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Niente illusioni sul post Brexit: BoJo vuole mani libere su commercio, diritti e clima

Il Regno Unito targato Johnson: trattative difficili con la Ue sul libero scambio, promesse vaghe su standard sociali e ambientali, oppositori interni epurati, economia traballante

Di Andrea Giannotti
31/01/2020. Nel suo ufficio al n.10 di Downing Street a Londra il primo ministro conservatore Boris Johnson alle 23.00 sancisce ufficialmente l'addio del Regno Unito all'Unione europea. FOTO: Andrew Parsons / No10 Downing Street.

Quando pensavamo che la partita Brexit si fosse finalmente conclusa, ci siamo accorti che forse eravamo solo alle battute iniziali. Il plebiscito delle elezioni di dicembre a favore del leader conservatore Boris Johnson, ora forte di una maggioranza di 80 seggi e di una schiera di 365 deputati fedelissimi, ci ha consegnato infatti un’unica certezza: l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea il 31 gennaio scorso.

L’amaro risveglio di chi pensava a un dietrofront

Si illudeva chi pensava che i britannici potessero ritornare sui loro passi. O che si potesse derubricare Brexit a questione di secondaria importanza. Ci ha provato il laburista Jeremy Corbyn e la scommessa gli è costata carissima. Si dice che non avesse molta scelta, ma i sondaggi privati filtrati regolarmente dal referendum del 2016 a oggi non avevano mai arretrato di un millimetro su quale fosse il sentiment popolare.

Brexit risultati referendum 2016 per contea
I risultati del referendum sulla Brexit del 2016: la mappa mostra il risultato del voto nelle diverse contee. Le aree con le diverse tonalità di blu mostrano una maggioranza, più o meno marcata, a favore della Brexit. Le aree evidenziate in giallo sono quelle in cui ha prevalso il “Remain” nell’Unione europea.

Ora resta da capire quale Brexit prenderà forma in questi 11 mesi che ci separano dal 31 dicembre 2020, termine entro il quale dovrà entrare in vigore un nuovo trattato UK-UE oppure un “no-deal” che di fatto strozzerebbe gli attuali scambi commerciali, riesumando i vincoli tariffari previsti dal WTO. Ipotesi, quella di dazi e barriere, ormai ammessa come quasi certa anche da esponenti del governo britannico, persino in caso di accordo con Bruxelles.

Non è un mistero quali siano le intenzioni del premier britannico: un accordo in tutto simile a quello concluso di recente tra Europa e Canada o, se questo non fosse possibile, uno assai meno ambizioso in stile UE-Australia. In ambo i casi, nessun allineamento con la legislazione UE e libertà di negoziare da subito con altri paesi o blocchi commerciali.

Le minacce di Johnson alla Ue

Il Regno Unito ha già concluso trattati con Svizzera, Sud Corea e Israele, anche se per un volume d’affari stimato pari solo a 2/3 di quello che questi paese hanno già in essere con Bruxelles. Oltre che con l’UE, trattative palesi o riservate sono state avviate nel frattempo con Usa, l’Ex Commonwealth, la Cina, il Giappone e il Mercosur, ma senza smanie di risultati immediati o a qualsiasi costo. Anzi, Unione Europea e Stati Uniti sono stati ammoniti duramente in queste settimane.

«Accordo entro il 31 dicembre 2020 oppure ognuno per la propria strada», è stato il brusco avviso lanciato a Bruxelles. Johnson sa che il Canada-style agreement non è sul tavolo e che per l’Europa l’allineamento normativo e anti-dumping è irrinunciabile, ma ritiene che ci siano interessi troppo forti perché non si arrivi prima o poi a un (buon) compromesso.

Pari fermezza è stata dimostrata di fronte all’Alleato americano: via libera alla cinese Huawei per la costruzione della rete 5G britannica (seppur nelle forniture non-core); confermata la tassa del 2% sui profitti dei giganti del web che entrerà in vigore da aprile; chiusura dell’NHS (il Sistema Sanitario Nazionale) all’ingerenza delle multinazionali USA del farmaco e dell’assicurazione medica; mantenimento degli standard alimentari e bando per il pollo alla clorina statunitense.

I timori di sindacati e mercati

Che non siano solo inevitabili schermaglie negoziali cominciano a pensarlo non solo le forze sociali britanniche ma anche i mercati. La sterlina è scambiata a circa 1,20 contro Euro e 1,30 contro dollaro, intorno ai massimi registrati a dicembre. Ma gli analisti ritengono che al netto di qualche passeggero rialzo, la valuta britannica resterà zavorrata dalle immancabili difficoltà che accompagneranno le trattative. Tanto da far ritenere che il tavolo con l’UE potrebbe addirittura saltare “entro pochi mesi”, secondo quanto sostiene un report filtrato nel fine settimana dell’8-9 febbraio.

