Milano Cortina 2026, i Giochi italiani sostenibili, ma made in Bangladesh
Dalle Olimpiadi di Lillehammer a Milano Cortina 2026: la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising
«Abbiamo puntato sulla sostenibilità», dichiarava Giovanni Malagò, presidente dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 in un’intervista alcune settimane fa. E del resto, le sostenibilità era al centro dello stesso dossier di candidatura. Anzi, ne era una parola chiave. «Rispetto a dieci anni fa – spiegava Malagò –, il mondo delle Olimpiadi invernali ha vissuto un’evoluzione significativa. La sostenibilità ha assunto un ruolo centrale, guidando un ripensamento del modello organizzativo. Questo orientamento è stato delineato dal CIO e formalizzato nell’Agenda Olimpica 2020+5, secondo cui «i Giochi devono adattarsi al territorio, e non viceversa».
Questo cambio di paradigma, secondo il dirigente, si traduce in scelte operative precise: «Impianti esistenti, comunità locali, riduzione dell’impatto ambientale, visione di lungo termine». Quanto di tutto questo si ritrova nelle Olimpiadi di Milano Cortina? Intanto, facciamo un passo indietro.
Quando le Olimpiadi scoprono la sostenibilità: da Lillehammer 1994 ai “White Green Games”
Siamo a Lillehammer, è il 1994 e si svolgono le Olimpiadi invernali ricordate come le prime “White Green Games”. Cioè i primi Giochi a mettere in evidenza pratiche ambientali come parte stessa dell’organizzazione, stabilendo nuovi standard per eventi sportivi di quella scala. Si tratta di uno dei primi momenti in cui “l’ambiente” smette di essere un tema esterno e diventa un pezzo dell’identità dell’evento.
Siamo ancora lontani dai «Giochi sostenibili e impeccabili», come definiti da Andrea Varnier, amministratore delegato della Fondazione Milano Cortina 2026, e il termine “greenwashing” ha ancora meno di un decennio di vita. Ma è il momento in cui ci si rende conto che l’impatto sociale e ambientale dei grandi eventi sportivi è troppo grande per essere ignorato. Anche grazie alla pressione di cittadine e cittadini, ong, sindacati e media che chiedono allo sport globale di partecipare al dibattito sul clima, sulla responsabilità d’impresa e sui diritti dei lavoratori.
Sydney 2000: la sostenibilità entra nelle candidature (e diventa un vantaggio competitivo)
Nel 2000, a Sydney, la sostenibilità entra già nella candidatura con un documento dedicato – le Environmental Guidelines del 1993 – che è riconosciuto per avere creato un precedente per le città candidate. L’obiettivo del documento è chiaro: portare l’ambiente dentro la governance dei Giochi, trattandolo come un criterio di progetto e non come un elemento decorativo ponendolo come terzo pilastro dell’evento, insieme a spot e cultura.
Le linee guida traducono l’idea di “sviluppo ecologicamente sostenibile” in una serie di indirizzi operativi: efficienza energetica, gestione responsabile dell’acqua, riduzione e recupero dei rifiuti, tutela della biodiversità, mobilità e infrastrutture a basso impatto. Il testo inquadra questi impegni dentro un sistema multilivello – dagli accordi internazionali alle normative locali – e stabilisce requisiti per costruzioni, impianti e organizzazione dell’evento, con l’obiettivo di limitare inquinamento e consumo di risorse.
La più grande eredità di Sydney 2000, tuttavia, è questa: la sostenibilità inizia a diventare un elemento competitivo, un criterio con cui vincere (o perdere) l’assegnazione dei Giochi.
L’Agenda 21 olimpica e il greenwashing istituzionale (con il supporto di Shell)
Nel frattempo, anche il Comitato Olimpico Internazionale prova a darsi una cornice: nel 1999 adotta la Olympic Movement’s Agenda 21, un documento che colloca lo sport dentro il lessico dello sviluppo sostenibile, sulla scia dell’Agenda 21 delle Nazioni Unite. Potremmo aprire una lunghissima parentesi sul fatto che il testo è «Pubblicato con il supporto di Shell international», considerando che Shell che è una delle più grandi aziende al mondo nel settore degli idrocarburi, principale causa della crisi climatica. Non apriamo la parentesi, ci limitiamo a sospirare un “greenwashing”.
L’Olympic Movement’s Agenda 21 non è un piano operativo per un singolo evento, ma una dichiarazione di indirizzo: un linguaggio comune per legare lo sport a obiettivi ambientali e sociali e per collocare la sostenibilità dentro l’identità stessa dell’olimpismo.
