L’etica coloniale e lo spirito del capitalismo
Dall'intervista di Ivanka sull'isola di Sazan agli spagnoli del Cinquecento: come la giustificazione morale del profitto affonda le radici nella conquista coloniale
La vicenda ormai è nota. Jared Kushner, genero di Trump, ha un accordo con il governo albanese per costruire un complesso di resort di lusso in uno dei luoghi più belli e incontaminati d’Europa – almeno fino a qualche anno fa –, tra l’isola di Sazan, al largo di Valona, e il delta del fiume Vjosa-Narta. Entrambi finora riserva naturale, quest’ultimo luogo di riproduzione di molte specie animali protette: tartarughe, foche e soprattutto fenicotteri.
La speculazione ambientale su larga scala in Albania è cominciata diversi anni fa. E la difesa del fiume Vjosa è stata una delle prime grandi lotte ambientaliste di questa fase storica. Sono state proprio queste organizzazioni già esistenti, composte da pochi ma tenaci membri, a organizzare i picchetti che abbiamo visto sfidare il filo spinato dell’area di cantiere. E che hanno portato – dopo la violenza delle guardie private su uno dei manifestanti – alla scintilla da cui è scattata la cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri.
Il cantiere del resort Kushner e la logica coloniale
Ci sono molti elementi simbolici e rivelatori in quella scena. Un lembo di riserva naturale protetta diventa oggetto delle mire speculative di miliardari che assumono sempre più le sembianze di monarchi assoluti. Quel pezzo di terra viene prima dichiarato “privato” – e dunque in balìa della volontà del proprietario –, poi recintato e sorvegliato da guardie private. Infine teatro di violenza non solo sulla natura, ma anche sulle persone che si oppongono al progetto, con la polizia che sta a guardare.
Già così la scena è un’efficace rappresentazione non solo del neocolonialismo, ma anche del colonialismo originario. Quello su cui vorrei concentrarmi, però, non è la parte conclusiva di questa rappresentazione – che speriamo abbia un finale meraviglioso e tutto da scrivere –, bensì alcuni elementi che ne stanno all’origine: gli elementi culturali profondamente introiettati che fondano la visione del mondo e la postura politica di chi, in questa storia, impersona l’avventuriero coloniale.
Ivanka e l’isola da «aiutare a realizzare il potenziale»
In un video che circola in questi giorni viene mostrata un’intervista a Ivanka Trump sugli investimenti in Albania. Dura solo 54 secondi, ma è un incredibile condensato di centinaia di anni di storia dell’umanità e di storia del pensiero politico. Dice più o meno questo: ci hanno portati in barca in questo paradiso naturale al centro del Mediterraneo, abbiamo nuotato fino all’isola, l’abbiamo scalata a piedi nudi, siamo arrivati in cima e ne siamo rimasti conquistati. Qui è importante proseguire in inglese: «And it stayed with us ever since. Over the course of many years we developed the opportunity to help realize its potential and transform it». La traduzione letterale perde qualche sfumatura: «E da allora quest’isola è rimasta dentro di noi. Negli anni successivi abbiamo sviluppato l’opportunità di aiutarla a realizzare il suo pieno potenziale e di trasformarla».
Va da sé che l’esperienza vissuta da Ivanka Trump – nuotare in un paradiso naturale, provare quel senso di meraviglia e, chissà, di sublime in senso romantico – non rappresenti per lei la piena potenzialità di quel posto. Godere di una relazione simbiotica con la natura non basta, così come non basta portarsi dentro le sensazioni di quell’esperienza.
E così Ivanka ci dice che, proprio perché quel posto le è rimasto nel cuore, vuole aiutarlo a sviluppare le sue piene potenzialità. Il termine scelto, infatti, non è «sfruttare» il pieno potenziale, ma «aiutare a realizzare». Come se l’aiuto fosse rivolto direttamente all’isola, all’elemento naturale, che può così «realizzare il potenziale». Espressione che, nel mondo degli affari, significa anche massimizzare, cioè massimizzare la profittevolezza.
Da Vitoria a Locke: la conquista come diritto al profitto
Che questa formulazione sia ricercata consapevolmente per non apparire una spietata estrattivista, o che le sia venuta naturale – cosa del tutto possibile –, ha poca importanza. Perché questa giustificazione quasi morale dell’investimento ha una radice storica profondissima. Che si riconnette agli albori del colonialismo, alla fondazione degli Stati Uniti e al rapporto di questi ultimi, e dell’Europa, con la guerra e la conquista.
