Scarpe «made in Europe», salari da fame

Non solo scarpe made in Vietnam o in altre nazioni asiatiche. Lo sfruttamento può arrivare anche da dietro l’angolo. A spiegarlo è un rapporto di ...

Di Andrea Barolini
Scarpa di cuoio da uomo. By Oliver1983 (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons
Il logo della campagna Abiti Puliti
Il logo della campagna Abiti Puliti

Non solo scarpe made in Vietnam o in altre nazioni asiatiche. Lo sfruttamento può arrivare anche da dietro l’angolo. A spiegarlo è un rapporto di Abiti Puliti – Change Your Shoes, nel quale si spiega che in commercio esistono «scarpe “italiane” o “tedesche” ma in realtà prodotte in fabbriche in Macedonia o Albania, dove decine di migliaia di operaie lavorano in condizioni scandalose e per salari spesso inferiori a quelli retribuiti in Cina. Dall’esame delle condizioni di lavoro in queste aziende possiamo concludere che l’esternalizzazione delle produzioni condotta dai marchi europei verso i Paesi dell’Est Europa non si basa su processi di responsabilità e trasparenza. E non produce dignità e benessere per le lavoratrici che vivono in situazione di povertà e spesso di miseria».

Il documento spiega che nel 2014 nel mondo sono state prodotte 24 miliardi di paia di scarpe. Benché la maggior parte provenga dall’Asia, il 23% delle scarpe di pelle, più costose, viene prodotto in Paesi europei, fra i quali spicca l’Italia. «È inoltre nel nostro Paese che avviene il processo di conciatura del 60% di tutto il cuoio prodotto nell’Unione Europea. Questo compito gravoso viene spesso affidato ai lavoratori immigrati, un fenomeno ben visibile nelle concerie intorno a Santa Croce, in Toscana, come racconta “Una dura storia di cuoio”, un’indagine che descrive la realtà di queste migliaia di lavoratori che quotidianamente maneggiano carichi pesanti e sostanze chimiche senza protezioni adeguate».

Scarpa di cuoio da uomo. By Oliver1983 (Own work) [Public domain],   via Wikimedia Commons
Scarpa di cuoio da uomo. By Oliver1983 (Own work) [Public domain], via Wikimedia Commons

«Con il rapporto “Il lavoro sul filo di una stringa”, curato da Public Eye e ENS – prosegue l’associazione Abiti Puliti – la campagna Change Your Shoes è entrata nelle fabbriche di sei paesi dell’Est Europa per raccontarne le difficili condizioni di lavoro. In Albania, Macedonia e Romania il salario minimo si situa fra i 140 e i 156 euro mensili. Per poter mantenere le proprie famiglie le operaie dovrebbero guadagnare da quattro a cinque volte tanto. Venendo pagate a cottimo, spesso le lavoratrici preferiscono poi rinunciare ai guanti o ad altro materiale di protezione contro le colle e le sostanze chimiche che devono maneggiare, così da poter lavorare più rapidamente. Similmente all’industria tessile, il settore calzaturiero è affetto da problemi strutturali che non si fermano di fronte alle frontiere europee».

Dalle interviste svolte e dai siti web delle aziende risulta che la produzione è realizzata interamente per conto di noti marchi e catene distributive che operano sui mercati dell’Unione Europea. Il rapporto cita Zara, Lowa, Deichmann, Ara, Geox, Bata, Leder & Schuh AG, Ecco. «A tutti i marchi e distributori coinvolti – conclude l’associazione – chiediamo di assumersi le proprie responsabilità e di mettere in atto le misure necessarie affinché il rispetto dei diritti umani sia garantito nella totalità della loro catena di produzione. Soprattutto, che si impegnino perché agli operai ed alle operaie venga versato un salario dignitoso». Un tema approfondito anche da Valori nel numero di dicembre.

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