Criptovalute, IA e potere politico: perché i miliardari tech hanno scelto Trump
Dalla Silicon Valley alla Casa Bianca, i colossi del tech finanziano Trump per difendere i loro interessi su intelligenza artificiale e criptovalute
Le elezioni del 2024 hanno segnato una svolta profonda nella politica degli Stati Uniti: i miliardari della tecnologia, a colpi di dollari e influenza, hanno conquistato il potere – e il presidente Trump. Lontano dall’immagine di innovazione e modernità della Silicon Valley, i suoi magnati si sono schierati chiaramente accanto a settori tradizionalmente vicini alla destra reazionaria, come quello delle energie fossili o dei fondi d’investimento, per sostenere il candidato repubblicano e il suo programma.
I miliardari tech finanziano Trump con centinaia di milioni di dollari
Un anno fa, nel giugno 2024, il venture capitalist David Sacks co-organizzava un grande evento di raccolta fondi a favore di Donald Trump nella sua villa di San Francisco. Con biglietti d’ingresso tra i 50mila e i 300mila dollari, il miliardario – noto per il podcast All-In, molto influente nella Silicon Valley, ed ex dirigente di PayPal – raccoglie 12 milioni di dollari per la campagna del candidato repubblicano. Grandi attori del settore crypto come i fratelli Winklevoss o Jacob Helberg, consigliere del CEO di Palantir, partecipano all’evento, che i media americani interpretano come un punto di svolta: l’industria tech, tradizionalmente vista come liberale e vicina ai democratici, si sta avvicinando al molto conservatore Donald Trump.
«Penso che i lavoratori della tech siano ancora in maggioranza democratici e progressisti, ma sono i loro datori di lavoro – i miliardari a capo dei grandi fondi d’investimento – ad aver virato verso Trump», afferma Jeff Hauser, fondatore e direttore del Revolving Door Project, un’organizzazione che monitora le nomine nell’esecutivo.
Nel 2016, solo Peter Thiel – fondatore di PayPal, Palantir e vari fondi di venture capital – aveva apertamente sostenuto Trump. Ma nell’estate 2024 anche Elon Musk, pure lui ex PayPal e ora alla guida di Tesla, SpaceX, X (ex Twitter) e The Boring Company, si schiera con Trump. Diventa il primo donatore della sua campagna, superando il banchiere Timothy Mellon (276 milioni di dollari contro 150 milioni, senza contare le donazioni alle campagne repubblicane per il Congresso). Musk fonda l’«America PAC», un’organizzazione che raccoglie oltre 260 milioni di dollari per Trump, sotto la direzione di Chris Young, vicepresidente del potente lobby farmaceutico PhRMA.
Dalla “PayPal Mafia” a Musk: tutti i miliardari tech pro-Trump
Tra i donatori figurano anche sostenitori abituali dei repubblicani, come la famiglia DeVos o Joe Craft (CEO del colosso del carbone Alliance Resources Partner), ma anche i fratelli Winklevoss, Joe Lonsdale (co-fondatore di Palantir) e altri venture capitalist legati alla Silicon Valley e alla cosiddetta «PayPal Mafia», come Ken Howery, Shaun Maguire e Antonio Gracias (che gestisce parte del patrimonio di Elon Musk).
Anche altri importanti venture capitalist della Silicon Valley, come Ben Horowitz e Marc Andreessen (Andreessen & Horowitz) o Doug Leone (Sequoia Capital), finanziano la campagna di Trump con milioni di dollari attraverso super PAC. Questi miliardari annunciano pubblicamente il loro sostegno al candidato. Attraverso le loro società, sono legati a centinaia di grandi aziende tech – da Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp) a Airbnb, Uber, Spotify e altre. Oltre al denaro, il loro appoggio si manifesta anche con l’influenza sul dibattito pubblico: «Sono praticamente certo che l’algoritmo di X (ex Twitter) sia stato modificato per far emergere contenuti favorevoli a Trump», sostiene Jeff Hauser.

IA e criptovalute: le vere ragioni del sostegno dei miliardari tech a Trump
Perché questo entusiasmo per Trump? Non è detto che questi grandi imprenditori siano mai stati davvero progressisti, ma l’era Biden li avrebbe spinti apertamente tra le braccia dei repubblicani. Da un lato, per le minacce di tassare le grandi fortune; dall’altro, per la nomina di Lina Khan alla guida della Federal Trade Commission (FTC), una giurista determinata ad applicare le leggi antitrust anche contro i giganti della tecnologia come Meta e Amazon.
Secondo Hauser, però, «la questione decisiva è stata l’intelligenza artificiale e le criptovalute». Settori in rapidissima crescita, in cui i miliardari tech vedono enormi margini di profitto. Il mercato crypto, molto redditizio, è in espansione, ma l’amministrazione Biden ha cercato di regolamentarlo, almeno applicando le leggi antiriciclaggio e le regole della SEC o dell’IRS (l’agenzia fiscale). Il Dipartimento di giustizia e varie agenzie federali hanno avviato indagini e procedimenti contro imprenditori cripto, per proteggere i consumatori o identificare operazioni legate ad attività criminali.
