Parte 7

Gaël Giraud: «Siamo ricattati dalle grandi banche globali»

Economista, prete, gesuita, Giraud ritiene indispensabile una finanza alternativa: «Servono riforme radicali. Non quelle dei “populisti educati” come Macron e Renzi»

Di Andrea Barolini
L'economista Gaël Giraud si batte da anni per un cambiamento profondo nel mondo della finanza. Ed in particolare nel settore bancario © Alain Goulard

Il mondo della finanza «non è cambiato». E «neppure la politica». Il libero mercato, però, «è riformabile». In senso «ecologico, anti-speculativo e di sostenibilità». Nonostante «i populisti come Trump e Johnson e i “populisti educati” come Macron e Renzi». Sacerdote e gesuita, Gaël Giraud è stato capo economista dell’Agenzia francese per lo sviluppo dal 2015 allo scorso mese di luglio. Oggi è direttore di ricerca presso il Consiglio nazionale per la Ricerca scientifica francese, professore presso l’Ecole nationale des Ponts et Chaussées ParisTech di Parigi e autore per le edizioni EMI del libro “Transizione ecologica. La finanza a servizio della nuova frontiera dell’ecologia”. Da anni si batte per chiedere «una riforma radicale» del sistema finanziario e per un’economia che ascolti le indicazioni dell’enciclica «Laudato si’». Per farlo, però, occorre cominciare dal nemico numero uno: «Le grandi banche globali».

bank of america banche fossili
Bank of America fa parte delle prime quattro banche al mondo in termini di finanziamenti al settore delle fonti fossili, nel periodo 2016-2018 © Mike Mozart/Flickr (CC BY 2.0)

La crisi ha più di dieci anni. Cos’è cambiato da allora?

Sui mercati finanziari molto poco, perché le poche norme, come nel caso della legge Dodd-Frank negli Stati Uniti, o quella sulla separazione bancaria in Europa, di fatto non sono operative. Negli Usa, si tornano a concedere crediti subprime alle famiglie che non possono permettersi di ripagarli. E si cartolarizza come prima della crisi. È impressionante.

A livello macroeconomico però la situazione è cambiata.

Sì, e in peggio. È la principale differenza rispetto a dieci anni fa. Le economie reali sono molto più fragili. In questo momento sono in Irlanda: con il naufragio del settore bancario la situazione qui è peggiorata drasticamente. E ci ritroviamo in una nuova bolla alimentata anche dalle banche centrali: se esploderà, l’economia reale stavolta non potrà rispondere allo shock. Le conseguenze saranno terribili.

«La mancata separazione tra banche retail e d’affari rappresenta una spada di Damocle sui risparmi dei cittadini e sulle economie reali»

Quali ritiene siano le riforme più urgenti?

Sono favorevole ad una tassa sulle transazioni finanziarie, come indicato d’altra parte anche dalla Chiesa. È un passaggio necessario. Ma per me la questione più urgente è la separazione delle attività bancarie retail da quelle d’affari. Oggi abbiamo degli autentici mostri finanziari che fanno correre rischi enormi all’economia reale. La commistione di attività commerciali e d’investimento fa sì che una banca in fallimento rappresenti una spada di Damocle sui risparmi dei cittadini. Perché in caso di default sono loro a dover pagare.

Perché a suo avviso ancora non lo si è fatto?

Per la stessa ragione per la quale anche altre riforme non vengono approvate: siamo tutti ricattati dalla finanza, dalle grandi banche globali. In Francia quando si è immaginato di attuare la separazione ci sono state pressioni fortissime da parte del settore. Una reazione violenta.

Negli Stati Uniti la separazione era garantita dal Glass-Steagall Act del 1933.

Per quasi un secolo negli Stati Uniti non ci sono state crisi strettamente bancarie proprio grazie a quella legge. A metà degli anni Novanta è stata eliminata. E, guarda caso, poco dopo è crollato il sistema.

Non è stupefacente il fatto che sia stato un democratico, Bill Clinton, a cancellare la norma?

No, è semplicemente il solito paradosso. Ovvero che i socialdemocratici o i socialisti, in tutto il mondo, sono quelli che alla fine spesso fanno le riforme peggiori in questo senso. Perché, se sono loro ad approvarle, l’elettorato protesta meno: tende a fidarsi. La gente pensa “se lo fanno loro, ci sarà un motivo”. Per questo per i governi di centrosinistra è più semplice approvare questo genere di riforme. La storia dice che sono stati i socialdemocratici ad effettuare la maggior parte delle liberalizzazioni finanziarie.

Il capitalismo è incompatibile con la difesa della Terra dal punto di vista ecologico?

Dipende. Dobbiamo distinguere il tipo di capitalismo di cui parliamo. Ci sono grandi differenze tra nazione e nazione. E anche all’interno dello stesso paese. In Italia, il capitalismo del Nord non è quello delle regioni meridionali. Inoltre, continuo a pensare che ci siano delle riforme che, se attuate subito, potrebbero evitare la catastrofe ecologica. Ma, torno a ripeterlo, l’ostacolo principale è rappresentato anche in questo caso dalle banche.

«Le banche devono abbandonare gli asset marci come quelli legati alle fonti fossili. E invece continuano a finanziarle»

Perché?

Perché tutte le grandi banche cosiddette universali detengono enormi quantitativi di asset legati a carbone, gas e petrolio. Se la transizione fosse effettuata domani, la realtà è che molte di esse fallirebbero. Anche in Italia. Inoltre, molti istituti di credito continuano imperterriti a prestare denaro al settore delle fonti fossili. La Francia è un esempio: le banche sono incastrate su questi asset marci. Ci vuole un cambiamento radicale. E le banche devono accettare il fatto che questo cambiamento comporterà un prezzo da pagare anche per loro.