Sempre più in allarme le forze sociali. Il no-deal viene visto come il fumo negli occhi sia dai sindacati che dai datori di lavoro riuniti nella Confederation of British Industry, la Confindustria britannica. I primi sembrano certi che il premier voglia rimangiarsi la promessa di convertire in legge le norme sul lavoro e le salvaguardie ambientali europee. I secondi temono che un eventuale “no deal” – o anche solo il rischio che possa concretizzarsi – riduca drasticamente investimenti e scambi, condannando il Paese alla recessione già da quest’anno, mentre sarebbe “imperativo proteggere la crescita”.

Nessuna garanzia su standard verdi

È un fatto che l’Environment Bill, il progetto di legge del Governo sull’Ambiente non contenga ancora alcuna garanzia che il Regno Unito manterrà o supererà gli standard verdi dell’UE in futuro, come assicurato ripetutamente da Johnson. E che in un documento riservato del Ministero dell’Ambiente britannico, finito nelle mani di Unearthed, l’unità investigativa di Greenpeace, figuri tra le priorità negoziali del governo «accrescere i margini di flessibilità per massimizzare le opportunità commerciali con il resto del mondo». Che secondo Unearthed significa: «aumentare le possibilità per il Regno Unito di divergere dagli standard alimentari e ambientali dell’UE in futuro».

E anche la COP26 rischia di finire nel caos

Quanto alla COP26 ospitata quest’anno in partnership da Regno Unito (Glasgow, seconda metà di novembre) e Italia (con due pre-eventi previsti il 28 settembre e il 2 ottobre), il vertice ONU sul clima ha avuto un lancio travagliato.

Alla presentazione dello scorso 4 febbraio nella cornice del Science Museum e alla presenza di un decano dell’Ambiente quale David Attenborough, si sono ascoltati molti annunci a effetto: «entro il 2050 obiettivo ‘zero emissioni’ e dal 2035 bando alla vendita di automobili a benzina o diesel nel Regno Unito». Ma sulla strategia e l’effettiva agenda dell’evento, nulla o quasi.

E non si è trattato solo del licenziamento il 31 gennaio del presidente di COP26, Claire O’Neill, ex ministro dell’Energia, con l’immancabile scia di polemiche al vetriolo: «Boris Johnson ha ammesso di non capire esattamente cosa sia il cambiamento climatico» ha accusato l’esponente Tory esclusa, che ha minacciato ora di fare causa al Governo.

La preoccupazione che serpeggia tra gli addetti ai lavori è che l’organizzazione sia ancora in alto mare e che il suo successo sia a rischio. Stando a indiscrezioni riportate dalla BBC, sembra addirittura che l’incontro potrebbe essere trasferito da Glasgow a Londra perché in Scozia i costi di sicurezza sarebbero molto più alti.

L’onere complessivo approvato dal governo per il Summit era di 250 milioni di sterline, mentre sembra che sia ora più vicino a 450 milioni, senza un budget finale ancora concordato. In realtà pare che dietro questo possibile ripensamento ci siano considerazioni politiche: Johnson avrebbe detto all’ultimo congresso conservatore che «non vuole vedere la First Minister scozzese Nicola Sturgeon nemmeno dipinta vicino alla COP26».

La controversa figura del nuovo capo di COP26

Solo giovedì scorso è arrivata la nomina del nuovo responsabile di COP26, Alok Sharma, figura certo di rango ministeriale – è stato contestualmente designato Business Secretary – ma ritenuta non del tutto provvista dell’esperienza necessaria a gestire i delicati dossier planetari sul clima.

Non verdissimo per altro il suo curriculum quanto a votazioni in aula. Il “Polluters project” del Guardian sostiene che quando si è trattato di appoggiare misure a protezione dell’ambiente in Parlamento, Sharma ha votato a favore solo in due casi su tredici. E che non si tratti proprio di un paladino della sostenibilità, lo si intuisce anche dalla donazione di 15mila sterline ricevuta da Offshore Group Newcastle, azienda che realizza piattaforme per compagnie petrolifere.

L’epurazione dei dissidenti

La nomina di Sharma è avvenuta nell’ambito di quello che qualche osservatore ha definito più un’epurazione che un rimpasto di governo. E che qualche altro ha descritto come un nuovo Massacro di San Valentino: via il Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze ndr.) Sajid Javid, reo di ascoltare troppo i mandarini ministeriali contrari all’iniezione di spesa pubblica promessa dal premier. Sarà sostituito da Rishi Sunak, 39 anni, figlio di immigrati indiani giunti nel Regno Unito negli anni Sessanta e astro nascente Tory, che la stampa però ha già bollato come un “fantoccio” destinato a restare sotto la tutela ferrea dello spietato Dominic Cummings, capo staff di Johnson al numero 10 di Downing street, eminenza grigia dell’esecutivo e vero vincitore di questa tornata di nomine.

Via anche ministri perlopiù stimati ma forse troppo proni al dissenso quali Andrea Leadsom (Sviluppo Economico), Theresa Villiers (Ambiente), Esther McVey (Politiche per la Casa) e Julian Smith (Irlanda del Nord) insieme col Procuratore Generale del Governo, Geoffrey Cox, responsabile dello sciagurato consiglio di sospendere il Parlamento a settembre dello scorso anno; decisione poi ribaltata dalla Corte Suprema, con grave imbarazzo per Johnson.

