Fedi e finanza

O Cristo o Pil: essere buoni fedeli a Natale fa piangere il dio Denaro

Il Natale è ormai uno dei massimi business: vale lo 0,6% del Pil italiano. Un cedimento alle logiche consumistiche, lontane anni luce dal vero significato della festa

Di Nicoletta Dentico

Fra pochi giorni celebriamo il Natale. Il tempo che più degli altri, nel corso dell’anno, segna il trapasso inequivocabile dalla dimensione religiosa a quella consumistica della festa, e il progressivo trionfo del modello economico del capitalismo sulle religioni. Tempo insidioso di contraddizioni, per chi professa di credere in Dio. Tempo di una antropologia equivoca per chiunque, con la stucchevole insistenza su una iconografia buonista che, mentre punta diretta all’homo consumens, fa sempre più a cazzotti con la ruvida realtà di indifferenza che guasta il mondo.

Snaturata la logica del dono di Natale

La logica del dono, lungi dal perseguire la metrica della generosità disinteressata, fa pulsare nei giorni natalizi gli andamenti delle economie di interi paesi, non solo di fede cristiana.

Gli analisti si scateneranno anche quest’anno sulle proiezioni numeriche dei soldi spesi dagli italiani dopo dieci anni di crisi finanziaria, e sulle analisi comparate in ragione al denaro investito per regali, alimenti, viaggi di vacanza, a misurare nel corso degli anni la percezione collettiva sullo stato di fiducia o di incertezza nel funzionamento di un Paese.

Euro più, euro meno, le stime prevedono una spesa di 10 miliardi di euro in regali e annessi: in pratica dal Natale dipende quasi lo 0,6% del Prodotto interno lordo italiano.

Così, sono molte le sollecitazioni che l’economia di mercato impone alle religioni nel tempo della nascita di Gesù. Ancora di più sono le domande che variamente interpellano la galassia dei “credenti credibili” – così li voleva David Maria Turoldo – sul capitalismo come “forma estrema” di religione. Religione culturale priva di dogma e di termine, per citare Capitalismo come Religione, le quattro scarne pagine scritte novanta anni fa da Walter Benjamin, che hanno mantenuto inalterata una straordinaria attualità.

Un centro commerciale preso d'assalto per gli acquisti natalizi
Un centro commerciale preso d’assalto per gli acquisti natalizi

Centri commerciali nuove chiese del rito capitalista

Serve essenzialmente a rispondere alle stesse preoccupazioni cui prima attendeva la religione tradizionale, il capitalismo, ma non offre redenzione, e soprattutto è alieno da ogni spinta critica all’autocoscienza. Il problema della sua giustificazione non si pone, esso opera secondo il rito della accumulazione del denaro, della speculazione, dello sfruttamento, senza che questo simboleggi altro.

Il «dispiegamento di tutta la pompa sacrale» è sotto gli occhi di tutti, nelle settimane che precedono il Natale. Dentro quei luna-park senza tempo che sono i centri commerciali, o gli ipermercati, autentiche cattedrali del culto consumista usa e getta, si fa shopping in maniera sempre più compulsiva con l’illusione che l’acquisto possa rendere felici, e magari interrompere per un po’ il senso di spaesamento che marchia il nostro tempo.

La moda compulsiva salva il petrolio e condanna l’ambiente

Una perversa ricerca di protezione dalla brutta realtà

Comprare, infatti, è un appiglio. Quasi un rito che offre certezza. Agglomerati artificiali avulsi dalla vita sociale, questi luoghi magici che tragicamente devastano gli spazi geografici intorno alle città, riorganizzano e riposizionano le relazioni d’intere giornate per grandi e piccini. Esercitano una irresistibile attrazione come spazi di protezione dalla vita reale fuori: che è brutta, complicata, e incute paura. Qui, «l’estrema tensione che abita l’adoratore» – sempre con le parole di Benjamin – persiste anche senza alcun bisogno di Gesù e di santi.

Ma certo il Natale rivisitato e svuotato di ogni sacralità resta un tempo propizio, una occasione identitaria imperdibile per questa umanità di mezzo, schiacciata tra il ruolo di società consumista che sostiene suo malgrado il profitto di pochi o il ruolo di cittadinanza rancorosa di nazioni ancora ricche, che di fatto non tutelano né la comunità, né il bene comune.

Mi intrigano le parole di Serge Latouche quando scrive che «oggi l’economia è diventata una fede, una religione. Quindi bisogna diventare degli ateisti dell’economia».

Ovvero, aggiungo io in attesa della Natività, persone pienamente consapevoli che il benessere degli altri sta nelle nostre mani, e che l’autonomia da Dio del mondo adulto «va intesa come una libertà, non titanica, ma umile», con le parole di Dietrich Bonhoeffer.

Riportare il Natale sul piano umano

Si tratta insomma di immaginare una politica profana che sappia dissacrare la gelida razionalità del profitto e del consumismo, per riportare il discorso su un piano interamente umano, e da questa prospettiva rigenerare la nostra esistenza.

A partire dallo sguardo ultimo delle persone lavoratrici nel settore della grande distribuzione, con la miseria dei loro contratti di lavoro e l’assedio di una cultura aziendale che non lascia il minimo spazio alle creatività.

Per arrivare alla quotidianità della massa di impoveriti intorno a noi, italiani e non, vecchi e giovani, nascosti e visibili, alla lotta per il pane da portare a casa di questa varia umanità, quasi senza possibilità di aspirazione.

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«Dovremmo adattarci ad avere meno risorse», scriveva Edmondo Berselli in Economia Giusta, il suo libro postumo, «meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremmo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ di intelligenza e di umanità davanti». Buon Natale!

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