Droni “cecchini” sui bambini di Gaza: un rapporto smonta la propaganda di Israele
Il programma Costs of War pubblica la prima analisi interdisciplinare sull'uso dei quadricotteri armati dell'esercito israeliano su Gaza
In breve
- Un rapporto di Costs of War (Brown University) documenta 18 casi di bambini uccisi o feriti da quadricotteri israeliani a Gaza tra agosto e settembre 2024.
- L’analisi balistica mostra colpi singoli di piccolo calibro, angolati dall’alto: una traiettoria compatibile con un drone in volo, non con un cecchino a terra.
- Gli autori denunciano la violazione dei principi del diritto umanitario e chiedono a Washington di sospendere il trasferimento agli Idf della tecnologia dei droni tattici.
Si intitola “Lethal Precision Without Accountability: Israeli Government ‘Quadcopter’ Use in Gaza” il rapporto pubblicato il 17 giugno 2026 dal Costs of War, programma di ricerca accademico della Brown University. Lo firma un gruppo di autori dai profili diversi: la dottoressa Mimi Syed, medico d’urgenza statunitense che ha lavorato mesi negli ospedali al-Aqsa e Nasser di Gaza nel 2024; Wes J. Bryant, ex esperto di targeting delle forze speciali dell’aeronautica statunitense e consulente del Pentagono sulla mitigazione dei danni ai civili; Charles O. Blaha, funzionario del Dipartimento di Stato per 32 anni; e Stephanie Savell, direttrice di Costs of War.
La tesi è netta e demolisce la retorica della guerra “chirurgica” propagandata da Israele: il modo in cui l’esercito israeliano (Idf) impiega questi piccoli droni tattici non ha ridotto i danni ai civili, li ha intensificati.
I quadricotteri, droni tattici pilotati da un soldato
A differenza dei grandi droni da ricognizione tipo Predator o Reaper – costosi e gestiti da equipe numerose – i quadricotteri sono piccoli velivoli multi-rotore a basso costo, lanciati e pilotati da un singolo soldato e capaci di montare fucili o lanciagranate. Operano a bassa quota: l’operatore vede il bersaglio in tempo reale su uno schermo ad alta definizione. Secondo gli autori del rapporto, questa vicinanza visiva – che in teoria dovrebbe permettere di distinguere un combattente da un bambino – rende insostenibile la tesi dell’errore o della “scheggia vagante”.
Il cuore empirico del rapporto è rappresentato da 18 casi di minori feriti o uccisi da arma da fuoco documentati dalla dottoressa Syed tra agosto e settembre 2024. Nel 90% dei casi circa, i testimoni che portavano i bambini in ospedale attribuivano i colpi ai quadricotteri. Le ferite erano quasi sempre da colpo singolo di piccolo calibro a testa, collo, torace o addome: un pattern che, scrivono gli autori, «suggerisce fortemente un puntamento che non discrimina i civili dai combattenti».
I bambini colpiti senza un obiettivo militare accanto
Molti bambini colpiti arrivavano in ospedale da soli, senza che nello stesso episodio fosse rimasto ferito o ucciso alcun adulto. La teoria del “danno collaterale” presuppone un obiettivo militare – un combattente, ad esempio – accanto al quale il civile viene colpito per errore. Se quel combattente non c’è, il bambino non può essere una vittima incidentale: resta l’ipotesi che fosse lui il bersaglio. Durante un’evacuazione di massa ad Al-Mawasi (Khan Younis), in assenza di truppe israeliane a terra, ci sono stati giorni in cui almeno sette bambini sono stati portati al pronto soccorso con un singolo colpo alla testa nell’arco di poche ore.
Cinque dei diciotto casi vengono ricostruiti in dettaglio con immagini diagnostiche e referti medici: Mira Al-Dariny, 4 anni, un proiettile conficcato nel cervello e craniotomia d’urgenza (è sopravvissuta); una quattordicenne colpita al collo con lesione midollare; un bambino di 7 anni colpito in una “zona umanitaria” mentre nessun altro attorno veniva raggiunto da proiettili; una quattordicenne arrivata già morta; un bambino di 3 anni ucciso da un colpo alla testa e poi travolto da un’auto tra i civili in fuga.