La congiuntura economica complica i piani di Bojo

In realtà, a complicare i piani del Primo Ministro potrebbe essere soprattutto il deterioramento della congiuntura economica. L’allarme coronavirus giunge solo ad aggravare una situazione già esacerbata da contenziosi e frizioni doganali di ogni tipo.

Si è aggiunta poi da qualche giorno anche la minaccia americana di uscire dal WTO Government Procurement Agreement (GPA), l’accordo internazionale da circa 1,7 trilioni di dollari che consente mutuo accesso alle gare nel settore della pubblica amministrazione di USA, UE, Giappone, Sud Corea, Canada, Norvegia, Messico. Se confermata, questa ipotesi si tradurrebbe in una perdita da 2,8 miliardi di dollari per le imprese europee e britanniche, a fronte di contratti per soli 300 milioni di dollari concessi alle aziende americane.

Da £5 miliardi di surplus a 12 miliardi di deficit?

Sulla base delle previsioni di crescita della Banca d’Inghilterra, il Financial Times ha calcolato a inizio febbraio che l’obiettivo di un surplus di bilancio di 5 miliardi di sterline entro i prossimi tre anni, potrebbe tramutarsi presto in un buco prospettico da 12 miliardi. Il governo sarebbe così obbligato a scegliere tra aumento della pressione fiscale o nuove dosi di austerity.

La preferenza dell’esecutivo è quella di evitare aumenti di tasse e di utilizzare invece il tesoretto da 100 miliardi evocato in campagna elettorale per sostenere la congiuntura. È arrivato forse per questo l’allontanamento del Cancelliere Javid nonché il tanto atteso via libera all’alta velocità ferroviaria che collegherà Londra a Manchester e a Leeds via Birmingham (High-Speed 2). E analoghi progetti “espansivi” potrebbero presto vedere la luce.

Ma il compito che attende il nuovo ministro delle Finanze in vista della presentazione della Legge di bilancio il prossimo 11 marzo, non è semplicissimo. Molto probabilmente il termine slitterà di una o due settimane per consentire una riscrittura (almeno parziale) della manovra. Prima di dimettersi, Javid aveva scritto a tutti i ministri con portafoglio perché suggerissero risparmi del 5% sui loro budget e tagli netti di progetti non prioritari. In ultimo, aveva proposto anche una riduzione dal 40 al 20 per cento degli sgravi fiscali sui piani pensionistici integrativi che avrebbe assicurato 10 miliardi di sterline di extra-gettito. Più una tassa sulle case di pregio. Misure non certamente popolari tra l’elettorato e i parlamentari conservatori e che hanno dato il colpo di grazia al già fragile rapporto con Downing Street.

I ricchi non si toccano. Servizi e welfare sì

Johnson ha messo il veto alle tasse sui ricchi. Non è invece impensabile che sia costretto a procedere con tagli ai servizi o altre tasse per finanziare comunque i piani di spesa. La pensa così il cancelliere ombra, John McDonnell, laburista, per il quale c’è ormai «la prova che l’austerità non è finita». Mentre si va formando un fronte di aperta opposizione alla spesa tra i (pochi) parlamentari Tory dissidenti e in una parte importante dell’establishment conservatore.

All’aspro confronto su tasse e tagli si somma l’incertezza dei negoziati con l’UE in agenda dal 3 marzo prossimo. Che non sarà una passeggiata lo ha fatto intendere chiaramente anche il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian che nel weekend del 15-16 febbraio ha dichiarato che «sarà difficile per la Gran Bretagna raggiungere l’obiettivo di un accordo di libero scambio entro la fine dell’anno» e che su questioni commerciali e meccanismo di regolazione dei rapporti futuri, «Regno Unito e Unione Europea si faranno a pezzi». Intanto le prime a pagare il prezzo della tensione tra le due sponde della Manica sono le caraibiche Isole Cayman, territorio d’Oltremare della Corona, inserito da oggi nella black list europea dei paradisi fiscali.

Il miglior alleato di BoJo: un’opposizione frastornata

Al momento le uniche buone notizie per il premier arrivano forse dal fronte della concorrenza politica. Il successore di Corbyn alla guida del Labour resterà molto probabilmente arroccato su posizioni radicali, almeno stando all’orientamento mostrato dai candidati favoriti. I Lib-Dem sono defunti e ancora in attesa della prossima ciclica resurrezione politica. I centristi sono in difficoltà in ogni paese, non ultimi in Germania e Stati Uniti. Lo Scottish National Party ha raggiunto i limiti organici della propria crescita e resta circoscritto geograficamente. La prospettiva di un distacco della Scozia e dell’Irlanda del Nord non è ancora deflagrata e resta reversibile. L’unico radicalismo che sembra popolare con gli elettori è quello nazional-conservatore. Dopo il rimpasto, il governo è ora un blocco monolitico di fedelissimi della Brexit e del premier. Basterà questo a preservare Johnson per altri cinque anni?

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