Quella contro i data center è una battaglia per chi possiede il futuro
Negli Stati Uniti l'ondata di proteste contro i data center ha bloccato progetti dal valore di quasi 100 miliardi di dollari nel 2025
Negli Stati Uniti l’ondata di proteste contro i data center continua a crescere. Avevamo già raccontato della rivolta della comunità di Fayetteville, in Georgia, contro la costruzione di un enorme impianto (10 bunker per un totale di più di 250 ettari). Il 2025 è stato l’anno in cui le proteste sono esplose in diversi Stati. Ne è nato un movimento coordinato che sta portando alla cancellazione o al blocco di diversi progetti miliardari.
Secondo Data Center Watch, nel 2025 le proteste sono cresciute del 125% e grazie alle opposizioni locali sono stati arrestati o soppressi progetti del valore di circa 98 miliardi di dollari.
Le ragioni delle proteste contro i data center
Il fenomeno delle proteste contro i data center non ha un colore politico. Le nuove strutture sono state contestate in territori già industrializzati, in aree rurali, in comunità repubblicane tanto quanto democratiche, e da segmenti di popolazione dalle più disparate estrazioni sociali.
Le ragioni della protesta sono legate al modello estrattivo che sta dietro l’imposizione di questi impianti. Gli enormi bunker dove dovrebbero essere stipati i server hanno consumi energetici molto elevati, che spesso richiedono il potenziamento delle reti locali. Per finanziare questi interventi, in diversi casi, le società elettriche stanno aumentando le tariffe per i residenti. Ci sono poi il consumo e l’inquinamento di risorse come suolo e acqua, ma anche l’inquinamento acustico generato dal funzionamento delle ventole di raffreddamento che, in alcune zone, è diventato insostenibile.
Tutto questo, denunciano le comunità, senza apportare benefici diretti al territorio. Sono sempre di più le proteste delle amministrazioni che sottolineano che, a fronte di importanti agevolazioni fiscali, i data center creino un numero irrisorio di posti di lavoro stabili. E proprio il conto economico è un altro punto sollevato dalle comunità, preoccupate che anche l’intelligenza artificiale si riveli una bolla che, una volta scoppiata, lascia sui territori macerie sociali, ambientali e fisiche, con strutture costosissime di grandi dimensioni difficili da riqualificare.
Dagli incentivi alle moratorie: il caso Michigan
La protesta si è diffusa in diversi Stati e gode spesso del supporto delle amministrazioni locali, anche di quelle che, all’inizio, hanno visto i data center come un’opportunità.
Come accaduto in Michigan, dove alla fine del 2024 sono state promosse agevolazioni fiscali per gli sviluppatori disponibili a investire almeno 250 milioni di dollari e assumere trenta persone soddisfacendo una serie di requisiti. Da lì sono piovute proposte in una dozzina di comunità. Immediata la levata di scudi dei residenti che, in almeno diciannove aree dello Stato, hanno approvato o proposto moratorie allo sviluppo dei data center. Il tema è diventato centrale in campagna elettorale. Un sondaggio promosso da una testata locale ha raccolto l’opinione di più di 130 lettori che hanno affermato che i candidati della tornata elettorale 2026 dovranno esprimersi sulla questione.
Le amministrazioni, incalzate dalla cittadinanza, stanno correndo ai ripari stabilendo limiti su dove, come e quando costruire o far operare le strutture. Intanto è nata una coalizione che chiede una moratoria statale e la cancellazione delle agevolazioni fiscali. Gli amministratori locali stanno costruendo la resistenza alla pervasività degli impianti attraverso una serie di espedienti per evitare di violare la legge statale sulla zonizzazione esclusiva, la norma, cioè, che vieta loro di non consentire l’uso dei territori per cui esiste una comprovata necessità. I governi possono però aggirare il divieto attraverso norme di tutela della salute pubblica, della sicurezza e del benessere che pongano troppi vincoli per i data center, come limiti al rumore o alla luce notturna o all’altezza o alla superficie degli edifici.