Per Andreessen e Horowitz, il mandato Biden è stato disastroso: «È stato il periodo peggiore della nostra vita in termini di politica della Casa Bianca verso la tecnologia», si è lamentato Horowitz nel loro podcast. Già nel 2023 aveva annunciato l’avvio di attività di lobbying per evitare che lo sviluppo di IA e cripto venisse bloccato dalle regolamentazioni. L’IA è il secondo grande cavallo di battaglia per i miliardari tech, che la vedono come una soluzione a tutti i problemi.
«Pensiamo che il modo migliore di concepire l’intelligenza artificiale sia vederla come uno strumento universale per risolvere i problemi. E ne abbiamo tanti», afferma il loro manifesto techno-ottimista. Anche qui, ovviamente, l’IA è per loro fonte di profitti immensi. Horowitz ne è convinto: «Dobbiamo vincere la corsa all’IA. Perderla è peggio di tutti i rischi che le regolamentazioni cercano di evitare.»
Miliardari tech e lobby fossili: un’alleanza strategica per Trump
Un altro grande rimprovero dell’industria tech a Biden è di aver “strozzato” il settore energetico. Ma lo sviluppo dell’IA e delle criptovalute richiede enormi quantità di energia elettrica, e i miliardari del settore vogliono accesso illimitato a tali risorse. «Dovremmo portare tutti al nostro livello di consumo energetico, poi moltiplicarlo per mille, e fare lo stesso per tutti gli altri», si legge nel manifesto techno-ottimista di Andreessen e Horowitz.
Secondo un rapporto dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (UIT), tra il 2020 e il 2024 le emissioni indirette di gas climalteranti di quattro delle principali aziende IA sono aumentate in media del 150% a causa del consumo dei data center. Ma i cambiamenti climatici non sembrano preoccuparli: credono che la tecnologia risolverà il problema. Ciò che temono, invece, è che la regolamentazione rallenti lo sviluppo dell’IA.
Visto l’appetito energetico del settore tech, l’alleanza con il lobby delle energie fossili e con un candidato che vuole trivellare sempre di più – Trump – appare del tutto naturale. E non è l’unico punto in comune: entrambe le industrie sono visceralmente contrarie a ogni forma di regolamentazione. Alla fine del loro manifesto, Andreessen e Horowitz consigliano letture di economisti come Mises, Hayek e Friedman – figure legate al network Atlas, finanziato dai fossili e noto per l’opposizione alle politiche climatiche e a ogni regolazione d’impresa.
Attualmente, la rete Atlas ha un «progetto sulle tecnologie decentralizzate» per «eliminare gli ostacoli all’innovazione» nel mondo tech e promuovere l’uso dei Bitcoin. Per anni ha incluso tra i suoi membri il Seasteading Institute, che promuove comunità indipendenti dagli Stati e ha ricevuto fondi da Peter Thiel, membro del consiglio d’amministrazione insieme a Joe Lonsdale.
Tech bros e destra radicale: la convergenza reazionaria attorno a Trump
I miliardari della tech non condividono solo il gusto per la deregolamentazione con i libertari dell’universo Atlas. Come alcune organizzazioni partner del network, promuovono posizioni ultraconservatrici sul piano sociale (anti-aborto, anti-immigrazione…). I capitalisti della Silicon Valley – un ambiente notoriamente maschile e bianco – provano un’avversione feroce per le politiche di diversità, equità e inclusione (DEI). Andreessen le deride, Lonsdale le accusa di generare antisemitismo e di favorire aziende di minoranze nei contratti pubblici. Un’accusa difficile da comprendere, visto che Palantir – fondata da Lonsdale – ha guadagnato 1,2 miliardi di dollari da contratti governativi nel 2024.
«Tutti i personaggi chiave del tech sono bianchi. E uomini. Si sentono attaccati dalle politiche DEI perché credono di essere lì solo per la loro genialità. Per questo le respingono», afferma Jeff Hauser.
Questa opposizione a politiche più favorevoli verso donne, minoranze o persone con disabilità può sembrare in contrasto con l’immagine progressista della Silicon Valley. Eppure è perfettamente coerente con il passato dei miliardari tech schierati con Trump. Ben Horowitz è figlio di David Horowitz, attivista islamofobo di estrema destra. Elon Musk, Peter Thiel e David Sacks sono cresciuti in parte in Sudafrica durante l’apartheid, senza mai averlo apertamente condannato. Thiel ha anche sostenuto le conferenze NatCon (national conservatism), un’ideologia identitaria e conservatrice. Già nel 2009, Thiel sosteneva che democrazia e libertà non fossero più compatibili. A gennaio 2025, saluta il ritorno di Trump come «le ultime settimane crepuscolari del nostro interregno».
Con il nuovo presidente, i “tech bros” non solo conservano le loro immense fortune, ma ottengono anche un potere politico senza precedenti.
L’articolo è stato pubblicato in francese su Observatoire des multinationales e tradotto in italiano dalla redazione di Valori.it
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