Chi decide cosa curare? Ebola e il mercato della salute globale
Vittorio Agnoletto spiega come Big Pharma e le logiche di profitto decidono quali malattie curare e quali ignorare
A metà maggio 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato emergenza sanitaria internazionale il focolaio di Ebola scoppiato nella provincia dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, rapidamente estesosi all’Uganda. Al 27 maggio si contavano 129 casi confermati, oltre mille sospetti e 246 morti accertati, con trasmissione avvenuta lungo corridoi minerari e commerciali ad alta mobilità e in zone di conflitto. Il focolaio è causato dalla variante Bundibugyo per la quale non esistono vaccini né trattamenti approvati, a differenza di quelli sviluppati per la variante Zaire.
In un mondo sempre più interconnesso, la salute è diventata il terreno di uno dei conflitti più profondi della nostra epoca. La recente crescita dei contagi di Ebola è solo l’ultimo caso paradigmatico di un sistema diseguale. Da un lato c’è il diritto universale alla cura, sancito anche dalla nostra Costituzione; dall’altro la logica del profitto, incarnata da Big Pharma.
Perché lo strapotere di Big Pharma entra in contrasto con il diritto alla cura
Mentre la globalizzazione permette a merci, persone e agenti patogeni di circolare senza confini, l’accesso ai farmaci e alle cure rimane prigioniero di un sistema di governance dominato da pochi grandi attori privati. Di conseguenza, è gestito secondo logiche che spesso ignorano i bisogni reali delle persone, specialmente nel Sud del mondo. Questo paradosso trasforma la sanità in un business miliardario, secondo solo a quello delle armi, rendendo il sistema strutturalmente incapace di prevenire crisi globali e alimentando una subalternità politica che mette a rischio la tenuta dei servizi pubblici.
Sulle loro ricadute concrete di questo sistema abbiamo intervistato Vittorio Agnoletto, medico, esperto di sistemi sanitari e autore della newsletter Diritti in salute. Agnoletto ha recentemente pubblicato L’industria della salute, il nuovo libro in cui analizza come la finanza e Big Pharma abbiano occupato lo spazio del diritto alla cura e quali strategie siano necessarie per invertire questa rotta.
Recentemente si è tornati a parlare di Ebola e del panico internazionale per i nuovi contagi. Perché, nonostante la conoscenza di virus come questo o l’Hantavirus, la governance sanitaria globale sembra fallire nel prevenirli?
Il problema risiede nel fatto che la salute è stata trasformata in un mercato regolato dal profitto. Patologie come Ebola, malaria o dengue sono considerate “malattie dimenticate” perché colpiscono principalmente il Sud del mondo. Prendiamo l’Hantavirus. Anche se noto da anni, non si è investito in vaccini perché ha un mercato ridotto e colpisce fasce di popolazione e aree del Pianeta che non garantiscono ritorni economici significativi. Sono i privati a detenere il monopolio di gran parte della ricerca. È nel loro interesse investire solo dove c’è un guadagno sicuro per gli azionisti, ignorando i bisogni reali di miliardi di persone.
Per evidenziare questo paradosso basta sapere oggi che l’Organizzazione mondiale della sanità, a fianco di quelli istituzionali provenienti dagli Stati, accetta anche finanziamenti privati “legati”. Significa che sono i donatori a decidere le priorità di intervento. E spesso privilegiano patologie ad alta visibilità mediatica nel mondo ricco, a scapito di altre crisi sanitarie.
Lei ha scritto un libro in cui approfondisce il modo in cui il diritto alla cura sia subordinato a logiche commerciali. Chi governa effettivamente l’industria della salute nel mondo oggi?
