La mia terra è dove poggio i miei piedi: la storia di Moltivolti
Moltivolti a Palermo costruisce integrazione in un mondo che innalza muri: il futuro è la simmetria tra esseri umani
L’11 gennaio 2026 il governo italiano ha approvato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione. È un provvedimento che stringe le maglie: facilita le espulsioni, dispone blocchi navali e legittima accordi con Stati terzi, come nel caso dell’Albania. Per “esternalizzare” i flussi migratori, trasferire persone come se fossero pacchi. Il Ddl prevede anche un inasprimento delle condizioni di vita nei Centri di permanenza per il rimpatrio, dove le persone, per esempio, non potranno più disporre liberamente dei propri cellulari.
Anche se ci sono aspetti molto più gravi, questo punto in particolare rappresenta l’idea di mondo e di Paese che questo governo sta costruendo. Un mondo, un Paese nel quale, se vuoi spostarti da un posto all’altro ma non hai il colore della pelle o la condizione socio-economica adatta, puoi essere rispedito a casa, spedito in un altro Paese o rinchiuso in una struttura che ha a tutti gli effetti una funzione detentiva, dove anche una tua proprietà personale come il tuo cellulare ti viene tolta e qualcun altro può decidere se, come e quanto puoi utilizzarla. Senza, è bene ribadirlo, che tu abbia fatto niente.
Questa premessa di contesto perché oggi, il giorno successivo all’approvazione di questo disegno di legge, abbiamo deciso di sovvertire la scaletta delle Storie dal futuro da pubblicare e anticipare la storia di un posto in cui, quando ci entri, come prima cosa vedi un quadro enorme con la scritta: «La mia terra è dove poggio i miei piedi». È la storia di Moltivolti. Un ristorante, un coworking, un luogo d’incontro tra persone, culture e comunità. È nel cuore di Palermo, a Ballarò.

Come inizia la storia di Moltivolti a Palermo
La storia di Moltivolti inizia nel 2010 quando Giovanni Zinna, per tutti Johnny, torna insoddisfatto da un’esperienza di cooperazione internazionale fatto in Tanzania. «Ero molto deluso, quell’esperienza mi sembrava soltanto l’ennesima forma di colonialismo. Ho cominciato a pensare al valore del viaggio come luogo di incontro tra culture, tra nord e sud». Ha dato vita a un’associazione, Moltivolti capovolti, che si occupava di turismo responsabile. «La nostra sede era in un coworking frequentato da diverse associazioni. C’era un’energia tale che abbiamo cominciato a chiederci come metterla a frutto».
In questo periodo il gruppo si arricchisce di altri componenti provenienti da altre parti del mondo: Yodit Abraha dall’Etiopia, Arina Nawali dallo Zambia, Gessica Riccobono e Roberta Lo Bianco da Palermo, tutti con percorsi differenti ma con un sogno comune.

La forza delle società umane sta nella loro biodiversità
Così è arrivata l’idea di un coworking per associazioni, con un ristorante annesso che potesse supportare economicamente le attività sociali. Nel 2014 è nata quindi una nuova impresa sociale chiamata appunto Moltivolti. Qui si incontrano, ogni giorno, associazioni grandi e piccole. Da Libera, l’associazione contro le mafie di Luigi Ciotti, a InterSos, Arci Porco Rosso e molte altre. «Stando qui fanno rete, creano partenariati stabili, si scambiano know-how», continua Johnny. Le persone che lavorano negli spazi comuni possono fermarsi a pranzo e trasformare anche quel momento in un’occasione di confronto e progettazione condivisa.
Johnny ha una formazione da biologo: «Ho imparato che la biodiversità è importante in tutti gli ecosistemi, anche nelle società umane. Per noi è un valore assoluto attorno al quale si coagulano tutti i nostri progetti. In questo momento storico la diversità è vista come un problema, qualcosa da cui proteggersi. Per noi invece è un fattore di soluzioni, come avviene negli ecosistemi: più cose esistono, più specie esistono, più quell’ecosistema è stabile». Per questo, continua, «i molti volti rappresentano molte storie, molte culture, l’immensa diversità umana».

