Disegnare insieme il futuro dei territori: la cooperativa Santa Fucina in Salento
Nel cuore del Salento la cooperativa Santa Fucina inventa modi attivi e creativi di abitare il territorio, tutelandone la storia
Nel cuore della provincia di Lecce c’è un territorio che racconta storie antiche a chi ha voglia di ascoltarle: i paduli, acquitrini un tempo coperti di boschi, poi trasformati in uliveti. Questi campi parlano di un passato in cui l’olio era più prezioso del petrolio, illuminava le capitali europee e sosteneva la ricchezza dei centri storici. Lecce, con il suo barocco, porta ancora i segni di quei secoli in cui le famiglie produttrici dominavano il commercio dell’olio lampante.
Oggi i paduli sono un mosaico di microfondi: minuscoli appezzamenti di venti, trenta ulivi, frammentati di erede in erede, come «un enorme puzzle di minuscole tessere», racconta Giorgio Ruggeri, uno dei fondatori della cooperativa Santa Fucina. Ogni pezzo di terra ha una storia, ogni albero custodisce un legame con chi lo coltiva. La cura di questi terreni non è mai stata solo economica: è un gesto di amore verso il territorio, un modo di abitare il paesaggio e sentirsi parte di esso.
Tra i microfondi dei paduli è possibile ancora trovare qualche quercia selvatica, residuo degli antichi boschi che il tempo e l’uomo non hanno mai completamente addomesticato. Pezzi di un paesaggio che conserva identità radicate, e con esse una sfida: come abitare un parco agricolo senza trasformarlo in un museo statico?
Così è nata la storia dal futuro di questa settimana: la cooperativa sociale Santa Fucina.

Il territorio come laboratorio ecologico e sociale
Il laboratorio urbano Abitare i Paduli è nato nell’ambito del programma di politiche giovanili Bollenti Spiriti. L’idea di fondo, l’obiettivo, era pensare il paesaggio come un’infrastruttura viva, in cui la comunità non è spettatrice, ma protagonista. L’associazione Lua ha avviato una serie di processi partecipativi e la Regione Puglia, nel 2011, ha riconosciuto l’area nel Piano Paesaggistico. Il Parco Agricolo dei Paduli è un esperimento regionale che ha inteso l’agricoltura come cultura, tutela, studio, relazione. Il territorio stesso è aula e officina. Oltre che laboratorio ecologico attivo.
Abitare i Paduli ha cercato un approccio nuovo, che non seguisse percorsi rigidi, ma si lasciasse guidare dal territorio. Ne è nato l’olio Terre dei Paduli: ottenuto da alberi monumentali e secolari, a lungo abbandonati da famiglie che un tempo li curavano per produrre olio lampante, e oggi valorizzato in un extravergine di qualità, premiato e riconosciuto a livello nazionale.
E non c’è solo la produzione agricola. Nell’uliveto pubblico di San Cassiano, ventisette alberi sono diventati un laboratorio vivente: la casa rurale, ristrutturata secondo i principi della bioarchitettura, accoglie turisti e scolaresche in esperienze di ecoturismo consapevole, dove energia, acqua e materiali sono usati con parsimonia e rispetto. Qui si sperimentano workshop di land art. Con “nidificare i Paduli” gli scarti di potature, canne dei canali e pietre dei muretti a secco diventano materiali per costruire nidi temporanei, opere biodegradabili che insegnano a convivere con il paesaggio senza danneggiarlo.

La ferita della Xylella e la risposta collettiva dei territori
La Xylella, mi racconta Giorgio, è stata un macigno. Ha cambiato per sempre il volto del Salento, facendo seccare gli ulivi, già fragili per il lungo abbandono. «Ci è voluto poco», continua, «per passare dalle prime macchie brune a deserti di rami e foglie secche». Tutto questo ha stravolto la relazione con il territorio. E la resilienza di quest’ultimo. Gli incendi estivi sono cresciuti esponenzialmente; l’uliveto pubblico è diventato una piccola riserva difesa fisicamente dagli abitanti colpo su colpo, con secchi d’acqua e cisterne.
Proprio adesso, e forse a maggior ragione, il laboratorio continua a sperimentare. Cinque ettari e mezzo destinati all’agroforestazione, pensati come laboratorio all’aperto per ricostruire la biodiversità. Un ostello comunitario in arrivo. Vecchi edifici pubblici sottratti all’abbandono e trasformati in spazi al servizio della comunità. In questo ecosistema la cooperativa Santa Fucina inserisce anche l’Osteria Sociale Santi Paduli – l’ex mercato coperto di Surano, rigenerato in luogo di cucina popolare – che a pranzo serve ciò che il territorio offre, con lo stesso menù delle mense scolastiche, reso accessibile e quotidiano. La mensa è prima di tutto un esercizio politico, un modo per dare forza alle filiere locali, seguendo la stagionalità reale, in dialogo continuo con gli agricoltori e con sistemi di monitoraggio dello spreco. Non un fine, un metodo. Un laboratorio che ha permesso di capire come il cibo possa tenere insieme educazione, agricoltura e cura del paesaggio.

Coltivare immaginazione, pratiche e visioni di lungo periodo
Nel parco hanno preso forma anche due mostre. Visioni dall’Altrove porta nei paduli ciò che accade in altri territori attraversati da crisi ecologiche, mettendo in dialogo paesaggi lontani che hanno dovuto reinventarsi dopo traumi ambientali. Visioni dal Futuro, invece, proietta lo sguardo avanti di trent’anni: racconta come potrebbe apparire questo stesso paesaggio nel 2055, tra caldo estremo, nuove colture, materiali inediti e modi diversi di abitare. Una parte dell’allestimento è stata trasferita nell’Osteria Sociale, gestita dalla Santa Fucina, trasformandola in un luogo dove si mangia e si immagina allo stesso tempo.
Le mostre sono parte della scuola Il Paesaggio che sono io, un progetto Pnrr che forma chi il paesaggio lo vive e lo trasforma ogni giorno: architetti, agricoltori, artiste, tecniche, abitanti. Uno dei tre percorsi – agritettura – insegna a coltivare materiali per costruire case, arredi, oggetti: una filiera che parte dal campo e arriva al design, trasformando l’agricoltura in un laboratorio del futuro.

Guardare il futuro in faccia: dal territorio una prospettiva concreta
Tutto quello che accade nel Parco Agricolo dei Paduli è frutto di una visione lunga, che guarda a quello che sarà non tra un anno ma tra venti, cinquanta. Quando ho chiesto a Giorgio perché, secondo lui, la loro esperienza è una storia dal futuro, me l’ha ribadito: «Il dibattito pubblico, la politica stessa, non ci pongono nelle condizioni di immaginarci come saremo tra cent’anni, come saranno questi territori. Siamo abituati a una visione a breve termine: se una cosa non funziona per un anno, o non dà i risultati sperati, si guarda oltre. Noi invece stiamo cercando di costruire una prospettiva, designare la direzione che vogliamo intraprendere. Tutto quello che facciamo risponde a una domanda: come ci vogliamo vedere e come vorremmo vedere il territorio tra cent’anni?».
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