Il testo insiste su due dimensioni: da un lato la gestione responsabile delle risorse (energia, acqua, biodiversità), dall’altro l’idea che i grandi eventi e le politiche sportive possano produrre ricadute economiche e sociali durature. In questo senso, l’Agenda 21 olimpica contribuisce a consolidare l’idea che “l’ambiente” non sia più un tema esterno, ma un pilastro dichiarato del sistema olimpico. Pur con tutte le ambiguità che questo comporta quando la sostenibilità diventa anche uno strumento di reputazione.
Londra 2012: dalle dichiarazioni alle regole (a parole) sulla filiera
È un passaggio politico e culturale. Ma resta una domanda: come si passa dalle dichiarazioni agli strumenti concreti? Arriviamo così a Londra 2012. Non il primo grande evento sportivo in cui si parla di sostenibilità, abbiamo visto. Né il primo a produrre documenti in materia. Si tratta però di uno dei primi casi in cui la sostenibilità diventa un’infrastruttura vera, con regole, governance e obblighi contrattuali.
Già nel 2007, con aggiornamenti negli anni successivi, le Olimpiadi di Londra 2012 mettono nero su bianco un Sustainability Plan, un documento operativo che individua cinque aree chiave – clima, rifiuti, biodiversità, inclusione e salute – e le lega a scelte concrete su costruzioni, logistica, approvvigionamenti e gestione dell’evento.
Ma il vero salto, soprattutto se si osservano le catene di fornitura (e i diritti umani calpestati lungo queste catene), è un altro. Il comitato di Londra definisce un Sustainable Sourcing Code, cioè un codice che disciplina le procedure di acquisto e fornitura includendo aspetti ambientali, sociali ed etici. Anche per quanto riguarda materiali e forniture molto diversi tra loro, compreso il merchandising. Non è un dettaglio: significa riconoscere che l’evento non “finisce” nello stadio. Continua nelle fabbriche, nei subappalti, nei magazzini, nelle catene globali dove si produce ciò che poi viene venduto come “ufficiale”.
Tra audit e realtà: i diritti negati lungo la filiera olimpica nel Sud globale
Ma come spesso succede, tra il dire e il fare ci si mette di mezzo un modello economico che, per sua natura, deve massimizzare i profitti. E, per farlo, in genere taglia su tutto ciò che è “superfluo”, a cominciare dai diritti delle persone che lavorano, dai controlli, dalla qualità dei materiali impiegati… Così Londra 2012 diventa un caso emblematico nel dimostrare la distanza tra le policy scritte nei documenti e la realtà di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori nel Sud globale.
Nel report “Fair Games?”, pubblicato dalla campagna Play Fair, questa distanza prende la forma di numeri e testimonianze: 175 interviste raccolte tra Cina, Sri Lanka e Filippine in dieci fabbriche della filiera legata alla produzione di beni per le Olimpiadi 2012. Lì dove la sostenibilità avrebbe dovuto significare anche tutela sociale, emergono invece salari da fame, orari di lavoro massacranti, contratti precari usati per tenere le persone in ricatto e, in molti casi, aperta ostilità verso chi prova a organizzarsi sindacalmente.
E quando entrano in scena i controlli, il quadro non migliora: gli audit vengono raccontati come procedure spesso inefficaci, talvolta “messe in scena” per risultare conformi, mentre i meccanismi di reclamo restano lontani dai lavoratori, poco accessibili o persino sconosciuti. Il messaggio, alla fine, è netto: senza trasparenza sulla filiera e verifiche indipendenti, perfino un evento che si presenta come modello può finire per scaricare i costi della propria reputazione “verde” sulle spalle di chi cuce, assembla e produce dall’altra parte del mondo. Che è poi quello che raccontiamo ogni volta in cui parliamo di filiere tessili, che siano quelle del lusso o quelle della fast fashion.
Milano Cortina 2026: può dirsi “sostenibile” un evento che non controlla il merchandising?
Torniamo ora a Milano Cortina, i «Giochi sostenibili e impeccabili», secondo le parole di Andrea Varnier. Olimpiadi che hanno basato l’intera candidatura sul concetto di sostenibilità e che si svolgono in un Paese che si fa talmente vanto del Made in Italy da avergli addirittura dedicato un ministero.
È quantomeno curioso sfogliare il catalogo del merchandising dell’evento e imbattersi in felpe e pantaloni made in Bangladesh e polo made in Cambogia. Paesi dove da anni ong, sindacati e inchieste giornalistiche documentano e denunciano condizioni di lavoro critiche lungo la filiera tessile. E allora la domanda è una sola: quanto può dirsi “sostenibile” un’Olimpiade che non controlla nemmeno ciò che vende come ufficiale?




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