Repubblica Democratica del Congo, nuovi studi confermano l’inquinamento delle miniere di rame e cobalto
L'estrazione di minerali strategici per la transizione ecologica ha un pesante costo ambientale e sanitario. E le comunità sono tenute all’oscuro
Nella Repubblica Democratica del Congo le miniere di cobalto e rame continuano a inquinare acqua, aria e suolo. Secondo quanto ricostruiscono studi recenti realizzati da Source International e dall’Università di Lubumbashi, nelle aree vicine ai principali siti minerari del Paese si registra un inquinamento sistematico che compromette la salute delle comunità.
La Repubblica Democratica del Congo fornisce significative quantità di rame e oltre il 70% del cobalto mondiale, essenziale per le batterie dei veicoli elettrici e per altre tecnologie legate all’energia “verde”. Nel Nord globale queste materie prime sono considerate strategiche per la transizione energetica. Ma nella Repubblica Democratica del Congo la loro estrazione contamina fiumi e laghi, peggiora le condizioni di salute e compromette l’agricoltura e la pesca.
Le ricerche sono state realizzate attraverso le analisi della qualità dell’aria, il monitoraggio di acqua e sedimenti e la raccolta di testimonianze sul campo. Le indagini sono state condotte in otto comunità che si trovano all’interno oppure nei pressi delle città di Kolwezi e Fungurume, nella provincia di Lualaba, vicino a grandi operazioni minerarie industriali. In particolare, si tratta di Tenke Fungurume Mining, controllata dal gruppo minerario cinese Cmoc Group; Compagnie Minière de Musonoie Global Sas (Commus), controllata dal gruppo cinese Zijin Mining e Mutanda Mining, gestita dalla multinazionale anglo-svizzera Glencore.
Le concentrazioni di particolato fine nell’aria superano fino a sei volte i limiti di sicurezza
Le analisi mostrano che le concentrazioni di particolato fine (PM2.5 e PM10) nell’aria, derivanti dalle attività delle miniere, hanno superato le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). In alcuni casi hanno superato fino a sei volte i limiti di sicurezza. «Nei molti anni in cui abbiamo monitorato l’inquinamento nei siti minerari industriali in tutto il mondo, questi sono tra i risultati più preoccupanti sulla qualità dell’aria che abbiamo documentato», dichiara Flaviano Bianchini, direttore esecutivo di Source International.
«La polvere porta l’inconfondibile impronta chimica dei residui minerari industriali. Una valutazione sanitaria urgente e indipendente non è solo una raccomandazione: è una necessità», continua. Nonostante nella Repubblica Democratica del Congo siano vigenti standard sulla qualità dell’aria, non esiste una regolamentazione nazionale efficace. Inoltre le compagnie minerarie fanno spesso riferimento ai parametri sudafricani, che sono meno rigorosi delle linee guida dell’Oms.
Le persone respirano aria contaminata e denunciano gravi problemi di salute
Le particelle di PM2.5 e PM10 sono dannose a causa delle loro piccole dimensioni. Il particolato fine PM2.5 penetra in profondità nei polmoni ed entra nel flusso sanguigno, trasportando metalli tossici tra cui appunto cobalto, rame e manganese. Classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeno, il PM2.5 può provocare anche malattie cardiovascolari e respiratorie. Le comunità accanto alle miniere sono esposte a livelli pericolosi di aria tossica in modo continuativo con effetti sulle loro condizioni di salute. Chi vive nelle zone interessate dice di soffrire di tosse persistente, epistassi, irritazione agli occhi e mal di testa. Le donne denunciano aborti spontanei, alterazioni del ciclo mestruale e problemi di salute riproduttiva.
«Molto tempo fa, l’aria era buona. Ora quando ti svegli, senti dolore al naso e ti fa male la testa», si legge in una testimonianza raccolta nei report. «Quando hanno iniziato le operazioni, abbiamo notato che i nostri raccolti si stavano seccando. Anche le nostre gole erano secche. All’inizio non sapevamo perché. Lo abbiamo capito col tempo», emerge da un’altra testimonianza. I bambini sono tra i gruppi più esposti agli effetti dell’inquinamento atmosferico. Emblematica è la condizione in cui si trova la Galaxy School di Musonoie, situata a meno di 500 metri da una grande discarica di sterili collegata alle attività della miniera gestita da Commus. Gli studenti e il personale ogni giorno trascorrono ore in un ambiente insano con concentrazioni giornaliere di PM2.5 e PM10 che superano ampiamente quanto raccomandato dalle linee guida internazionali.
Livelli preoccupanti di rame e cobalto nei laghi e nei fiumi della Repubblica Democratica del Congo
L’inquinamento colpisce le acque superficiali e sotterranee, oltre che il suolo. Secondo quanto riportato dagli studi, il rame, il cobalto e il manganese sono presenti a livelli pericolosi ed elevati, in molti casi oltre dieci volte le concentrazioni medie registrate in Europa. Nel fiume Kelangile, che interessa un’ampia area geografica, l’accumulo di sedimenti contaminati da metalli è definito una “bomba chimica a orologeria” tale che, se non verrà affrontata, continuerà ad avere effetti sulle future generazioni.
«I fiumi e i laghi della regione del Grande Katanga sono le prime vittime dell’attività mineraria industriale, insieme alle comunità che vi dipendono. Queste evidenze si stanno accumulando da decenni», spiega Célestin Banza Lubaba Nkulu, docente della facoltà di medicina dell’Università di Lubumbashi. La contaminazione dell’acqua danneggia la pesca e l’agricoltura. «Prima pescavamo e coltivavamo, ma l’acqua non è più buona», sono alcune delle denunce contenute nei report. I residenti descrivono raccolti che non producono più, banani completamente seccati e alberi che non danno frutti.
Le comunità locali restano all’oscuro sui rischi sanitari e non vengono ascoltate dalle autorità
Le comunità affermano di aver sollevato ripetutamente queste preoccupazioni con le aziende, i ministeri e le autorità. Denunciano di non essere state ascoltate o di avere ricevuto risposte sbrigative. Secondo quanto previsto dalla legge della Repubblica Democratica del Congo, le compagnie minerarie sono tenute a monitorare la qualità dell’aria e dell’acqua e a riferire regolarmente i risultati alle autorità governative competenti.
Chi vive vicino alle fonti di inquinamento, però, segnala di non essere mai stato aggiornato sui risultati dei monitoraggi. Un meccanismo consolidato del silenzio impedisce alle comunità di comprendere i rischi reali cui sono sottoposte, mentre limita le responsabilità delle aziende. Ad oggi mancano sia le bonifiche sia le risorse e le infrastrutture che permetterebbero di applicare le norme in modo efficace.
«Le comunità che vivono accanto a queste miniere stanno pagando il prezzo delle ambizioni energetiche pulite del mondo con la loro salute, i loro raccolti e i loro fiumi», afferma Emmanuel Umpula, direttore esecutivo di Afrewatch, una delle organizzazioni che ha preso parte alle ricerche. «Ce lo raccontano da anni, e ora la scienza conferma ciò che dicevano. È il momento che le aziende agiscano e che il governo della Repubblica Democratica del Congo faccia la sua parte per far rispettare le leggi ambientali».




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