Le proprietà straniere e il sottosuolo dostoevskijano del calcio italiano

Dagli anni Venti la tendenza delle proprietà straniere è quella di comprare sempre più in basso nella catena alimentare del calcio italiano

Una statua dello scrittore russo Fëdor Mikhailovič Dostoevskij © Gattus/iStockPhoto

Sono ricominciati i campionati professionistici di calcio maschile. In alto, si fa per dire, la Serie A è diventata un cimitero per elefanti. Ex glorie sul viale del tramonto che vengono a svernare in un campionato talmente lento che si avvicina al calcio camminato. Il gioco adatto ai pensionati caro all’ex tecnico Renzo Ulivieri. O ancor peggio un’isola di ex famosi, con calciatori acquistati perché il loro nome anni fa poteva significare qualcosa. In mezzo, ovvero in Serie B, si moltiplica il numero di carneadi necessario solo al player trading, senza alcuna prospettiva di futuro. In coda, in Serie C, continuano a fallire squadre a ripetizione. O a essere salvate e poi penalizzate.

Eppure, in questo desolante panorama, continuano copiosi gli investimenti di misteriose proprietà straniere. Holding con sedi nei paradisi fiscali e labirintiche scatole cinesi che per comodità siamo abituati a chiamare fondi finanziari. La cosa, pur se controintuitiva, ha in realtà un suo senso. A queste realtà finanziarie interessa muovere soldi. E che siano i miliardi della Premier League o i milioni del calcio italiano non fa alcuna differenza. Anzi, in basso spesso si aprono opportunità. Meno controlli. Maggiori possibilità di chiudere tutto, prendere i soldi e scappare, senza il timore di grandi rivolte sociali. E infatti dagli anni Venti la nouvelle vague delle proprietà straniere punta sempre più in basso nella catena alimentare del calcio italiano.

Negli anni Dieci le proprietà straniere interessano le grandi squadre

Negli anni Dieci erano le presunte grandi come Milan, Inter e Roma a passare nelle mani di varie entità più o meno finanziarie, chiamate per comodità proprietà straniere. Da Silvio Berlusconi a Yonghong Li e poi a Elliott Capital Management il Milan. Passa invece da Unicredit a Fenway Sports Group (leggi Di Benedetto) e poi al Raptor Fund (leggi James Pallotta) la Roma. Da Massimo Moratti a Tnt Group (leggi Thohir) e poi a Suning Holdings Group (leggi Zhang) l’Inter. In quel decennio passano di mano anche la Fiorentina, da Della Valle alla Columbia Soccer Ventures LLC (leggi Comisso). E il Bologna alla società lussemburghese BFC 1909 Lux Spv SA (leggi Saputo).

Negli anni Venti passano di nuovo di mano le presunte grandi di cui sopra. Nel 2020 la Roma dal Raptor Fund al Romulus and Remus Investments LLC, (leggi famiglia Friedkin anche se, come raccontato su Valori, si tratta di una proprietà finanziaria speculativa). Nel 2022 di nuovo il Milan da Elliott a RedBird Capital Partners. E l’Atalanta dove entra in maggioranza il fondo Bain Capital. Fino al 2024 quando, con la famosa escussione del pegno di Suning, l’Inter diventa di proprietà di Oaktree Capital Management. Ma questi sono movimenti inerziali. Dagli anni Venti i veri investimenti finanziari del calcio italiano sono nelle profondità del sottosuolo dostoevskijano del pallone.

Ma oggi guardano al sottosuolo dostoevskijano del pallone

Nel 2020 il Parma passa dalla cordata di imprenditori locali Nuovo Inizio alla holding Krause Group. E subito retrocede dalla Serie A alla B. Il Padova, allora in Serie C, va alla holdings lussemburghese J4A. Oggi è stato promosso in Serie B, e messo in vendita. Nel 2021 il Genoa, in Serie A, passa da Preziosi a 777 Capital Partners. E poi retrocede in B. Dopo il fallimento del fondo americano, oggi è in mano al curioso imprenditore romeno Dan Sucu. Nel 2021 il Pisa, allora in B, diventa controllato da Pamplona Capital Management. E lo stesso anno la Spal, sempre in B, diventa di proprietà dell’avvocato Joe Tacopina. Personaggio incredibile, è un gestore di soldi altrui già passato per i consigli di amministrazione di Roma, Bologna e Venezia. Non tutte le esperienze sono finite bene, alcune malissimo. Come quella della Spal appunto, che a giugno non è stata iscritta la campionato di C e quindi è fallita.

Ancora nel 2021 comincia il balletto dello Spezia: prima da Volpi al Westchester South Investments LLC dei Platek. Salvo passare di nuovo di mano nel 2025. Prima dal fondo americano a quello australiano FC32 Global Holdings per la considerevole ci fra di un euro. Sì, avete capito bene, una squadra di calcio di Serie B venduta a un euro. E poi pochi giorni dopo al fondo di private equity Equality Asset Management di Thomas Roberts. Nel 2022 il Palermo reduce dal fallimento è preso dal City Football Group. Dal 2022 al 2024 l’Ancona, in Serie C, passa nelle mani di un imprenditore malese. Poi fallisce. Nel 2023 la Sampdoria, appena retrocessa in Serie B, passa da Ferrero alla Gestio Capital Ltd di Radrizzani e Manfredi. Nel 2025 è salvata dalla retrocessione e dal fallimento.

Proprietà straniere e profondità della catena alimentare del pallone

Sempre nel 2023 la Triestina, in Serie C, passa a LBK Capital LLC. Lo stesso anno, sempre in C, l’Olbia diventa di Swiss Pro Promotion. E a dispetto del nome retrocede. Lo scorso anno la Juve Stabia, neopromossa in Serie B, diventa di Brera Holding. Si muove anche la media e bassa Serie A, certo. Nel 2025 l’Hellas Verona va a Presidio Investors e il Monza (poi retrocesso) a Beckett Layne Ventures.

Ma quello che salta agli occhi quindi, osservando i passaggi di proprietà del calcio italiano nelle mani delle cosiddette proprietà straniere (holding, fondi, veicoli finanziari) è proprio la tendenza di questi ultimi di acquistare sempre più in basso nella catena alimentare del pallone. Perché oramai è chiaro. Il pallone è un business dove vincere è l’ultimo dei pensieri. E fare gol non serve a niente.

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