«La mia terra è dove poggio i miei piedi»
Le imprese sociali come Moltivolti possono generare utili ma sono tenute legalmente a reinvestirli tutti nel progetto. «In questo modo il nostro solo obiettivo è il bene sociale». E per bene sociale Johnny intende una cosa precisa: «Il nostro obiettivo è tutto riassunto dalla frase: “La mia terra è dove poggio i miei piedi”. Noi pensiamo che la gente debba essere libera di girare intorno al mondo. Non perché scappi da una guerra. Non per necessità economiche. Semplicemente, perché ne ha diritto».

A Moltivolti il ristorante diventa racconto e incontro tra culture
Tutti i progetti di Moltivolti, mi spiega, sono sviluppati intorno a questo principio. «Il ristorante è il core business dell’impresa ma per noi è uno strumento per veicolare l’incontro tra culture diverse, per superare gli stereotipi. Il cibo è un modo per raccontare storie. Ha una funzione politica, è un collante culturale». Questo ragionamento è alla base di una collaborazione attiva con Mediterranea: una rassegna di cene a tema regionale. Negli scorsi mesi c’è stata la serata veneta che alla cucina tradizionale ha affiancato la proiezione di Io sono Li di Andrea Segre.
Il cibo diventa anche parte delle “sfide” tra culture diverse che Johnny racconta divertito. «La settimana scorsa abbiamo fatto quella tra Marocco e Salvador: le persone che partecipano raccontano il proprio Paese, anche in maniera ironica». È importante anche questo: non prendersi troppo sul serio. «Se sei troppo convinto delle cose che dici, diventano imposizioni e perdi il tuo potere trasformativo. Le idee hanno forza se non sono cristallizzate. Quando ti metti in dubbio invece, e magari cambi idea, cambia anche quello che c’è intorno a te. Non puoi trasformare le cose se non ti trasformi per primo tu». Dovremmo pensare a questo, è convinto Johnny, anche quando ragioniamo su come accogliamo gli altri: bisogna mettersi in una posizione di reciprocità.

Ballarò è un laboratorio sociale nel cuore di Palermo
Moltivolti è a Ballarò, uno dei quartieri più famosi di Palermo. «Per noi è un laboratorio sociale d’eccellenza. Vi sono rappresentate tantissime comunità e culture diverse. Stare qui ci consente ogni giorno di apprendere le dinamiche che governano queste differenze». Ha sicuramente luci e ombre, riflette Johnny, ma ha tanta bellezza e tanta diversità. «Ci consente di creare reti, attività, eventi. Stiamo qui perché vogliamo mettere in campo, nelle nostre azioni, tutto quello che pensiamo».
«Siamo ai margini del mercato, in un punto di osservazione privilegiato. Ci sentiamo un po’ sentinelle, e infatti abbiamo subito intuito cosa stava accadendo al quartiere, con l’overtourism e la forte perdita di autenticità che purtroppo in questi anni lo sta caratterizzando». Il legame con la comunità, non solo quella di Ballarò, è molto forte. «Lo abbiamo visto quando quattro anni fa c’è stato l’incendio che ha quasi distrutto il locale». In soli cinque giorni, grazie a un crowdfunding sostenuto da Libera, la raccolta ha superato i 140mila euro. «Una cifra enorme che ci ha permesso di ripartire. Quando ti prendi cura della comunità – riflette – poi, quando serve, è la comunità a prendersi cura di te».
Da Moltivolti la società si costruisce lavorando insieme ed esprimendo il proprio potenziale
In questi anni, mi racconta Johnny, Moltivolti è cresciuto con l’arrivo di tanti nuovi soci. «Anche se formalmente siamo un’impresa, abbiamo una gestione trasversale e un direttivo molto ampio». I dipendenti sono una trentina. «Molti vengono da percorsi migratori, sono qui per borse di studio o arrivano da noi attraverso tirocini di lavoro». E c’è anche chi entra da lavapiatti e negli anni diventa chef.
Johnny ci tiene a specificare un elemento: «Noi non siamo semplicemente un ristorante in cui lavorano persone con background migratorio. Le persone che lavorano a Moltivolti partecipano anche ad altre attività». Così, il responsabile di sala è la stessa persona che, una volta a settimana, va al carcere minorile Malaspina di Palermo a insegnare ai ragazzi le ricette del suo Paese o tiene corsi di cucina per ragazze e ragazzi di Ballarò. «Il problema è anche questo – riflette –. Molti ragazzi arrivano in Italia e non hanno modo di entrare in contatto con i loro coetanei nati qui. Per questo ci teniamo a fare progetti in cui facciano attività insieme. È così che si costruisce la società».
Non possiamo pensare, mi dice Johnny, che fare integrazione significhi mettere uno o due ragazzi stranieri in una classe di ragazzi italiani, come avviene a scuola. «Quella persona sarà assimilata, non integrata. Per poter far parte del gruppo dovrà perdere la propria identità e non potrà esprimere il contributo che porta con sé. Si chiuderà a riccio o assumerà un comportamento antisociale».

