SpaceX decolla in Borsa: pronti per le turbolenze?

SpaceX è una creatura finanziaria costruita sul culto del capo, cui la Borsa si è inchinata cambiando le sue regole

Il lancio di SpaceX Crew-2 da Titusville il 23 aprile 2021 © Daniel Hull/iStockPhoto

L’ingresso di SpaceX alla Borsa di New York sarà accolto, come da prassi, in maniera trionfale. Il poliedrico impero costruito dal controverso imprenditore statunitense Elon Musk farà un ulteriore passo nel gotha della finanza, tra strette di mano, grandi sorrisi e festeggiamenti. Una “vittoria” per Wall Street, altare della grande finanza mondiale. Ma, c’è da scommetterci, in pochi si chiederanno se e cosa comporterà l’operazione per la gente comune.

SpaceX, un’azienda costruita sul culto del capo

Partiamo allora da un elemento che sta particolarmente a cuore per chi pratica la finanza sostenibile: la governance. All’interno di SpaceX, Musk accentrerà le funzioni di direttore generale, direttore per la tecnologia e presidente del consiglio d’amministrazione. Controllerà al contempo più dell’82% dei voti. E, naturalmente, non è prevista alcuna rete di sicurezza: nessun vice, nessun successore designato. Non è prevista neppure un’assicurazione in caso di prematura scomparsa del suo leader.

Per come abbiamo potuto imparare a conoscere Elon Musk, è probabile che ciò sia legato alla sua convinzione di riuscire, entro la fine della sua esistenza naturale, a trovare la tecnologia capace di garantirgli la vita eterna. A noi poveri mortali (e disillusi), però, il fatto che la più grossa operazione di quotazione di un’azienda nella storia delle Borse di tutto il mondo – oltre 1.700 miliardi di dollari – poggi le proprie basi su un’unica persona non può che inquietare.

Le aziende di Musk prosperano grazie agli aiuti di Stato

In pratica, lo stesso ex consigliere di Donald Trump punta, ancora una volta, a rompere gli schemi. Autoproclamandosi, di fatto, insostituibile comandante in capo ed essendo intimamente convinto che ciò rappresenti un vantaggio per le sue aziende (per comprendere appieno il suo pensiero è utile sfogliare sfogliare il libro di Quinn Slobodian e Ben Tarnoff intitolato “Muskismo: Una guida per perplessi”, che ne ripercorre la storia e ne spiega l’indole messianica).

Eppure la stessa vicenda imprenditoriale di Musk dovrebbe ricordargli che lui stesso deve buon parte della sua fortuna allo Stato. Già, lo Stato: perfino quello poco dirigista e profondamente liberista a stelle e strisce. Dai tempi di Zip2, la sua prima startup, Musk ha ricevuto infatti sovvenzioni, fondi pubblici. Ha stipulato quindi via via contratti con le istituzioni americane. Ed è arrivato a intascare miliardi grazie agli accordi proprio per SpaceX.

SpaceX too big to fail. Se fallisse a pagare sarebbero i contribuenti

Sia chiaro, nessuno mette in dubbio alcune intuizioni di Musk. Il punto è inquadrarne la natura: tutt’altro che libertaria, e anzi innestata perfettamente nel sistema capitalista, che oggi assomiglia sempre più a una tecnocrazia globale. L’epopea di Musk è talmente tanto integrata in tale contesto che l’ingresso di SpaceX in Borsa non fa altro che riproporre il mito del too big to fail, troppo grande per fallire (tornare indietro a Lehman Brothers e alla crisi finanziaria del 2008 per credere).

Musk è infatti certo di essere talmente importante per i poteri pubblici che, anche in caso di difficoltà, nessuno lo lascerà fallire. Il che, forse, è perfino vero. La domanda è: chi pagherà in quel caso. La risposta è altrettanto certa, ed è la solita: tutta la popolazione. I taxpayers inflazionatissimi nei discorsi dei politici americani. Perché finché ci sono i profitti, rimangono privati, quando arrivano le perdite, le si socializzano.

Come la Borsa di New York ha cambiato le sue regole per favorire SpaceX

C’è poi un altro elemento che occorre, sommessamente, ricordare, facendosi strada tra gli strali di adoratori innaffiati di champagne. SpaceX metterà in vendita più di 550 milioni di azioni al prezzo unitario di 135 dollari: qualcosa di mai visto. Una volta venduti sul mercato, questi titoli si ritroveranno fatalmente nei fondi indicizzati. E ciò avverrà più velocemente del solito, grazie a una serie di cambiamenti nelle regole dei principali fornitori di indici: Nasdaq e Financial Times Stock Exchange (Ftse).

Concretamente, SpaceX entrerà nel Nasdaq-100 in soli 15 giorni e nell’Ftse in una settimana. Secondo sul New York Times, ciò anche grazie a una pressione diretta di Musk sui due fornitori, con la benedizione di Wall Street (per la cronaca, i dirigenti di Nasdaq, interrogati da Bloomberg, hanno negato). In questo modo, appunto, l’azienda entrerà in numerosi fondi indicizzati, ovvero farà parte degli investimenti di moltissimi risparmiatori in tutto il mondo.

Dopo SpaceX, in Borsa arrivano Anthropic e OpenAI

C’è di più – e si perdoni l’ingresso in tecnicismi: il Nasdaq ha anche eliminato la soglia minima del “flottante”, ovvero la quota di azioni che non costituiscono le partecipazioni di controllo e che perciò sono negoziabili in Borsa. Per farlo, però, sarà gonfiato artificialmente il peso nel calcolo dell’indice (il flottante di SpaceX è infatti tra il 3,3 e il 4,3%). Il che spingerà di fatto i fondi indicizzati a “seguire” la metodologia, acquistando un numero più alto di azioni.

Spoiler: i fondi saranno obbligati a riequilibrare i propri portafogli, ed è probabile una successiva correzione da parte degli investitori, che genererà volatilità e incertezza sul titolo. E se ciò riguarda un mastodonte come SpaceX, a pagarne le conseguenze sarà lo stesso povero mortale, disilluso, che vorrebbe solo salvaguardare i propri risparmi. A vantaggio degli speculatori che si divertiranno a seguire l’altalena per guadagnarci un sacco di soldi. E chissà che tutto ciò non funga da apripista per altri due colossi, Anthropic e OpenAI, che attendono allo stesso modo sulla soglia di Wall Street.

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