La prova balistica: angolo e calibro dei proiettili
Due elementi tecnici, spiegati in modo semplice, fanno pensare si tratti di colpi mirati. Il primo è il tipo di proiettili estratti dai corpi: si tratta di calibro 5.56 NATO, lo stesso munizionamento usato dalle forze israeliane e statunitensi, diverso da quello (7.62) tipico dell’arsenale di Hamas. Il secondo è l’angolo d’entrata del proiettile. In almeno tre casi i colpi sono penetrati inclinati verso il basso, con un’angolazione tra i 30 e i 60 gradi: la traiettoria di chi spara dall’alto e di lato, come farebbe un drone in volo. Un cecchino appostato a terra, per giunta su un territorio piatto come Gaza, lascia ferite quasi orizzontali, sotto i 30 gradi. Questa geometria del colpo distingue un’esecuzione mirata da una pallottola vagante più di qualunque testimonianza.
Il quadro è aggravato dal collasso sanitario: ospedali distrutti, blocco delle forniture mediche, mancanza di Tac che costringe a chirurgia esplorativa a mani nude. Gli autori del rapporto raccolgono anche testimonianze dirette, come quella del chirurgo britannico Nizam Mamode, che alla Bbc ha riferito di bambini operati che raccontavano di un quadricottero disceso a librarsi sopra di loro per poi sparare.
Bambini sopravvissuti soli, senza famiglia: la sigla Wcnsf
I medici di Gaza hanno coniato una sigla per i bambini che sopravvivono a una ferita restando gli unici superstiti della propria famiglia: Wcnsf, Wounded Child No Surviving Family. È la condizione di quei minori che arrivano soli al pronto soccorso, portati da estranei, spesso dalle stesse zone sicure indicate dall’esercito.
È da questo quadro – bambini colpiti senza obiettivi militari nelle vicinanze, spesso in zone dichiarate sicure – che il rapporto costruisce un’accusa giuridica precisa, misurando l’uso dei droni contro i tre principi cardine del diritto internazionale umanitario. Il principio di distinzione, che impone di separare i civili dai combattenti, appare qui sistematicamente disatteso. La necessità militare viene svuotata dal fatto che molti colpi sono esplosi da remoto, senza alcuna truppa israeliana minacciata nelle vicinanze. E mancano le precauzioni possibili – controllo del comando, analisi prima del colpo, identificazione certa del bersaglio – che negli eserciti regolari precedono l’uso della forza letale e che nei droni tattici dell’Idf, denuncia il rapporto, semplicemente mancano.
Il rapporto Costs of War e il bilancio delle vittime a Gaza
I numeri restituiscono la scala della catastrofe: oltre 72mila morti secondo il ministero della Salute di Gaza a maggio 2026, di cui quasi il 30% (21.283) minori. Persino i conteggi israeliani – almeno 70mila uccisi a fronte di 22mila “combattenti” rivendicati – implicano una quota di civili superiore al 70%, con dati d’intelligence trapelati che la collocano all’83%.
Con questo rapporto, gli autori chiedono restrizioni internazionali sui piccoli droni armati (licenze, non proliferazione, tracciabilità), indagini indipendenti e, dove ricorrano gli estremi, il perseguimento dei crimini di guerra. A Washington – primo fornitore di armi a Israele e leader nella tecnologia dei droni – chiedono la sospensione del trasferimento di tecnologia dei droni tattici all’Idf. Il rischio, avvertono, va oltre Gaza: normalizzare l’idea che singoli soldati esercitino forza letale “di precisione” sui civili con minima supervisione e totale impunità significa abbassare ovunque la soglia per l’uso della forza.




Nessun commento finora.