Vuoti militari: il caso di Bologna e la mancata riqualificazione delle ex caserme in Italia

Venti aree per 400mila metri quadrati ferme da decenni. Alla Sani il piano prevede l'abbattimento di 391 alberi. I comitati si oppongono

L'ex caserma Sani di Bologna

Il parco di via Parri, in Bolognina, è delimitato su un lato da un alto muro di piccoli mattoni scuri interrotti solo da un cancello in ferro verde puntellato da macchie di ruggine e sormontato da una linea di filo spinato più simbolica che non realmente utile per fermare le intrusioni.

Dietro il muro, spicca il profilo di un casermone di due piani, di un giallo sbiadito, con le finestre ormai rotte e coperte in parte da teli un tempo bianchi. Sul lato sinistro, un altro edificio più basso prosegue per diversi metri. Sulla facciata che si intravede sbirciando dal cancello, c’è un lungo murales colorato, anche questo ormai un po’ sbiadito dal sole. Tutto intorno è un susseguirsi di alberi e piante cresciuti spontaneamente negli ultimi decenni.

Quest’area altro non è che l’ex caserma Sani di Bologna, una zona di dieci ettari tra la Bolognina e il quartiere fieristico, in disuso dagli anni Novanta. La Sani è una delle venti ex aree militari presenti nella città di Bologna da tempo in attesa di essere destinate ad un nuovo uso pubblico. Tutte insieme, queste aree hanno una superficie di circa 400mila metri quadrati, sono distribuite in tutto il territorio cittadino e possiedono un importante valore architettonico, storico, ambientale, ma anche economico. O per meglio dire, speculativo. Un processo a cui i comitati locali, riuniti sotto la sigla di Resistenze Spaziali, si stanno però opponendo.

Dalla finanziaria 2007 al Demanio: come nasce il problema

La vicenda ha inizio con la legge finanziaria del 2007, quando l’allora governo Prodi bis diede vita al Programma unitario di valorizzazione (Puv) degli immobili di proprietà della Difesa, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico tramite la messa a valore di caserme, armerie, foresterie, depositi costruiti al tempo delle due Guerre Mondiali e dismessi in epoca post-bellica. Questi beni sono così passati dal ministero della Difesa a un altro ente pubblico, l’Agenzia del Demanio che, dopo averli acquistati, avrebbe dovuto ristrutturare, risanare e valorizzare le ex aree militari, in sinergia con l’amministrazione locale.

Nessuno dei progetti redatti tra il 2009 e il 2010 da Ministero dell’economia, Comune di Bologna e Demanio prende però il via. Il problema risiede principalmente nella mancanza di fondi. Il valore degli immobili è proibitivo per le casse del Comune, senza considerare i soldi necessari per gli interventi successivi. Una situazione in cui si trovano tante altre amministrazioni locali.

Caserma Sani, il piano di Cdp e i rischi speculativi

Un cambio di passo arriva nel 2012, come spiega Mattia Bardi dell’osservatorio sulle trasformazioni urbane OsservaBo durante la due-giorni di dibattiti organizzata dai comitati locali. Quell’anno arriva il programma unitario di valorizzazione territoriale (Puat), che assegna tre ex aree militari, tra cui la Sani, a Cassa Depositi e Prestiti. Mentre le restanti sono date a un’altra società controllata dal ministero dell’Economia, Invimit. «Lo scopo dichiarato di queste società è la valorizzazione economica, quindi non sociale e non urbana. L’importante è fare cassa».

Proprio a questo progetto speculativo si oppongono i comitati locali. Il piano di Cdp e Comune prevede infatti l’abbattimento di 391 alberi e la trasformazione dell’area in zona residenziale e commerciale, compreso un parcheggio per la vicina zona fieristica, in un quartiere con una bassa presenza di spazi verdi. Eppure, ricordano i comitati, il Piano regolatore del 1985 aveva previsto la realizzazione di un grande parco al posto della caserma. I comitati chiedono la salvaguardia del verde e il recupero degli edifici – vincolati per il loro valore storico-architettonico – da destinare in seguito al restauro a usi sociali per la collettività.

Ex caserme dismesse, un problema senza mappa in Italia

Il problema non riguarda solo Bologna. In Italia vi sono diverse ex aree militari in disuso che non hanno ancora trovato una nuova funzione. Ma avere un quadro preciso della questione è impossibile. Come spiega Federico Camerin, ricercatore dell’Università spagnola di Valladolid, non esiste un elenco ufficiale che riporti lo stato di utilizzo o di abbandono delle caserme, né un report aggiornato sul loro riutilizzo. «La legge finanziaria del 1997 è stata la prima a promuovere la creazione degli elenchi dei beni potenzialmente dismissibili. Da lì è iniziato un processo per capire come metterli sul mercato. Spesso però queste aree erano in stato di abbandono, il che non favoriva gli investimenti. Alcune caserme sono state trasformate in sedi universitarie, ma spesso si è proceduto alla loro demolizione».

Molte caserme hanno però una posizione strategica all’interno delle città. Essendo state costruite tra l’Unità d’Italia e il 1936, inizialmente erano localizzate in aree periferiche, ma grazie ai processi di urbanizzazione sono state inglobate in quello che è spesso l’attuale centro cittadino.

Recupero dal basso: i casi di Treviso e Heidelberg

In pochi casi, spiega ancora Camerin, è stato importante anche il contributo dal basso. La Caserma Piave di Treviso, per esempio, è stata occupata illegalmente per poi essere istituzionalizzata, ed è diventata così uno spazio restituito alla collettività con una funzione pubblica.  Un’altra soluzione adottata dalle amministrazioni locali, come nel caso di alcune caserme di Bologna, è l’uso temporaneo per scopi culturali o sociali. Tuttavia, come dice il nome stesso, si tratta di soluzioni limitate nel tempo e spesso incentrate sul profitto.

«Serve creare dei rapporti con il territorio circostante che veda la caserma come un oggetto a cui avvicinarsi. Ma anche in questo caso, i progetti vanno generalmente di pari passo con il mandato elettorale di un sindaco». Il rischio quindi è che nel passaggio da un’amministrazione all’altra, i progetti di recupero vengano accantonati. «Bisogna avere delle priorità di intervento ben precise, lavorare per lotti e con un obiettivo di lungo periodo. Ad esempio ad Heidelberg, in Germania, dopo che i militari statunitensi hanno lasciato le basi, l’amministrazione ha avviato un progetto di recupero da portare avanti nei prossimi vent’anni».

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