All’inizio del Cinquecento gli spagnoli sono alla ricerca di una giustificazione teologico-politica per la conquista delle Americhe e per la guerra alle popolazioni indigene. Nel 1539 Francisco de Vitoria, teologo considerato tra i precursori del diritto internazionale, nella Relectio de Indis riconosce la piena titolarità degli indigeni a possedere le proprie terre e nega che la guerra mossa loro in quanto infedeli possa dirsi giusta. Sancisce però la legittimità degli europei a stabilirvisi e a commerciarvi. In altri termini: l’impedimento del diritto universale al commercio rappresenta, oltre certi limiti, una giusta causa per muovere un conflitto contro i popoli indigeni.
Nell’evoluzione di questa traiettoria storica troviamo un altro approdo fondamentale in Locke, che chiarisce come il diritto di proprietà delle terre sia subordinato all’uso che se ne fa. I cacciatori-raccoglitori indigeni americani hanno un diritto di proprietà più debole perché non trasformano le loro terre, non praticano l’agricoltura intensiva. E quindi generano molta meno ricchezza di un agricoltore europeo. Per dirla con Ivanka, non realizzano il loro potenziale.
Queste idee stanno poi alla base di un’evoluzione ancora più radicale, durante l’espansione verso ovest delle colonie americane e nella colonizzazione dell’Australia. Non importa se le terre siano già abitate: se non vengono lavorate, trasformate, messe a profitto, possono essere considerate vacant. Vuote, comunque disponibili.
Le nuove élite e il ritorno del monarca assoluto
È questo il background storico-culturale che un po’ tutti abbiamo introiettato e che sperimentiamo nella difficoltà quotidiana di liberarci da un approccio antropocentrico verso la natura. Ma è, ancora più nello specifico, il background di Ivanka come espressione e avanguardia delle élite capitaliste. Le quali, avendo conquistato direttamente il potere politico legittimo dentro le istituzioni, sono ormai più vicine alla posizione di un monarca spagnolo del Cinquecento che a quella di un presidente degli Stati Uniti di inizio Ottocento.
È come se ci trovassimo in una situazione simile a quella del Cinquecento, quando, alla fine del Medioevo, in Europa entravano in crisi i modelli teologici, politici e culturali precedenti e si andava costituendo, attraverso la violenza della conquista, un nuovo ordine globale, che ha distrutto o reso marginali tutti gli altri modelli possibili. Modelli che oggi la critica decoloniale riprende come genealogie delle alternative alla modernità occidentale. Anche oggi siamo in una fase di profonda crisi e, probabilmente, di contrapposizione tra modelli possibili. Di certo conosciamo bene l’approccio di quello dominante, che sta cercando di riconfigurarsi con la violenza.
Da Gaza alla Groenlandia: la stessa visione estrattiva
Oggi la visione di questi nuovi monarchi assoluti è la stessa che giustifica la distruzione di Gaza. Da un lato con l’idea che il livello di civilizzazione dei palestinesi non sarebbe all’altezza degli standard occidentali (ben rappresentati, in tutti i sensi, da Israele). Dall’altro perché e affinché si possa realizzare il potenziale della costiera di Gaza, destinata a diventare – sempre secondo i Trump – uno dei posti più belli del mondo. Anche qui il paragone con il modo in cui Israele valorizza e trasforma la terra è lampante. Pensiamo a frasi come «Israele ha i migliori sistemi di irrigazione del mondo». È in fondo la stessa visione che condanna l’inadeguatezza della Danimarca nella gestione della Groenlandia, o del Venezuela nell’estrazione “difettosa” del petrolio. Una visione legittimata non solo dall’estrema destra suprematista, ma anche dal senso comune liberale, in modo più o meno consapevole e dichiarato.
La visione radicalmente opposta a questa è rappresentata oggi dai movimenti per la giustizia sociale. Si tratta di una visione che ibrida i modelli e traiettorie alternativi a quelli dominanti nella modernità occidentale, sopravvissuti sottotraccia anche attraverso la resistenza dei popoli colonizzati, dei popoli indigeni, che fin dagli albori dei movimenti ambientalisti ne sono ispirazione e linfa vitale, così come abbiamo visto sempre di più nelle COP per il clima, fino all’ultima svoltasi in Amazzonia.
