Il diritto allo studio spuntato degli studenti di Gaza
Dal settembre 2025 ne sono arrivati 271. Ma per il visto servono ora 10.179,85 euro l'anno, più di quanto valga una borsa regionale
In breve
- Dal settembre 2025 l’Italia ha accolto 271 studenti di Gaza con i «corridoi universitari», ma le evacuazioni si sono interrotte per mesi e molti ammessi restano bloccati nella Striscia.
- Per ottenere il visto di studio servono ora 10.179,85 euro l’anno: la borsa regionale non basta, è incompatibile con altri fondi e a colmare il vuoto sono i volontari.
- Da Gaza il test d’ingresso online e la certificazione B2 sono quasi impossibili, e l’Italia non ha esteso ai palestinesi le misure adottate per gli studenti ucraini nel 2022.
La prima alba a Lucca, Moeen Abuamsha l’ha filmata e mandata a chi lo aveva aiutato ad arrivare. Ha 18 anni, viene da Gaza e studierà al Conservatorio “Luigi Boccherini”. È la sua prima notte sotto un tetto dopo mesi in tenda, con un bagno e senza il rumore dei bombardamenti. La famiglia Abuamsha, sfollata più di quindici volte dall’inizio della guerra, vive in una tenda sulla spiaggia nel centro della Striscia. Il padre, Ahmed, è il musicista che a Gaza ha fondato Gaza Bird Singing e ha continuato a insegnare musica ai bambini sfollati, dopo che il Conservatorio nazionale Edward Said era stato distrutto.
Negli stessi giorni è arrivato a Bologna Fouad Khader, musicista e produttore. La sua casa e il suo studio di registrazione a Jabalya sono stati distrutti dai bombardamenti israeliani. Dal 2024 insegnava chitarra, oud (il liuto della tradizione araba) e canto a una sessantina di bambini sfollati, in collaborazione con il Conservatorio Edward Said. Ora studierà Musica elettronica e Sound design al Conservatorio “Giovan Battista Martini”.
Fondazione Finanza Etica: un anno di pratiche per due studenti
Entrambi sono stati sostenuti da Fondazione Finanza Etica, editore di Valori.it. Per Fouad la Fondazione ha stanziato 7mila euro, l’equivalente di un anno di borsa di studio. «Una goccia nel mare», ha spiegato la Fondazione, frutto di quasi un anno di contatti, pratiche e attese.
Il prezzo pagato da Fouad è stato alto. L’autorizzazione all’evacuazione ha riguardato solo lui, non la moglie e i figli, anche se inseriti fin dall’inizio nella documentazione per il visto. Dopo una decisione che la Fondazione definisce «sofferta», è partito da solo. Anche Moeen ha lasciato la famiglia a Gaza: si attende ora l’arrivo del fratello minore Yousef, poi si lavorerà sul ricongiungimento familiare.
Dietro questi due arrivi c’è una fitta rete: i volontari, i due conservatori, la Fondazione e l’Unità visti del ministero degli Esteri. Che sia servito tutto questo per far arrivare due studenti la dice lunga su quanto sia difficile uscire da Gaza per studiare. Senza quella rete, Fouad e Moeen sarebbero probabilmente ancora nella Striscia.
Corridoi universitari: come escono da Gaza gli studenti ammessi
Da Gaza oggi si esce solo per evacuazioni mediche, ricongiungimenti familiari o, appunto, per studio. Per questo il ministero degli Esteri italiano parla di «corridoi universitari». Fino all’anno scorso, il programma si chiamava Iupals (Italian Universities for Palestinian students) e coinvolgeva Farnesina, ministero dell’Università (Mur) e Conferenza dei rettori (Crui). Oggi il programma è stato sostituito da una rete di atenei, che mettono a disposizione borse di studio.
Il percorso è sempre lo stesso: valico di Kerem Shalom, attraversamento di Israele e della Cisgiordania fino al ponte di Allenby, una notte all’ospedale italiano di Amman, poi il volo per Fiumicino. Ogni partenza richiede il via libera di Israele e Giordania.
Secondo la Farnesina, dal settembre 2025 al 16 settembre 2026 sono arrivati 271 studenti palestinesi, divisi tra università e istituzioni dell’Alta formazione artistica e musicale (Afam). Ma il flusso non è stato continuo. Tra dicembre 2025 e la primavera 2026 le evacuazioni si sono fermate: a febbraio, secondo Altreconomia, 110 vincitori di borse Iupals erano ancora bloccati nella Striscia. A luglio Internazionale raccontava di decine di studenti in attesa, con il consolato di Gerusalemme che non raccoglieva i dati biometrici per «mancanza di condizioni operative di sicurezza». Nelle otto università di Gaza, intanto, non si studia più: sono state distrutte.
