Il processo ai social network che potrebbe riscrivere le nostre vite
Entra nel vivo a Los Angeles il processo ai social network accusati di indurre dipendenza nei bambini attraverso algoritmi progettati apposta
È entrato nel vivo il processo che determinerà il futuro dei social network. E il nostro. Non è il primo, e non sarà l’ultimo, ma come vedremo è forse il più importante di tutti. Da tre settimane un tribunale di Los Angeles sta esaminando una causa presentata nel 2023 da una ventenne californiana conosciuta con la sigla K. G. M che accusa diversi social network di averle indotto dipendenza. Dice che i social le hanno provocato ansia, disturbi alimentari, dismorfismo corporeo, depressione e tendenze suicide. La sua dipendenza è cominciata quando si è iscritta a YouTube, a soli 8 anni. È aumentata quando ha creato il suo primo account su Instagram a 9 anni. E si è trasformata in una patologia quando ha scoperto TikTok a 10 anni e poi si è iscritta a Snapchat a 11.
La causa intentata a Los Angeles fa parte di un pacchetto di oltre milleduecento altri casi, e il suo esito indirizzerà le future decisioni delle varie corti statali e federali degli Stati Uniti. Le testimonianze sono quelle delle migliaia di ragazzine e ragazzini la cui vita è stata peggiorata dalle piattaforme. O quelle dei genitori, quando i figli sono morti o si sono suicidati a causa dei problemi di salute mentale derivati dall’uso compulsivo dei social network. Il punto decisivo dell’accusa infatti è che non solo sui social network non funzionano i filtri obbligatori per proteggere i bambini. Ma che le piattaforme che gestiscono i social network puntano consapevolmente proprio su questa fascia di età. Per adescare i clienti fin da bambini, imprigionarli nei loro algoritmi e non lasciarli uscire mai più.
Il processo ai social network potrebbe diventare storico come quello all’industria del tabacco
Gli esperti hanno paragonato il processo in corso a Los Angeles a quelli che negli anni Novanta cominciarono ad accusare l’industria del tabacco di nascondere le conseguenze negative sulla salute dell’uso delle sigarette e la dipendenza che il fumo generava. Perché anche nelle cause contro i produttori di tabacco, documenti interni rivelarono programmi e tecniche di marketing mirati sugli adolescenti. È il motivo per cui questo potrebbe essere un processo di importanza storica. Perché non tocca i contenuti che si pubblicano sui social network, che negli Stati Uniti sono protetti da tutta una serie di leggi che si rifanno alla libertà di espressione. A essere messa sotto accusa qui è la struttura vera e propria intorno a cui si articolano le piattaforme. Il codice, l’algoritmo, il cuore di tenebra del tardo capitalismo finanziario.
Tra accordi extragiudiziari, colpi di scena, whistleblower, testimonianze scomode e balbetti imbarazzati di Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook e Meta sul banco degli imputati, gli inviati del New York Times hanno parlato di «scene da film» in aula. Se i giurati dovessero stabilire che i social network sono stati progettate appositamente per indurre dipendenza, le piattaforme potrebbero dover affrontare una valanga di risarcimenti miliardari. Ma non solo. L’esito di questo processo e di tutti i processi che seguiranno, in caso di una condanna a Los Angeles, promettono infatti di riscrivere le regole della responsabilità legale delle piattaforme. E potrebbero contribuire a rivoluzionare le regole sugli algoritmi che le governano. E che governano le nostre vite. Il verdetto della giuria è atteso per fine mese.
Ne parliamo nell’ultimo episodio di Unchained – storie di ordinario capitalismo selvaggio, il nostro podcast settimanale. Ascolta qui tutte le puntate!



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