Paradisi fiscali, la lista UE secondo il Parlamento è inefficace e incoerente

La lista UE dei paradisi fiscali è inefficace e stilata in modo incoerente, secondo il Parlamento europeo. Che chiede venga rivista profondamente

Sven Giegold e Mauro Meggiolaro
Una risoluzione del Parlamento europeo chiede maggiore rigore nelle indicazioni sui paradisi fiscali © designer491/iStockPhoto
Sven Giegold e Mauro Meggiolaro
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Il 21 gennaio 2021 il Parlamento europeo ha preso una decisione storica per migliorare la lista UE dei paradisi fiscali. Con un’ampia maggioranza di 587 deputati (solo 50 i voti contrari e 46 le astensioni), sono state fatte pressanti richieste alla Commissione e al Consiglio, attraverso una risoluzione. Si è chiesto di trasformare finalmente la lista in un potente strumento contro l’evasione e l’elusione fiscale. La lista delle “giurisdizioni non cooperative a fini fiscali” è stata introdotta nel 2017 con il chiaro obiettivo di identificare i paradisi fiscali in tutto il mondo e imporre loro delle sanzioni per fermare l’emorragia di entrate degli Stati. Purtroppo però, fino ad oggi, non ha funzionato come avrebbe dovuto.

La lista UE dei paradisi fiscali copre solo il 2% dell’evasione e elusione fiscale

Il Parlamento ha suonato un campanello d’allarme, perché la perdita di entrate fiscali degli Stati è immensa. L’ultimo rapporto dell’organizzazione non governativa Tax Justice Network (Rete per la giustizia fiscale, in italiano) parla di 360 miliardi di euro all’anno sottratti alle casse pubbliche. Perché è ancora possibile spostare utili aziendali e beni privati nei paradisi fiscali. Se si includono le perdite indirette, dovute all’elusione fiscale delle multinazionali, le perdite fiscali annuali a livello mondiale ammonterebbero addirittura a 978 miliardi di euro. I Paesi nell’attuale lista UE dei paradisi fiscali rappresentano però solo il 2% dell’evasione ed elusione fiscale delle imprese.

Il Parlamento europeo ha richiesto miglioramenti in tre aree chiave. In primo luogo, servono criteri più severi per assicurare che tutti i paradisi fiscali siano inclusi nella lista. Se un Paese non riscuote nessuna o pochissime tasse sulle imprese, allora deve essere incluso immediatamente. Deve poi essere rafforzato il criterio di sostanza. Le aziende residenti fiscalmente in un Paese devono anche dimostrare di avere “sostanza economica” in loco (attività concrete, dipendenti, ecc.). Questo criterio esiste già ma è decisamente troppo debole, come dimostra il caso delle Isole Cayman. Sono state rimosse dalla lista UE dei paradisi fiscali il 6 ottobre 2020 dopo aver introdotto criteri di sostanza minimi. E questo nonostante il fatto che siano responsabili del 16,5% delle perdite fiscali globali. Si tratta della giurisdizione che causa più danni fiscali in assoluto agli altri Paesi. Ad oggi hanno un’aliquota d’imposta societaria dello zero per cento.


L’Europarlamento chiede coerenza e stop ai “due pesi e due misure”

La seconda richiesta del Parlamento indica che iI criteri più severi sono utili solo se vengono applicati in modo coerente. La decisione di classificare o meno un Paese tra i paradiso fiscali deve essere presa in modo trasparente, coerente e imparziale. Questo è importante per ridurre le possibilità di influenza politica. Gli Stati Uniti, per esempio, non sono mai stati inclusi nella lista ma di fatto dovrebbero essere considerati un paradiso fiscale, perché limitano fortemente lo scambio automatico di informazioni. L’aggiornamento della lista e l’analisi dei Paesi terzi (rispetto all’UE) devono essere fatti in modo più trasparente, con il coinvolgimento del Parlamento europeo.

Infine, si chiede di smetterla con i doppi standard. Non si può chiedere un esame coerente dei Paesi terzi senza applicare lo stesso standard all’interno dell’UE. Gli Stati membri dell’Unione europea sono responsabili del 36% di tutte le perdite fiscali a livello globale. Nel testo della risoluzione si chiede che gli Stati membri dell’UE siano misurati con gli stessi criteri dei Paesi terzi. Non è accettabile che Malta possa agire come paradiso fiscale senza alcun richiamo mentre Panama, per le stesse pratiche adottate da Malta, è stata inserita nella lista UE.

Il progetto di accordo UE-Regno Unito sulla Brexit è poco stringente sul fisco

A seguito della Brexit, il Regno Unito è diventato un Paese terzo con la sua “ragnatela di paradisi fiscali” nei suoi territori d’oltremare e dipendenze della corona (Isole Cayman, Isole Vergini Britanniche, Gibilterra, ecc.). La ragnatela britannica è responsabile del 37,4% di tutte le perdite fiscali nel mondo. Il Parlamento europeo ha chiesto quindi una revisione approfondita della Gran Bretagna e dei suoi territori rispetto ai criteri rafforzati illustrati sopra. Questo è particolarmente importante, dato che il progetto di accordo commerciale e di cooperazione UE – Regno Unito contiene pochi impegni contro la concorrenza fiscale sleale.

La risoluzione del Parlamento europeo che è stata appena adottata manda anche un altro segnale importante. I paradisi fiscali colpiscono in modo sproporzionato i Paesi più poveri. Anche se i Paesi ricchi hanno molte più perdite fiscali in termini assoluti, in termini relativi non pesano così tanto sui bilanci pubblici come nei Paesi poveri.

Un passo in avanti verso una maggiore giustizia fiscale

In Germania, per esempio, le entrate fiscali perse nei paradisi fiscali corrispondono all’11,26% della spesa sanitaria, mentre nel continente africano corrispondono in media al 52,5% della stessa spesa. Per questo la risoluzione chiede che sia creato un gruppo di lavoro con i paesi terzi, compresi i rappresentanti della società civile, per promuovere un dialogo costruttivo.

Il fatto che una risoluzione così progressista sia passata con una
è un forte segnale per una maggiore giustizia fiscale. Dal 21 gennaio
su cui possiamo essere più ottimisti.


Sven Giegold è parlamentare europeo del Gruppo dei Verdi. Membro della sottocommissione per le questioni fiscali.