Lo scandalo dei carbon credit negli impianti fantasma cinesi

Un’inchiesta di Bloomberg getta nuove ombre su progetti nello Changqing legati al sistema europeo di compensazione delle emissioni

L'inchiesta di Bloomberg riguarda progetti di recupero del gas associati all'estrazione di petrolio, utilizzati per generare carbon credit © Yoshi Canopus/Wikimedia Commons

Il sistema dei carbon credit torna a far discutere. Introdotto ormai vent’anni fa, si basa sull’assunto per cui chi riesce a evitare o assorbire una tonnellata di anidride carbonica equivalente genera un credito che può essere acquistato da aziende o governi per compensare le proprie emissioni. Nel tempo, però, ha visto moltiplicarsi le accuse di meccanismi poco trasparenti e vere e proprie truffe. L’ultima in ordine di tempo riguarda i carbon credit cinesi. Un’inchiesta di Bloomberg ha rivelato come alcuni progetti approvati dall’Europa nella regione dello Changqing sembrano non esistere o non avere la strumentazione necessaria. Già le autorità tedesche se n’erano occupate in passato e le loro indagini avevano portato a ritirare i crediti da decine di progetti di compensazione.

A cosa servono e come funzionano i carbon credit

Il sistema dei carbon credit è nato negli anni Ottanta ma è divenuto popolare nel 1997, con il protocollo di Kyoto, per poi diventare operativo nel 2005. L’idea è quella di indurre le aziende più impattanti sul clima a compensare le proprie emissioni di gas serra finanziando progetti che li assorbono. Un credito equivale a una tonnellata di CO2 equivalente evitata o ridotta.

Le aziende possono aderire per scelta volontaria, per darsi un’immagine responsabile. Oppure all’interno di meccanismi obbligatori come il programma europeo Uer, che consentiva ai fornitori di carburante di dimostrare il rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni anche attraverso l’acquisto di crediti. Negli anni si è creato un mercato fiorente, tant’è che nel 2025 le aziende hanno utilizzato questi crediti per compensare oltre 202 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

L’inchiesta di Bloomberg sui progetti cinesi usati per ottenere carbon credit

I certificati possono essere generati attraverso una miriade di programmi differenti tra cui la riforestazione, la protezione di foreste esistenti, la cattura delle emissioni di metano. Oppure, la cattura dai pozzi petroliferi di gas che altrimenti sarebbe stato bruciato e disperso. È proprio quest’ultima la tipologia di intervento al centro dell’inchiesta di Bloomberg.

I giornalisti sono andati nell’altopiano del Loess, nella Cina centrale, per verificare il funzionamento di alcuni impianti finanziati da aziende europee. Tra questi c’è un progetto nel giacimento petrolifero di Changqing, in Cina, che dichiarava di evitare l’emissione di quasi 120mila tonnellate di CO2 equivalente. Secondo Bloomberg, è stato registrato presso le autorità austriache e polacche nel 2023 e presso quelle lussemburghesi nel 2021. Una volta sul posto, però, i giornalisti si sono interfacciati con sistemi apparentemente ancora in fase di costruzione, assenza di attrezzature necessarie e uffici fantasma

Gli scandali che rimettono in discussione il sistema della compensazione delle emissioni

L’inchiesta di Bloomberg non è un unicum per quanto riguarda la Cina. Due anni fa in Germania era scoppiato un altro scandalo relativo ai certificati venduti nell’ambito del Programma europeo di riduzione delle emissioni a monte (Uer). Le autorità avevano definito come sospetti ben 45 progetti su 66 e ne avevano invalidati o ritirati trenta. In alcuni casi erano apparentemente falsi, in altri il reale assorbimento di gas serra risultava gonfiato rispetto a quanto dichiarato. Società come ExxonMobil, Shell Plc e TotalEnergies avevano acquistato i certificati, ma non erano finite sotto indagine perché era prevalsa la linea della “buona fede”.

In realtà di storie simili ne sono state documentate tantissime negli ultimi anni. Uno degli esempi più eclatanti è quello di South Pole. La più grande società del settore aveva venduto crediti attraverso il finanziamento di attività di contrasto alla deforestazione in Zimbabwe, fino a che erano venute fuori numerose irregolarità nella gestione del denaro e nella rendicontazione dell’anidride carbonica assorbita. Una cosa simile successe con Verra, tra le principali certificatrici di crediti volontari, accusata di aver approvato progetti forestali inefficaci in Amazzonia, Africa e Asia tropicale. Un’inchiesta del 2025 ha rivelato inoltre che ad altre attività nell’Amazzonia brasiliana avevano partecipato attori che avevano a che fare con il disboscamento illegale.

Il sistema Uer dell’Unione europea è alla fine del suo ciclo di vita anche per gli scandali che lo hanno contraddistinto e per i meccanismi di rendicontazione poco affidabili da parte delle società di audit. Il sistema dei carbon credit continuerà comunque a rimanere centrale nel prossimo futuro, come ha sottolineato la Commissione europea. Che punta a introdurre strumenti di più alta qualità e maggiormente controllati entro la fine del 2026.

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