Nuove regole e più verifiche: le B Corp alla prova di maturità
Diventa operativo il nuovo standard di certificazione per le B Corp. Più impegnativo e rigoroso, è anche una risposta alle accuse recenti
Nuova vita per le B Corp, le aziende che in vent’anni hanno promosso – ma soprattutto provato a incarnare – un modello di business più sostenibile. È operativo infatti il nuovo standard per la certificazione delle performance ambientali, sociali e di governance delle imprese aderenti. Un’evoluzione resa in un certo senso obbligata per rispondere sia alle sfide sempre più urgenti e complicate, sia alle critiche innescate in particolare dal fatto che negli anni è diventata B Corp anche qualche grande impresa dal pedigree sociale e ambientale non esattamente immacolato.
Le B Corp in numeri: perché il manifesto valoriale non basta più
«Oggi è soprattutto una comunità di pratiche, mentre dieci anni fa era un manifesto valoriale e univa prevalentemente piccole realtà. Con gli anni si sono certificate sempre più aziende, e sempre più grandi. Così la certificazione ha comportato un impegno di accountability molto più pubblico e scrutinato e le aspettative degli stakeholder sono cresciute». A dirlo è Walter Sancassiani, fondatore e Ceo di Focus Lab, società modenese di consulenza e ricerca per progetti di innovazione sostenibile. Focus Lab è stata tra le prime aziende in Italia a certificarsi B Corp nel 2016.
Secondo B Lab Italia, capitolo italiano dell’ente non profit statunitense che promuove la certificazione B Corp dal 2006, le imprese certificate B Corp in Italia sono quasi 400 (se si considerano anche quelle che hanno avviato l’iter). Rappresentano più di 70 settori, danno lavoro a 33mila persone e fatturano complessivamente 16 miliardi di euro. Nel mondo le B Corp sono oltre 10mila da 100 Paesi, con più di un milione di occupati.
«La crescita numerica, specie negli ultimi anni, ha portato maggiore legittimità – afferma Scanassiani – ma anche tensioni interne al movimento e timori di diluizione del significato, legati al fatto che alcune aziende sono entrate probabilmente per ragioni più reputazionali che autenticamente trasformative. La revisione degli standard è la dimostrazione che B Lab è consapevole delle derive. E vuole mantenere radicalità e credibilità senza perdere scalabilità».
Come cambia il B Impact Assessment
Una delle principali novità del nuovo standard riguarda il calcolo dei punteggi per ottenere la certificazione. Prima bastava superare la soglia complessiva degli 80 punti su 200, in un processo di valutazione (chiamato B Impact Assessment) che considerava cinque aree: governance, lavoratori, comunità, ambiente, clienti.
Ora le aree diventano sette: relazioni istituzionali e azione collettiva, diversità e inclusione, lavoro equo, circolarità e tutela ambientale, diritti umani, governance, clima. Sulla bilancia finiscono quindi anche fattori come l’attività di lobbying e le pratiche fiscali.
Soprattutto, però, per ogni area bisogna soddisfare dei requisiti minimi. Non si può più compensare tra aree dove si è deficitari e altre in cui si eccelle, possibilità che invece aveva attirato molte critiche. In più occorre rispettare alcuni requisiti legali di base, come l’essere costituiti da almeno dodici mesi e la conformità a leggi locali e nazionali.
Per le B Corp, meno dichiarazioni astratte e più prove e metriche verificabili
L’asticella è stata alzata anche su altri aspetti. «C’è una maggiore attenzione – spiega Sancassiani – alla coerenza tra politiche, pratiche e risultati. E ci sono molti elementi trasformativi: ad esempio alle B Corp si chiedono impegni sul breve, medio e lungo periodo, e anche impegni collettivi. C’è poi un rafforzamento delle evidenze richieste: meno dichiarazioni, più prove documentali e metriche verificabili».
L’obiettivo, spiega, è innanzitutto quello di rispondere alle eventuali accuse di greenwashing e impact washing. Ma non solo: l’ambizione è quella di ampliare gli impegni proattivi di sostenibilità trasversale su sette dimensioni. Anche allineandosi alle direttive europee sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) e sulla trasparenza delle informazioni date ai consumatori (Empowering consumers for the green transition). Diventa obbligatorio anche l’audit con un ente esterno di certificazione. «Nel complesso lo standard è diventato più impegnativo e credibile», chiosa Sancassiani. Sono anche state inserite soglie alle quote di fatturato che derivano da settori ad alto impatto o rischio, quali i “soliti sospetti” combustibili fossili, tabacco e armi.
Una via italiana alle B Corp? L’esperienza di B Local Modena
La definizione del nuovo standard ha richiesto cinque anni di lavoro. Non è frutto di tavoli tecnici ma di un percorso altamente partecipato, con decine di migliaia di risposte pervenute dagli stakeholder. Ora arriva la prova su strada. «L’aumento della complessità – commenta Sancassiani – potrebbe penalizzare le piccole medie imprese su alcuni aspetti e le grandi aziende su altri. C’è una sfida gestionale alta, data per esempio dalle risorse umane ed economiche da investire per maggiori impatti positivi trasversali. La vera efficacia dipenderà dalla convinzione a fare azioni più impegnative da parte delle imprese, dalla qualità delle verifiche e dalla capacità di B Lab di mantenere una coerenza globale pur adattandosi ai contesti locali».
Focus Lab a fine 2024 ha co-promosso B Local Modena, la prima rete italiana di imprese certificate B Corp. In un anno ha realizzato 17 iniziative su obiettivi di impatto a livello territoriale. Sta forse prendendo forma una sorta di via italiana alla B Corp? «Le B Corp italiane ora sono 380 e in forte crescita, +26% in un anno – risponde Sancassiani –. L’ecosistema è molto attivo e collaborativo e ha un approccio focalizzato sui progetti a impatto, sul cambiamento».
Crescono anche le società benefit: in Italia sono circa 5mila
A creare un terreno fertile, sottolinea Scanassiani, è stata anche la crescita delle società benefit: oggi sono circa 5mila, un numero che ha aumentato la visibilità sul tema anche a livello istituzionale. Essere società benefit ora è un requisito fondamentale per certificarsi B Corp, ma restano due cose diverse: la prima è una forma giuridica, mentre la B Corp è una certificazione.
«Ma soprattutto, se si coglie il vero purpose, quello di B Corp è un movimento culturale di imprese impegnate per azioni proattive e trasformative dei modelli d’impresa consolidati – conclude Sancassiani –. Stanno nascendo anche in Italia esperienze di B Local, reti di imprese B Corp impegnate a creare impatti positivi sui loro territori. Oltre alla prima qui a Modena, altre stanno nascendo in Puglia, Toscana, a Milano e Bergamo».




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