Stati Uniti, i repubblicani vogliono vietare le climate litigation contro le società petrolifere
Una proposta di legge a firma repubblicana protegge Big Oil dalle climate litigation, bloccando le nuove azioni legali e annullando quelle esistenti
Con i danni del riscaldamento globale sempre più gravi e vicini, negli ultimi dieci anni si è fatta avanti una strategia per obbligare i governi a prendere sul serio la crisi climatica e inchiodare i colossi dei combustibili fossili alle proprie responsabilità: quella delle climate litigation. Le azioni legali per il clima talvolta possono sembrare battaglie di Davide contro Golia perché nascono dal basso, da attivisti ed enti locali. Ma evidentemente danno fastidio. Lo dimostra il fatto che i membri repubblicani del Congresso statunitense ad aprile abbiano presentato un disegno di legge per bloccarle.
Cosa prevede la proposta di legge contro le climate litigation
Diversi Stati americani hanno già introdotto provvedimenti che proteggono le compagnie petrolifere dalle azioni legali che cercano di riconoscere le loro responsabilità per l’aumento delle emissioni. Oklahoma, Tennessee e Utah hanno già approvato misure simili, la Louisiana ne sta valutando una. Ora l’iniziativa si sposta sul piano federale. La deputata del Wyoming Harriet Hageman e il senatore texano Ted Cruz, infatti, hanno presentato un disegno di legge chiamato Stop Climate Shakedowns Act.
La proposta vieta le climate litigation contro le aziende coinvolte in qualsiasi fase della filiera dei combustibili fossili. Oltre a impedire di presentarne altre, impone l’archiviazione immediata di tutte le cause già in corso. La definizione di climate suit è molto ampia: include sia le azioni che chiedono risarcimenti o sanzioni per danni passati e futuri legati ai cambiamenti climatici, sia quelle basate su accuse di marketing ingannevole, omissioni informative o tentativi di minimizzare gli impatti dei combustibili fossili.
Il testo prevede anche di annullare le cosiddette climate superfund laws, già approvate da Stati come New York e Vermont, che applicano il principio “chi inquina paga” obbligando le aziende fossili a contribuire ai costi dell’adattamento climatico. Inoltre ribadisce che la regolazione delle emissioni di gas serra spetta esclusivamente al governo federale, riducendo ulteriormente il margine d’azione degli Stati, spesso più ambiziosi.
Un attacco alla scienza per fare un regalo a Big Oil
Questa prospettiva ha scatenato l’entusiasmo delle compagnie petrolifere. Attraverso una nota congiunta, l’American Petroleum Institute e l’American Fuel & Petrochemical Manufacturers ringraziano Cruz e Hageman per «aver presentato una legge volta a fermare il crescente mosaico di leggi statali e cause legali che minacciano il settore energetico americano e rischiano di aumentare i costi per i consumatori». Aggiungono che «questi tentativi di penalizzare retroattivamente aziende che hanno legalmente risposto alla domanda dei consumatori sono sbagliati e controproducenti. Il Congresso dovrebbe agire con decisione per riaffermare l’autorità federale sulla politica energetica nazionale e porre fine a questa invasione di campo degli Stati guidata dagli attivisti».
Se approvata, d’altra parte, la legge metterebbe la parola fine su almeno una ventina di climate litigation intentate da Stati e amministrazioni locali. Come quella a Honolulu contro Chevron e quella contro Suncor Energy ed ExxonMobil a Boulder, in Colorado. E tarperebbe le ali agli Stati intenzionati a imitare New York e Vermont, scaricando almeno in parte i costi della crisi climatica su chi consapevolmente l’ha aggravata negli ultimi decenni. «Le nostre comunità stanno pagando il prezzo dei danni climatici, mentre gli inquinatori che continuano ad aggravare il problema – e che per lungo tempo hanno mentito su questo tema – stanno ancora cercando di far pagare il conto agli altri», commenta Mahyar Sorour dell’organizzazione ambientalista Sierra Club.
Pur di proteggere Big Oil, il Stop Climate Shakedowns Act sferra un attacco frontale alla scienza. Il testo definisce infatti come «arbitrari» gli studi di attribuzione che ricostruiscono quanto il riscaldamento globale abbia inciso sulla probabilità o sull’intensità di singoli eventi meteo estremi, come ondate di siccità e uragani. Una branca della ricerca basata su modelli consolidati e metodologie riconosciute dalla comunità scientifica internazionale.




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