Sostenibilità al ribasso: cosa resta delle normative europee dopo il pacchetto Omnibus
Raggiunto l’accordo tra le istituzioni europee sul pacchetto Omnibus: le normative sulla sostenibilità delle imprese ne escono pesantemente ridimensionate
Dopo quasi dieci mesi di negoziati non privi di colpi di scena, si avvicina alla sua conclusione l’iter del primo pacchetto Omnibus con cui la Commissione europea semplifica le normative sulla sostenibilità delle imprese. Una conclusione che ormai era ampiamente prevedibile ma lascia comunque l’amaro in bocca a chi, nella società civile, sperava che la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) e quella sulla due diligence (Csddd) portassero finalmente le imprese a essere più trasparenti sui propri impatti ambientali e sociali. E ad assumersene la responsabilità, anche quando si verificano nella catena del valore.
Il 9 dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sulle modifiche alle due direttive. Il Coreper (che fa capo al Consiglio) e la Commissione Juri del Parlamento europeo lo hanno validato i giorni immediatamente successivi. Ora manca solo l’approvazione in plenaria, il 16 dicembre, seguita dall’adozione formale.
Come il pacchetto Omnibus alleggerisce la rendicontazione di sostenibilità
Rispetto alla precedente direttiva sulla rendicontazione non finanziaria (Nfrd), la Csrd (Corporate Sustainability Reporting Directive) faceva due grandi promesse: ampliare la platea di imprese coinvolte e imporre criteri standardizzati e uniformi. La prima, sostanzialmente, è sfumata. La soglia per l’applicazione della direttiva, fissata in origine ad almeno 250 dipendenti e 40 milioni di euro di fatturato netto, passa a mille dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato netto. Escludendo le piccole e medie imprese (Pmi) quotate e le holding puramente finanziarie. Con questi cambiamenti, ci sono anche imprese che hanno già iniziato la rendicontazione quest’anno, su dati del 2024, ma vedono decadere l’obbligo. Per loro è prevista un’esenzione transitoria.
Degli standard nel frattempo si sta occupando un ente di natura tecnica, l’Efrag (European Financial Reporting Advisory Group). Nella revisione inviata alla Commissione europea il 3 dicembre, il numero di datapoint obbligatori (cioè le informazioni richieste) cala del 61% rispetto all’edizione attualmente in vigore. In più, i nuovi Esrs (European Sustainability Reporting Standards) semplificano la valutazione di materialità, cioè la scelta degli aspetti rilevanti su cui incentrare l’analisi. Anche l’approccio alla catena di fornitura è molto più morbido perché permette di affidarsi a stime, invece di chiedere dati di prima mano ai fornitori.
Una due diligence indebolita e svuotata
La catena di fornitura è il grande tema della direttiva sulla due diligence (Csddd), che impone alle imprese di verificare il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente anche nelle operazioni che non gestiscono direttamente. La soglia di applicazione era già piuttosto alta (mille dipendenti e 450 milioni di euro di ricavi netti) ma ora Parlamento europeo e Consiglio si sono accordati per portarla a 5mila dipendenti e 1,5 miliardi di euro di ricavi netti. Slittano, di nuovo, le scadenze: gli Stati dovranno recepire la direttiva entro il 26 luglio 2028, le imprese dovranno conformarsi entro luglio 2029.
Durante i negoziati si è discusso anche di quali informazioni raccogliere e da chi. L’accordo raggiunto prevede che le imprese non debbano più mappare tutta la loro catena di fornitura. Al contrario, si potranno limitare a un «esercizio esplorativo più generale» focalizzandosi sulle informazioni «ragionevolmente disponibili». Dovranno poi indirizzare la due diligence verso i settori in cui ritengono più probabile il verificarsi di impatti negativi, indipendentemente dal fatto che si tratti di fornitori diretti o subfornitori. A parità di gravità o di probabilità di questi rischi, potranno partire dai partner diretti.
Il pacchetto Omnibus sulla sostenibilità cancella con un colpo di spugna due pilastri della due diligence. Addio all’obbligo per le imprese di redigere piani di transizione per la mitigazione dei cambiamenti climatici. Ma senza di loro «l’Unione europea non riuscirà a raggiungere i suoi nuovi obiettivi climatici», replica Olivier Guérin, advocacy officer di Reclaim Finance. Sparisce anche il regime armonizzato di responsabilità civile a livello europeo. Ciò significa che le vittime delle violazioni potranno rivalersi contro le imprese, ma ogni sistema giuridico nazionale si muoverà con le sue regole e con i suoi tempi. «Lavoratori, vittime e comunità pagheranno il prezzo ancora una volta», chiosa la European Coalition for Corporate Justice.




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