Tassare i ricchi conviene: perché la giustizia sociale paga tutti

Un estratto dal libro di Riccardo Staglianò che spiega perché tassare i ricchi non è ideologia, ma una scelta razionale di giustizia sociale

Riccardo Staglianò
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Riccardo Staglianò
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La tassazione dei grandi patrimoni divide perché riguarda una scelta politica fondamentale: chi deve finanziare il welfare e la transizione, e chi oggi ne è in larga parte escluso. Patrimoniali e tasse di successione mettono in discussione rendite e privilegi consolidati.

Guardare a come funzionano in Europa e ai loro effetti sulle disuguaglianze serve a una cosa sola: riportare la ricchezza dentro un patto sociale che renda la società più giusta, solidale e democratica.

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Ci voleva che Zohran Mamdani diventasse sindaco di New York per far parlare anche da noi di tassare gli ultraricchi. Ma è durata giusto qualche giorno. Perché, sebbene dal G20 di Rio del 2024 sia diventato un argomento di conversazione mondiale, in Italia nessun politico (con l’eccezione di Avs) ne parla. Perché, visto che nelle sue formulazioni più ragionevoli riguarderebbe solo pochi multimilionari? È il mistero su cui Tassare i milionari di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2026) prova a far luce. Di seguito un’anticipazione.


Ci vorrebbe, è il cavallo di battaglia di un amico torinese molto intelligente, «un Mont Pèlerin della sinistra». Che non è tanto la località sul lago di Ginevra ma il luogo dove, correva il 1947, l’economista austriaco Friedrich Hayek convocò Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper per fondare la Mont Pelerin Society. Con il compito di rilanciare il liberalismo e l’effetto pratico di fondare il neoliberalismo che è stata la (funesta) ideologia dominante dagli anni 80 a oggi. Ricordate l’accorato appello di George Lakoff? Inventarsi frame nuovi, nuove parole chiave, non è lavoro né di un giorno né di un anno. Ci vogliono decenni di semina tenace, come quelli trascorsi dal primo dopoguerra agli inizi degli anni 80, affinché la predicazione sullo stato minimo, le tasse come furto, l’individualismo come religione si incastrassero come tessere perfette nel puzzle mentale di moltitudini le cui certezze precedenti erano entrate in crisi.

tassare i milionari Riccardo Staglianò
La copertina del libro Tassare i milionari di Riccardo Staglianò © Einaudi

Bisogna fare altrettanto, all’opposto e nella longue durée, se non vogliamo che la destra resti al governo per i prossimi vent’anni. Facendo capire a tutti l’ovvietà che, con parole semplici e cristalline, mi ha consegnato Giuseppe Lanzillotti, un quasi sessantenne milanese diventato povero, pur lavorando, dopo una brutta separazione e gli alimenti da versare a tre figli.

Cosa direbbe a Meloni se gli chiedesse quale misura urgente migliorerebbe la situazione di chi ha una vita economicamente agra? «Le direi che il salario minimo costerebbe poco e sarebbe di gran giovamento per tutti, ricchi compresi, che avrebbero la tranquillità di stare in una società più giusta, quindi meno arrabbiata. Il tutto in cambio di un piccolo ritocco delle tasse per loro che possono permetterselo. Entrate con cui potremmo, che so, offrire i libri scolastici per tutti fino alla terza media. La mensa, magari. O corsi di pallavolo e basket per le famiglie che non possono permetterseli. D’altronde chi pagherà le loro pensioni? I ragazzi di oggi, lavoratori di domani: non sarebbe meglio che, avendo avuto migliori opportunità scolastiche, abbiano anche migliori occupazioni? Alla fine la giustizia sociale conviene». Non mi vengono in mente modi più miti e tuttavia definitivi per dirlo. 

Come si fa a non capire: «Converrebbe anche ai ricchi!»

Lo capisce Giuseppe, perito elettrotecnico, non lo capisce il deputato Luigi Marattin, con laurea, master e dottorato in economia. Uno che posta su X la sua orgogliosa tassonomia: «In Italia abbiamo due coalizioni politiche principali. In quella di centrosinistra, c’è chi vuole aumentare le tasse e chi vuole diminuirle, chi ha fatto il Jobs Act e chi ha fatto un referendum per abolirlo». Lui, ovviamente, sarebbe il centrosinistra che vuole abbassarle, le tasse. È stato tra i centravanti del renzismo che ha di recente abbandonato perché non tollerava nemmeno l’idea, accarezzata da un Renzi in cerca di ricollocamento, di un “campo largo” con Pd, M5S e – peggio ancora – Sinistra Italiana e Verdi. Non lo sfiora il dubbio che, per abbassarle ai poveri e al ceto medio, tocchi alzarle ai ricchi. Altrimenti i conti non tornano. Come sa ogni matricola di scienze delle finanze.

Bisogna, anche se suona come la cosa meno sexy del mondo, ripensare radicalmente il sistema fiscale. Fare una guerra alzo zero all’evasione. Rimuovere le assurde disparità per cui una ricca partita iva paga un terzo delle tasse di un dipendente con lo stesso 730. Ripristinare la Costituzione quando chiede progressività, mentre oggi le 50 mila persone più ricche del paese versano meno di un prof di liceo. Portare le tasse di successione dal livello Botswana a quello europeo. Con tutti i soldi in più che ne verranno fuori si potrà ridurre il peso fiscale che grava sul ceto medio onesto. E mettere risorse nel contrasto alla povertà. Senza mai dimenticarsi di esplicitare a cosa servono le tasse.

Mettere un gran cartello: «Pagato con le tue tasse»

Di quest’ultima cosa mi sono accorto, un discreto numero di anni fa, a Grimsby, località portuale inglese che era stata capofila nel votare Brexit. La zona di gran lunga più allegra e carina del centro era una piazzetta sul cui muretto, se prestavi attenzione, notavi una targa azzurra con tante stellette gialle. Era lì a ricordare che la ristrutturazione l’aveva pagata Bruxelles. Contro cui gli immemori cittadini si erano vittoriosamente espressi per non avere più niente a che fare. Evidentemente la targa aveva dimensioni troppo ridotte.

La prossima volta che si inaugurerà un asilo, una residenza per anziani, una biblioteca, un padiglione oncologico, un centro contro le dipendenze, delle case popolari, un consultorio, vale a dire un piccolo campionario delle tante cose per cui siamo ancora civiltà e non barbarie, suggerisco di mettere un cartello decisamente più grande che reciti «Pagato con le tue tasse». Non basterà per spalancare la finestra di Overton – con cui abbiamo aperto il libro – dal livello inimmaginabile a quello del fatto compiuto. Ma senz’altro farà entrare un refolo d’aria fresca.

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