La visione radicalmente opposta è rappresentata oggi dai movimenti per la giustizia sociale. È una visione che ibrida modelli e traiettorie alternativi a quelli dominanti nella modernità occidentale, sopravvissuti sottotraccia anche grazie alla resistenza dei popoli colonizzati e dei popoli indigeni, che fin dagli albori dei movimenti ambientalisti ne sono ispirazione e linfa vitale. Come abbiamo visto sempre più nelle Conferenze delle Nazioni Unite sul clima, fino all’ultima, in Amazzonia.
La visione opposta: diritti della natura ed ecosocialismo
È una visione forse ancora in costruzione, ma che poggia su principi saldi. Innanzitutto, che i fenicotteri e gli altri elementi naturali – non solo i popoli – hanno diritto a godere della propria esistenza nell’ambiente naturale. E che questo ambiente naturale, di cui siamo parte e che al tempo stesso siamo noi stessi (essendo, per dirla con Spinoza, modi della stessa sostanza), è lo spazio di vita e di benessere di tutte e tutti. Va tutelato dal diritto nella misura in cui il diritto tutela la nostra esistenza, la nostra esistenza felice. E una felicità va condivisa e distribuita.
Non so se la frase di Ivanka, che spersonalizza il proprio profitto trasferendolo direttamente a quello della natura, sia un approccio difensivo di chi sa che questa nuova visione ha già fatto breccia nel mondo. Ma mi piace pensarlo. Questa visione suggerisce un impegno dell’umanità a mettere a frutto le proprie potenzialità come specie non tanto per trarre profitto per sé, quanto per garantire che il benessere prodotto sia davvero condiviso e distribuito. Idee che il concetto di ecosocialismo prova a raccogliere e sviluppare.
Infine – elemento di distinzione importante – questa visione alternativa si interroga in modo critico sul limite. Al contrario della cultura e del pensiero politico che arriva fino a Ivanka, che reclama invece la distruzione di ogni limite posto alle traiettorie di sviluppo dell’umanità, in primo luogo quella economica. E che impone quella che in psicologia sarebbe una scissione: vivere esattamente come se la natura non ci stesse facendo capire, in ogni modo, che i limiti esistono.
Nel mezzo: lavoro, benessere e la promessa di Edi Rama
Cosa c’è nel mezzo, tra queste due visioni? Ci siamo noi, l’umanità varia di oggi, e ci sono le condizioni materiali in cui queste visioni si inseriscono. Ci sono le narrazioni e le convinzioni che ci portiamo dentro da prima della rivoluzione industriale, per cui l’appropriazione e lo sfruttamento delle risorse – conseguenza naturale dell’idea dell’uomo (maschio) al centro dell’universo – sono ciò che ci ha consentito, e ci consentirà, di vivere nel benessere. Esattamente ciò che rende così difficile non solo fare, ma persino pensare la transizione dalle fonti fossili. È quello che, stancamente, il premier Edi Rama ha ribadito dicendo che finché ci sarà lui il progetto si farà, perché creerà lavoro e benessere per decine di migliaia di famiglie.
Ed è proprio per questo che, stavolta, dopo anni di distruzione delle coste del sud dell’Albania, gli abitanti si ribellano in massa: perché hanno capito che non è vero. Che le risorse prodotte verranno ridistribuite solo entro una ristretta cerchia di oligarchi e vassalli. Mentre per tutti gli altri aumenterà soltanto il costo della vita. Il fatto che siano i Trump a portare avanti il progetto è quasi un certificato di garanzia che l’approccio sarà predatorio.
Valona si ribella: i fenicotteri sfrattati siamo noi
I cittadini di Valona hanno capito che quei fenicotteri destinati allo sfratto sono loro stessi. Sfrattati non solo dalle spiagge dove hanno imparato a nuotare e che ora non possono più permettersi, ma dalla possibilità di accedere a risorse che dovrebbero essere comuni.
È una piccola e insieme grande linea di frattura nella narrazione dominante, sostanziata dal vissuto materiale delle persone. Una linea di frattura che non nasce in Albania, ma ci arriva come ramificazione di una crepa che inizia a emergere, in modo visibile, in tante parti del mondo. Sono crepe che vanno allargate e riempite di senso, di idee, di progetti e soprattutto di speranza, per uscire da queste crisi con nuove fondamenta per il mondo di domani.


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