrispondono proprio a quelle categorie che, altrimenti, sarebbero a rischio di esclusione finanziaria. Nel 2025 il 37% delle imprese finanziate da PerMicro è guidato da donne e il 33% da giovani sotto i 35 anni. Poco meno della metà (47%) dei prestiti a microimprese è destinata a startup. «Il 2025 è stato il miglior anno della nostra storia in termini di erogato, ma ciò che ci rende più orgogliosi è la qualità dell’impatto: donne, giovani, migranti, i segmenti più fragili del mercato del credito, continuano a essere il cuore del nostro lavoro», sottolinea Francesca Giubergia, presidente di PerMicro.

Quanto “rende” il microcredito in Italia, tra lavoro ed entrate fiscali

Il passaggio successivo è calcolare cosa succede grazie a quei prestiti, valutando il loro impatto a distanza di 24-36 mesi dall’erogazione. Si scopre così che tra il 2009 e il 2023 sono stati ben 33.808 i beneficiari del microcredito concesso da PerMicro, tra persone e microimprese. Le piccole attività che sono state finanziate, in particolare, hanno contribuito alla creazione di 4.435 posti di lavoro. Coinvolgendo donne, giovani under 35 e cittadini stranieri.

Circa 1.900 imprenditori destinatari dei prestiti hanno migliorato la propria condizione lavorativa, oltre 3.100 hanno registrato un aumento del proprio reddito mensile. La crescita del reddito spinge i consumi e a giovarne sono anche le casse pubbliche. Lo studio realizzato con Triadi stima 130 milioni di euro in più di gettito fiscale e di 18,3 milioni di euro che lo Stato non ha dovuto erogare sotto forma di sussidi.

Il microcredito, dunque, non va inteso come una misura assistenziale. Piuttosto, è vero il contrario. «L’analisi mostra l’impatto di PerMicro non tanto in termini di volumi, quanto di tenuta e cambiamento concreto nella condizione dei beneficiari», puntualizza Gabriele Guzzetti, direttore generale di Triadi. «Numeri che evidenziano come l’intervento non si esaurisca nel microcredito, ma avvii un percorso più ampio di inclusione finanziaria: a 2-3 anni dall’erogazione l’88% delle imprese finanziate risulta ancora attiva e il 30% delle famiglie ha accesso al credito tradizionale».

Cosa serve per far crescere ancora il microcredito in Italia

Da un paio d’anni le regole del microcredito in Italia sono cambiate. Il decreto ministeriale del 12 gennaio 2024 ha alzato la soglia massima dei finanziamenti e ha allargato la platea dei beneficiari, includendo anche le imprese già in attività e quelle con un massimo di 10 addetti. «Il decreto del 2024 ha rappresentato un’apertura importante. Per noi non ha significato cambiare missione, che è sempre stata quella di raggiungere chi il sistema bancario tradizionale esclude, ma ha ampliato il perimetro d’azione», spiega a Valori l’amministratore delegato di PerMicro Benigno Imbriano.

«Ogni euro erogato ha prodotto valore ben oltre il rapporto diretto con il cliente: stiamo parlando di economia reale», aggiunge Imbriano. «Eppure, nonostante queste evidenze, il microcredito continua a essere percepito come uno strumento marginale nel sistema finanziario italiano. Quello che servirebbe si distribuisce su tre aree di intervento. Innanzitutto un riconoscimento sistemico, in cui il microcredito va integrato nelle politiche attive del lavoro e nei piani nazionali per l’inclusione finanziaria».

«Ci dovrebbero essere incentivi fiscali strutturali per gli operatori che erogano credito a segmenti esclusi, sul modello di quanto avviene in altri paesi europei, oltre a garanzie pubbliche potenziate: il Fondo di garanzia per le Pmi funziona, uno strumento simile sarebbe auspicabile anche sull’inclusione finanziaria dei privati», conclude Imbriano. «Infine, abbiamo bisogno di investimento nella misurazione d’impatto: lo Stato dovrebbe incentivare, e in alcuni casi richiedere, standard di rendicontazione dell’impatto sociale per gli operatori che ricevono supporto pubblico. Noi lo facciamo da 10 anni con il Politecnico di Milano, ed è l’unico modo per sapere se gli strumenti funzionano davvero».

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