Le borse non coprono tutte le richieste. Molti degli ammessi, come Fouad e Moeen, arrivano grazie a fondi privati (ad esempio, in questo momento ci sono campagne di raccolte fondi). Altri contano sulle borse regionali per il diritto allo studio. Tutti devono fare i conti con le regole ordinarie per gli studenti stranieri. È lì che si aprono i problemi.
Università di Bologna: le borse riservate agli studenti di Gaza
Giovanna Citti insegna al dipartimento di Matematica dell’Università di Bologna. Nel settembre 2025 il suo dipartimento ha deciso di finanziare borse riservate a studenti di Gaza. «I dipartimenti sono strutture più piccole e più flessibili», spiega. Il bando è uscito a inizio novembre 2025 e la selezione si è chiusa alla fine dello stesso mese.
Il 18 dicembre 2025 una circolare della Conferenza dei rettori ha raccolto i posti messi a bando dagli atenei per gli studenti di Gaza, per trasmetterle a consolato e ministero. Da quel momento Citti ha seguito di persona i rapporti con la Crui, il ministero e il consolato. Gli studenti selezionati sono arrivati a Bologna a maggio 2026, sei mesi dopo la pubblicazione del bando. Quest’anno il dipartimento non è riuscito a ripetere l’esperienza, a causa di una riorganizzazione interna dell’amministrazione.
Pesa anche il timore dei ricorsi. Due anni fa un bando di ateneo è stato impugnato: il ricorrente ha perso, ma da allora ogni bando richiede più tempo. «Le pubbliche amministrazioni sono terrorizzate dai ricorsi», osserva Citti.
Senza bandi riservati, gli studenti di Gaza partecipano a quelli ordinari. È lì che Citti e alcuni colleghi cercano di intervenire: individuare le norme e le circolari che consentono di adattare le regole per chi arriva da un Paese in guerra, e chiedere che vengano applicate.
Test d’ingresso e certificazione B2: gli ostacoli all’iscrizione
Il primo ostacolo osservato dalla docente è il test d’ingresso. Per iscriversi a molti corsi serve il Tolc, test online gestito dal Cisia, il Consorzio interuniversitario sistemi integrati per l’accesso a cui aderiscono gran parte degli atenei italiani. È una prova online che richiede una stanza chiusa, una connessione stabile, un computer e un telefono per la sorveglianza da remoto. «A Gaza questo è impossibile», dice Citti.
Qui una soluzione si è trovata. Il Cisia ha accettato che, per i corsi senza numero chiuso, basti l’attestato di partecipazione, con un recupero dopo l’iscrizione. Gli studenti si collegano da Gaza e richiamano la commissione finché questa non riesce a verificare identità e documenti. «Di solito alla prima domanda cade la linea», racconta Citti. Il punteggio è zero, ma la partecipazione è registrata.
Sulla lingua, invece, il problema resta aperto. Per i corsi in italiano serve una certificazione B2, e gli esami a distanza pongono gli stessi limiti tecnici. Il 3 luglio 2026 il Mur ha chiesto agli atenei di verificare la lingua con «ragionevolezza e proporzionalità» per chi arriva da aree di conflitto, puntando sui corsi di rafforzamento dopo l’ammissione. Citti propone una soluzione, in attesa di indicazioni più chiare dagli atenei: ammettere uno studente con un B1 e fargli sostenere un esame di lingua in più al Centro linguistico dell’ateneo.
A inizio ottobre, però, l’Università di Bologna non aveva ancora emanato le indicazioni per applicare la circolare. Senza istruzioni dagli uffici centrali, spiega Citti, i corsi di studio sono costretti a respingere le domande. I termini ordinari per gli studenti in attesa sono già scaduti, ma ci si può ancora iscrivere pagando una mora di 30 euro. La risposta serve entro fine ottobre, perché dopo l’iscrizione bisogna avviare la pratica del visto.
