La favoletta dei piccoli reattori nucleari “sostenibili”
I piccoli reattori nucleari di cui si parla da trent'anni non esistono nei Paesi occidentali. E definirli "sostenibili" è un falso ideologico
La propaganda a favore del ritorno al nucleare in cui siamo immersi è piena di immaginette, generate dall’intelligenza artificiale, di piccoli impianti nucleari. Alcuni ministri li hanno descritti come nuove tecnologie sicure da mettere in azienda, se non nel quartiere. Così, nell’opinione pubblica – cui poi si fanno sondaggi falsati a monte – circola un’immagine fatata dei nuovi piccoli reattori modulari (small nuclear reactor, Snr).
È un messaggio completamente falso. Il dibattito sul nucleare in Italia è, infatti, basato su diversi falsi ideologici: che siano piccoli reattori montabili in serie, che siano basati su nuove tecnologie più sicure, che consentano di ridurre i costi. E che siano sostenibili, come recita il decreto legge che dà la delega al governo in materia. Nulla di tutto questo è vero.
In nessun Paese occidentale esistono i piccoli reattori nucleari
Si parla di piccoli reattori nucleari da oltre una trentina d’anni. L’idea è quella di ovviare alla crescita dei costi degli impianti di maggior potenza attraverso molti reattori piccoli e “modulari”, costruendo i pezzi in fabbrica e montandoli in situ. Nei Paesi occidentali questa ipotesi è ancora sulla carta: non esistono small nuclear reactor, nemmeno come prototipi industriali. Anche in Italia il progetto Iris è stato abbandonato per i costi insostenibili.
In Russia, una decina di anni fa, sono stati realizzati due reattori (di II generazione, impresentabili in Occidente) per la propulsione navale. Più recentemente, in Cina, due piccoli reattori per la produzione di calore industriale. Entrambi registrano poche ore di funzionamento l’anno e, ad oggi, non hanno generato una filiera industriale: la cosiddetta “modularità” non esiste nemmeno in Cina.
I piccoli reattori nucleari sono grandi
Per quanto riguarda le dimensioni, le potenze sono nell’ordine dei 3-400 MW, dunque maggiori di quelle di tre dei reattori italiani chiusi in attesa di smantellamento (Trino Vercellese, Latina e Garigliano). Non esattamente oggetti da collocare in un quartiere o in una fabbrica.
A Darlington in Canada a fine marzo è iniziato lo scavo del primo di quattro reattori Bwrx, di fabbricazione nippo-americana, da 300 MW. Lo scavo è profondo trentotto metri e l’edificio reattore sarà alto trentacinque metri. Il costo (a progetto) dei quattro reattori è di oltre 15 miliardi di dollari; vedremo a consuntivo. Si tratta di una cifra che non consentirà mai di produrre elettricità a costi competitivi.
Peraltro, si tratta di una nuova versione di reattori ad acqua bollente: come quello del Garigliano, primo Bwr costruito in Europa da 160 MW, e come quello di Caorso e i tre esplosi a Fukushima. Il nucleare in Occidente è del tutto fuori mercato e nessuno dei progetti (sulla carta) di piccoli reattori ridurrà i costi dell’elettricità. Con Gianni Silvestrini abbiamo fatto una ampia analisi in un volume di recente pubblicazione (L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, Ed. Ambiente, marzo 2026).
Nucleare sostenibile? Il rischio truffa per gli investitori
Che il nucleare sia una fonte sostenibile è assai discutibile. Otto uffici di Greenpeace hanno fatto causa alla Commissione europea per l’inclusione del nucleare nella tassonomia europea, anche sulla base del fatto che il principio do not significant harm non sia applicabile a impianti a rischio di incidente rilevante come quelli nucleari. Il ricorso dell’Austria sul tema è stato respinto, vedremo quelli di Greenpeace.
A quali condizioni il nucleare è “sostenibile”? Attenendoci alla definizione ufficiale della tassonomia europea, questo è possibile solo se lo Stato membro dispone di impianti di smaltimento finale in esercizio per i rifiuti radioattivi a molto bassa, bassa e media attività. In più, lo Stato deve disporre di un piano documentato, suddiviso per fasi dettagliate, per l’entrata in funzione entro il 2050 di un impianto di smaltimento di rifiuti radioattivi ad alta attività.
Com’è noto, dopo oltre vent’anni di attività istituzionale, per il deposito di superficie dei rifiuti a bassa e media attività non è stato definito né il sito né il progetto specifico. Al momento, si prevede che il Deposito per la bassa e media attività sia operativo solo attorno al 2040. Senza nemmeno parlare della gestione a lungo termine dei rifiuti ad alta attività e lunga vita, di cui non esiste alcuna traccia.
Il nucleare all’italiana, al contrario di come recita il decreto legge, è dunque non sostenibile anche nei termini della stessa tassonomia europea. Con un rischio: che venga però venduto come tale. Gli eventuali futuri progetti, se approvati, dovranno infatti essere finanziati per iniziare i cantieri. Includerli come ecosostenibili ai sensi della tassonomia europea sarebbe un altro falso ideologico. E una potenziale truffa.




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