Vale lo stesso per le multinazionali. Come si può fare per convincerle a rinunciare a business facili?

È complicato. Ma devo dire che mi è capitato spesso di discutere con dei dirigenti di industrie e ho constatato come molti abbiano sinceramente voglia di effettuare una transizione verso business green. E non intendo con questo un greenwashing. Per loro però è molto difficile per via della concorrenza di soggetti che producono magari gli stessi beni a prezzo più vantaggioso, inquinando. E sono proprio questi ad essere premiati dal mercato, perché chi vince oggi è chi fa staccare il dividendo più alto. Al contrario, occorre un sistema che penalizzi chi ottiene risultati a scapito della salute della Terra.

«La finanza vive sull’orizzonte del minuto successivo. Dobbiamo liberarci dei diktat degli azionisti e porre al centro l’interesse generale»

Difficile in un sistema basato sulla trimestrale.

La dottrina del breve e del brevissimo termine deve essere immediatamente superata. I mercati ormai vivono sull’orizzonte del minuto successivo. E se si tiene conto del fatto che l’economia è estremamente finanziarizzata, si comprende la portata del problema. Dobbiamo imporre investimenti sul lungo termine, liberarci dai diktat degli azionisti, recuperare il ruolo dello Stato e porre al centro l’interesse generale.

Gaël Giraud finanza
Oltre ad essere un economista e un docente, Gaël GIraud è un sacerdote cattolico © Alain Goulard

La Chiesa si è schierata prima con l’enciclica «Caritas in Veritate», al tempo di papa Ratzinger, quindi con «Laudato si’» di papa Francesco. Toccando così i temi dell’economia, della finanza, dell’ecologia e dei beni comuni. Sono seguite della azioni concrete?

Va detto che nel caso della Chiesa il discorso è diverso. Il suo compito è di accompagnare spiritualmente le masse. Penso che «Laudato si’» sia stata una svolta, probabilmente il più importante documento dal Concilio Vaticano II ad oggi. Molti ecologisti mi hanno detto che in tanti anni non erano riusciti ad ottenere prese di posizione così avanzate in altri contesti.

«L’enciclica «Laudato si’» è probabilmente il più importante documento della Chiesa dal Concilio Vaticano II»

Certe idee non sono unanimemente sostenute nella Chiesa però.

Non nascondo che esistono delle resistenze, soprattutto in America settentrionale. Ma c’è sempre chi si oppone quando si tratta di cambiare le cose. La Chiesa in ogni caso ha indicato la strada giusta. E Francesco non ha confuso comunicazione e azione.

Un istituto come lo IOR, tuttavia, non ha mai brillato per trasparenza, ad esempio…

Ci sono molte cose da fare ancora, è vero.

Nel 2012 lei disse: «Sono sicuro che dopo il crack economico ci saranno nuove figure che emergeranno, capaci di imporre un cambiamento». Ci ritroviamo invece con Trump, Bolsonaro, Johnson, Orban, Salvini. Era stato troppo ottimista?

Si sono stato probabilmente troppo ottimista. Ma quello che avevo indicato era in qualche modo una speranza. Oggi l’Europa assomiglia a quella degli anni Trenta. La sofferenza delle classi medie aiuta i populisti, e questi ultimi per questa ragione non sono una sorpresa. Sta a noi scegliere se rimanere incastrati nella loro trappola oppure proporre qualcosa di nuovo, come un nuovo programma ecologista.

«Storicamente, sono stati i governi socialdemocratici e social-liberali ad aver approvato le liberalizzazioni finanziarie peggiori»

Per farlo possiamo affidarci a dei moderati come il presidente della Francia Macron?

Sinceramente fatico molto a definire moderato uno come Macron. La verità è che il presidente della Francia sta attuando semplicemente le politiche che vogliono le banche. Ovvero una distribuzione della ricchezza a vantaggio dei più ricchi e un’ecologia di facciata. Esattamente come fatto da Renzi in Italia: bei discorsi, grandi annunci efficaci sul piano della comunicazione, ai quali non sono seguiti i fatti. Una volta incontrai Romano Prodi ad un convegno sull’Europa e mi disse: «La Francia fa un discorso europeista ma non è mai stata tanto franco-centrica come oggi». Penso che avesse ragione.

Anche la gestione della crisi economica ha contribuito ai nazionalismi?

La crisi ha portato indebitamento pubblico e privato. L’austerità è stata una doppia punizione per i cittadini, che oggi hanno poco lavoro, per via delle fasi recessive, e anche pochi servizi, per via delle politiche rigoriste. Il risultato è una crescente sofferenza sociale. Che quando non riesce a trovare espressione politica, confluisce in estremismi e sovranismi. Ripeto: è come negli anni Trenta. Con la differenza che oggi tutto è amplificato dai social network. L’Italia in questo senso è stata incredibile: il dibattito è stato sostituito dai tweet di Salvini che mangia la pizza. Il che è anche il portato culturale della berlusconizzazione. Nella quale anche Renzi si è innestato alla perfezione: la differenza tra l’ex presidente del Consiglio e Salvini è che il primo è un «populista educato». Come Macron.

Ricapitolando: poche riforme fatte, speculazione di ritorno, business as usual, sistema bancario pericoloso, leader sui quali non si può contare. Lei resta ottimista?

Sì, perché sono convinto che abbiamo ancora libertà e margine manovra. E poi c’è lo straordinario entusiasmo di Greta Thunberg e dei giovani. La nuova generazione cambierà molte cose. E non potrà che farlo criticando aspramente ciò che la mia generazione e quella precedente hanno fatto.

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