Bar Coni: una gelateria che ribalta un simbolo
Seguendo questa direttrice, Moltivolti ha sviluppato anche una sorta di spin-off, a 200 metri dal ristorante-coworking: la gelateria Bar Coni. «Abbiamo scelto di declinare questo doppio significato. I barconi sono i mezzi con cui arrivano i migranti, è una parola che evoca disperazione. Ma è anche il nostro Bar Coni, che vende gelati». La disperazione diventa così speranza, racconta Johnny, attraverso il lavoro. «Quasi tutti quelli che ci lavorano hanno un background migratorio. Grazie a questo progetto hanno imparato a fare il gelato. Adesso hanno un lavoro. Il punto non è tanto che acquisiscono autonomia economica quanto invece il fatto che restituiamo loro dignità, voce e diritti».
Il potere trasformativo dell’esperienza del viaggio
«Proviamo sempre a guardare alle persone non in quanto migranti ma come viaggiatori». Questo punto di vista è rafforzato dalle esperienze di viaggio. «Ogni tanto facciamo viaggi nei luoghi d’origine delle persone migranti che incrociamo, accompagnati da loro. Già solo questo atto, il viaggio, ha il potere enorme di cambiare le prospettive». Quando ci rivolgiamo a qualcuno che viene da un percorso migratorio, mi spiega, anche non volendo ci poniamo in una posizione di superiorità. Giochiamo in casa perché conosciamo la lingua, i luoghi, le abitudini.
«Trovarsi catapultato in un luogo in cui invece tutto è diverso, in cui sei tu ad aver bisogno dell’intermediazione di qualcun altro, ti consegna una sensazione di perdita di centralità che è bene provare. Ti rendi conto che quello che provavi a casa tua era una prospettiva parziale, momentanea». Questo aiuta a capire che le vere relazioni non sono quelle di dominio, di potere, ma «quelle in cui l’altro è libero di esprimersi nella sua complessità. E questo si può fare solo se nessuno dei due pensa che il proprio modello sia l’unico giusto».

Da Palermo un’idea di futuro come simmetria tra esseri umani
È questa idea di simmetria, mi spiega Johnny, il motivo per cui Moltivolti è una storia dal futuro: «Penso che il futuro debba essere un mondo in cui le persone sono lasciate libere di esprimersi nella propria complessità e non essere solo quello che ci serve che siano».
Il futuro di cui parla Johnny è avanti anni luce rispetto alla pochezza di un tempo in cui chi ci governa è impegnato a elaborare leggi che negano agli esseri umani quanto di più naturale ci sia: far seguire a un passo un altro passo. Lo è perché qui si pratica l’integrazione senza negare le difficoltà, senza arrendersi alle criticità. Qui nessuno fa favori: le persone stanno insieme in forza della loro diversità, grazie a questa stessa diversità. Nessuno, però, è migliore dell’altro. Si è tutti alla stessa altezza. Come intorno a una tavola.




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