L’Italia finalmente ha un Piano nazionale per l’economia sociale
Con il Piano nazionale per l’economia sociale, il governo intende inquadrare in modo organico il settore e agevolarlo in termini economici e burocratici
Cosa resterebbe in Italia dei servizi socio-sanitari senza l’economia sociale? E delle attività educative, culturali, sportive dilettantistiche, associative? Chi si occuperebbe di inserimento lavorativo di persone fragili, housing sociale, cura del verde pubblico? Questa breve lista, volutamente non esaustiva, è sufficiente a far capire quanto l’economia sociale – quell’ecosistema formato da cooperative, mutue, associazioni, fondazioni, imprese sociali, organizzazioni di volontariato ed enti filantropici – sia un caposaldo del sistema Paese. Perché, ponendosi come obiettivo il beneficio comune anziché la massimizzazione del profitto, colma quegli spazi lasciati scoperti tanto dallo Stato quanto dal mercato. Lo confermano i numeri. Una recente analisi di Vita.it parla di 450mila organizzazioni, con 1,9 milioni di addetti e oltre 90 miliardi di euro di fatturato. Per avere un metro di confronto, la filiera automotive non arriva a 1,3 milioni di occupati in Italia.
La novità è che, con la manovra finanziaria 2026, l’Italia ha un Piano nazionale per l’economia sociale. Trentotto pagine, 136 punti per «valorizzare le peculiarità del modello italiano con l’obiettivo di promuovere condizioni favorevoli affinché le organizzazioni dell’economia sociale possano prosperare con un impatto trasformativo sulla società». Il Consiglio dell’Unione europea lo aveva chiesto esplicitamente ben due anni fa, attraverso una raccomandazione del 2023, ma la sua gestazione è stata piuttosto lunga. La prima versione, nel suo insieme, sembra soddisfare gli operatori del comparto.
Cosa c’è nel Piano nazionale per l’economia sociale
Nel concreto, il Piano nazionale per l’economia sociale ne definisce innanzitutto il perimetro legale, ricollegandosi alle definizioni adottate a livello internazionale. Scatta una fotografia del settore, fa il punto sulle normative di riferimento e riepiloga le varie politiche pubbliche adottate nel tempo per sostenerlo. Dopodiché, avanza alcune proposte ben precise. Per esempio quella di istituire un’architettura unitaria che coordini tutte le policy sull’economia sociale, assicurandosi che siano coerenti e omogenee tra loro. Servirebbe dunque una struttura amministrativa ad hoc presso il ministero dell’Economia e delle finanze, affiancato da un organismo consultivo permanente composto da rappresentanze dell’economia sociale ed esperti.
In più, il documento propone di ampliare ciò che può essere considerato “servizio di interesse generale”, semplificare le regole per erogare i contributi pubblici e formare le pubbliche amministrazioni affinché le applichino in modo uniforme. Accanto a questo, preme per l’introduzione di misure aggiuntive per sostenere soprattutto i piccoli enti. In materia di fiscalità, chiede di ripristinare l’esenzione totale sugli utili delle cooperative che non possono essere distribuiti, alleggerire l’Irap per il Terzo settore, semplificare le regole su Iva e Imu.
Per rendere la vita più facile agli enti, il Piano nazionale per l’economia sociale propone poi di sforbiciare una serie di ostacoli burocratici. Nello specifico, permettere alle associazioni di evolvere in forme imprenditoriali senza perdere tutele, superare le rigidità dei codici Ateco introdurre misure mirate per i settori in crescita, come cultura, energia rinnovabile, mutuo soccorso e agroalimentare. Infine, chiede che l’economia sociale diventi davvero destinataria strutturale delle politiche regionali e dei fondi europei. Con quote dedicate di risorse, un coinvolgimento più forte nei processi decisionali e formazione mirata per aiutare gli enti ad approfittare degli strumenti disponibili.
La consultazione pubblica e il vero banco di prova, l’attuazione
Secondo Ries (Rete italiana economia solidale), il Piano nazionale per l’economia sociale «si basa su un impianto strutturale solido e ben articolato, che valorizza la ricchezza dei soggetti dell’economia sociale, in termini di competenze, capacità di trasformazione e azione per il bene comune». Ma servirebbe più attenzione per quelle esperienze che nascono dal basso e già oggi dimostrano di funzionare. Come i Distretti di economia solidale (Des) che creano connessioni tra i Gruppi di acquisto solidale (Gas), le aziende agricole e la distribuzione su piccola scala. Ma anche le esperienze di finanza mutualistica come le Mag (Mutue autogestione) e Banca Etica. O, ancora, le valute complementari e locali che, secondo Ries, meriterebbero un inquadramento ad hoc. Ries chiede anche di riconoscere il valore del volontariato come quota di cofinanziamento all’interno dei bandi pubblici, per far sì che i progetti con forte componente volontaria competano alla pari con gli altri.
Quello di Ries è uno dei circa 120 contributi pervenuti durante la partecipatissima fase di consultazione pubblica che si è chiusa a metà novembre. Una volta selezionati e integrati questi contributi, il Piano nazionale per l’economia sociale sarà sottoposto alla valutazione e all’approvazione definitiva degli organi europei competenti. Il passo avanti, insomma, è stato fatto e va nella direzione di quanto chiedono sia le istituzioni europee, sia gli attori del settore. Ma la differenza starà nella capacità di metterlo in pratica.




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