In Occidente la produzione farmaceutica è quasi totalmente privata e nelle mani di una decina di aziende, la cosiddetta Big Pharma. Il pubblico spesso finanzia la ricerca di base, ma poi le multinazionali acquistano i risultati, sviluppano i trial e ottengono brevetti che durano vent’anni. Questo permette loro di stabilire i prezzi in regime di quasi monopolio. Esiste una tale subalternità politica che, quando il Parlamento europeo ha ipotizzato la creazione di un’azienda farmaceutica pubblica europea, l’intervento delle lobby ha fatto sparire l’argomento dall’agenda politica della legislatura 2024-2029.
Quali sono le ricadute concrete di questo sistema in Italia?
Gli effetti sono drammatici. Circa il 90% delle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è ormai privato, gestito da multinazionali e grandi fondi finanziari che spesso non hanno alcuna esperienza sanitaria specifica. Anche per quanto riguarda i farmaci mostriamo una subalternità estrema. Durante la pandemia l’Ufficio italiano brevetti e marchi, collocato all’interno dell’allora ministero dello Sviluppo economico, ha prolungato alcuni brevetti di Pfizer, Moderna e AstraZeneca oltre i vent’anni previsti dagli accordi internazionali Trips sulla proprietà intellettuale. Non è credibile che questo sia avvenuto senza che il ministero della Salute e la presidenza del Consiglio ne fossero informati.
Ma anche la quotidianità di chi ha a che fare con il Servizio sanitario mostra questa degenerazione. Il cittadino vive il dramma delle liste d’attesa. Il privato convenzionato spesso offre, nello stesso reparto e con gli stessi medici, sia prestazioni col servizio pubblico (con attese lunghissime) sia prestazioni a pagamento. E ovviamente cerca di spingere i cittadini verso queste ultime. Le regioni e le Asl (in Lombardia Ats) dovrebbero controllare come agisce il privato convenzionato con la sanità pubblica ma questo, tranne poche eccezioni, non avviene.
Esistono modelli alternativi?
I modelli alternativi esistono. Cuba ha prodotto l’unico vaccino pediatrico specifico contro il Covid, non a mRNA, ma non ha potuto commercializzarlo in Europa a causa dell’”ostracismo” sistematico attivato dai governi europei e dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema). C’è poi il caso del Corbevax, un vaccino efficace – sempre contro il Covid – creato da un team del Texas Children’s Hospital guidato dalla ricercatrice italo-honduregna Maria Elena Bottazzi, che ha rinunciato al brevetto regalandolo all’umanità al costo di soli due dollari. Anch’esso, però, non è entrato nel mercato occidentale.
Come si potrebbe intervenire per cambiare questo sistema?
Abbiamo diverse proposte sul tema. Stiamo provando, anche se non è facile, con una legge d’iniziativa popolare che mira a rafforzare il Servizio sanitario nazionale anche portando i finanziamenti al 7,5% del prodotto interno lordo (Pil), con i fondi aggiuntivi destinati esclusivamente al pubblico. Si potrebbero così, tra l’altro, aumentare gli stipendi agli operatori sanitari per rendere il servizio pubblico nuovamente attraente.
In generale però bisogna intervenire sul rapporto pubblico-privato: deve essere il pubblico a mappare i bisogni e a controllare il privato. E a livello comunitario è necessario creare un’azienda farmaceutica pubblica europea per spezzare il monopolio dei brevetti.
Lei definisce l’attuale gestione sanitaria “suicida” in un mondo globalizzato. Qual è il paradosso che stiamo vivendo?
Viviamo in un mondo dove merci e persone circolano globalmente, ma pretendiamo di gestire la salute come un mercato chiuso basato sul profitto aziendale. Non capiamo che, in un sistema globalizzato, se un agente infettivo si sviluppa nel Sud del mondo arriverà inevitabilmente anche da noi. Il nostro modello di sviluppo abbatte le barriere naturali, rendendo le zoonosi sempre più frequenti. Delegare la ricerca e la distribuzione dei farmaci al mercato significa restare senza difese comuni, mettendo a rischio l’intera umanità.




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