Visto di studio: per gli studenti di Gaza la borsa non basta
L’ostacolo più grave resta il denaro. Per ottenere il visto di studio non basta essere ammessi: lo studente deve dimostrare al consolato di disporre di «mezzi di sussistenza», cioè di risorse sufficienti a mantenersi in Italia per un anno. Non è una tassa né un costo in più, ma una garanzia economica richiesta dal Testo unico sull’immigrazione. Con la circolare Mur per gli anni accademici 2026/27 e 2027/28, la soglia è passata da 6.947,33 a 10.179,85 euro l’anno, oltre il 46% in più.
La borsa regionale per il diritto allo studio può essere conteggiata, ma solo se è già stata assegnata. Per un fuori sede vale almeno 7.171 euro. Bologna, prevedendo aumenti, aveva portato le proprie borse a 8mila euro, ma la nuova soglia è arrivata quando gli importi erano già fissati. Così anche chi ha vinto la borsa deve dimostrare di avere sul conto circa 2.200 euro in più: una somma fuori portata per quasi chiunque viva oggi a Gaza.
«Le borse di diritto allo studio non garantiscono il diritto allo studio», dice Citti. «Significa che uno straniero o ha i soldi per venire, oppure non può usare la borsa per venire. Questa è una violazione plateale della Costituzione». L’articolo 34 affida alla Repubblica il compito di rendere effettivo il diritto agli studi dei «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi».
Borse regionali incompatibili: il vuoto colmato dai volontari
Colmare la differenza non è semplice. Le borse regionali sono incompatibili con altri finanziamenti. Citti considera la regola giusta nel merito, perché sono soldi pubblici e devono raggiungere più persone possibile. In questo caso, però, impedisce a una fondazione o a un privato di aggiungere la somma mancante. In alcune Regioni, tra cui l’Emilia-Romagna, la borsa si ottiene solo quando lo studente è già in Italia: la famiglia deve quindi dimostrare di avere l’intera somma.
Le soluzioni passano per le reti di cittadini. Un alloggio gratuito, per esempio nel primo mese, non è una borsa e può essere conteggiato tra i mezzi di sussistenza, a patto che non si sovrapponga all’alloggio dell’ente regionale ER.GO. L’ateneo non può farlo, perché può assegnare solo borse. Così, osserva Citti, il volontariato finisce per supplire a un sistema di diritto allo studio che non funziona.
Restano il viaggio e il visto. In una lettera aperta scritta per sollecitare l’attenzione pubblica su questo tema, Citti racconta di atenei che anticipano il biglietto e lo scalano dalla borsa, e di altri che si rifiutano: se lo studente muore prima di arrivare, i soldi sono persi. Un cinismo che stride con le cifre in gioco: si tratta di un’esposizione di «poche centinaia di euro su un bilancio di miliardi», scrive Citti. Quanto al visto, il decreto legislativo 286/1998 (articolo 39) assegna agli atenei un ruolo attivo nell’accoglienza degli studenti stranieri. Alcune università accompagnano gli studenti nella pratica, altre li lasciano soli.
Studenti ucraini e studenti di Gaza: un trattamento diverso
Per Citti la difficoltà di fondo è un’altra: fare per Gaza ciò che è stato fatto per l’Ucraina. Nel 2022 il governo ha creato con decreto un fondo per accogliere studenti e ricercatori ucraini, poi esteso a tutti i beneficiari di protezione internazionale. Gli ucraini, con la protezione temporanea, non avevano bisogno di un visto di studio e, secondo Citti, per loro il requisito linguistico è stato rimosso. Per Gaza non è successo.
Citti ipotizza un ostacolo giuridico: l’Ucraina è uno Stato invaso, mentre l’Italia, a differenza di circa 157 dei 193 membri dell’Onu, non riconosce lo Stato di Palestina. «Possiamo dire che non è un Paese solo perché non lo riconosciamo?», chiede. «Non credo che sia un argomento da usare per difendere meno i diritti dei nostri studenti».
Inoltre, gli studenti universitari che provengono da Gaza sono circa 3mila l’anno, a fronte di circa 300mila borse per il diritto allo studio assegnate in Italia. «Potremmo prenderli tutti, senza aumentare la spesa», scrive Citti.
Citti non parla di cattiva volontà: «Le mie non sono critiche», precisa. Vede molti colleghi impegnati a cercare una soluzione, ma a volte, dice, «ci affidiamo alla burocrazia e non abbiamo il coraggio di essere più spediti». A ottobre gli atenei preparano i bandi per l’anno successivo. «C’è ancora qualche tempo per prendere contromisure adesso, e c’è tutto il tempo per farlo l’anno prossimo. Confido che l’ateneo possa cambiare passo».




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