Geografia di una resistenza trasversale
La protesta ha fatto capitolare anche la Virginia. Nello scorso settembre il consiglio dei supervisori della contea di Prince William ha negato per la prima volta l’autorizzazione per un campus di data center. Il progetto prevedeva la costruzione di 37 strutture che avrebbero coperto un’area pari al doppio dell’estensione di Central Park. Per realizzarlo, servono un cambio di destinazione urbanistica e un permesso speciale per costruire fuori dalla zona riservata dalla contea ai data center.
In Arizona è l’acqua il grande tema sul piatto. In un’area già caratterizzata dalla scarsità idrica, cittadine e cittadini protestano contro il progetto di Amazon Web Services “Project Blue”. Collocato nel deserto di Sonora, poco fuori Tucson, il capannone consumerebbe milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento degli impianti, utilizzando generatori diesel. Anche a Phoenix, dove si concentra gran parte dei data center dello Stato grazie agli incentivi fiscali, sta crescendo l’opposizione locale. Così come nel Missouri e in Indiana. A Memphis, nel Tennessee, le proteste contro i data center hanno preso di mira uno dei supercomputer più grandi del mondo – costruito da xAI di Elon Musk – per il peggioramento della qualità dell’aria legato al funzionamento a metano delle turbine dell’impianto.
Tutti contro i data center, Trump contro tutti
L’opposizione alla costruzione di data center e le proteste per bloccare o cancellare nuovi progetti si stanno diffondendo in molti Stati. A dicembre 2025 una coalizione di più di 230 gruppi ambientalisti ha inviato una lettera al Congresso nella quale ha chiesto una moratoria nazionale in attesa dell’approvazione di norme chiare sul consumo di acqua ed energia.
La preoccupazione è più che concreta. Gli ultimi cinque anni hanno già visto i prezzi dell’elettricità, nelle zone in cui i data center sono concentrati, aumentare del 250%. Le previsioni di uno studio dell’organizzazione Food&Water Watch affermano che tra il 2023 e il 2028 la domanda energetica dei data center triplicherà e l’intelligenza artificiale arriverà a consumare elettricità pari a quella utilizzata da 28 milioni di famiglie americane. Le previsioni sul consumo idrico indicano che, sempre entro il 2028, la domanda di acqua pulita per il raffreddamento dei data center sarà pari a quella di 18 milioni di famiglie, spesso in aree in cui l’accesso all’acqua è già un problema rilevante.
L’amministrazione Trump, dal canto suo, spinge per la deregolamentazione del settore e la costruzione di nuovi data center, nonostante l’opposizione di esponenti repubblicani. Sono tanti, a partire da Bernie Sanders, i politici che appoggiano le proteste e premono per frenare lo sviluppo incondizionato di data center. Nel 2025 sono state presentate almeno 238 proposte di legge in tutti e 50 gli Stati. In 21 di questi ne sono già state approvate più di 40. Gran parte delle norme riguarda il consumo energetico, ma in almeno 14 Stati sono state approvate moratorie sullo sviluppo dei data center.
Oltre la Silicon Valley: la battaglia per decidere chi possiede il futuro
A rispondere alle proteste della popolazione con azioni concrete, fino a ora, sono stati soltanto politici locali. Da un lato le comunità residenti, dunque, e i loro rappresentanti politici. Dall’altro un gruppo di giganti. Il presidente degli Stati Uniti, innanzitutto, ma intorno a lui la corte che gli garantisce un supporto granitico. In questo momento la battaglia, tra chi si oppone ai data center, è percepita come l’opposizione della gente comune alla Silicon Valley, la contrapposizione tra gli interessi collettivi di piccole comunità e quelli individuali di alcune delle persone più ricche e potenti del mondo. Le proteste per i data center, quindi, aprono l’ennesimo spazio di conquista di argini democratici.
È una battaglia materiale, che parla di risorse e di energia, ma interroga anche sullo sviluppo tecnologico e sui suoi limiti, su cosa voglia dire futuro e chi debba deciderlo.




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