Tessile in Bangladesh, uniti ma divisi

Il crollo di Rana Plaza con oltre mille morti come spartiacque: da allora si sono accesi i riflettori del mondo sulla filiera del tessile nel ...

Di Corrado Fontana


Il 24 aprile dello scorso anno il crollo del complesso fatiscente del Rana Plaza, colmo di lavoratori del tessile sfruttati dai fornitori delle griffe mondiali della, faceva 1129 vittime e decine di feriti e invalidi a vita. Una tragedia avvenuta pochi mesi dopo l’incendio alla Tazreen Fashions, con 112 lavoratori morti, sempre nella capitale del Bangladesh. Da allora i media internazionali hanno acceso le telecamere e inviato i propri taccuini a raccontare e queste storie, e le multinazionali della moda sono state costrette a occuparsene, pur con qualche resistenza (è di qualche settimana fa la trasmissione «Report» che additava Benetton per non aver imparato del tutto la lezione). E secondo quanto riporta «The New York Times», il fronte delle compagnie resta diviso in due, tra chi, circa 150 soggetti, ha aderito al Bangladesh Accord for Fire and Building Safety (ad esempio molti marchi europei come H&M, Carrefour, Mango e una quindicina di società americane) e un secondo gruppo di corporations che partecipano invece alla Alliance for Bangladesh Worker Safety, che include 26 compagnie, tutte americane o canadesi, tra cui colossi come Walmart, Gap, Target e Kohl’s.

 

Due fronti, quindi, che nella sostanza lavorerebbero per un adeguamento progressivo verso gli standard internazionali minimi di rispetto delle condizioni di sicurezza e di lavoro ma che, stando a uno studio pubblicato dalla Stern School of Business della New York University, avrebbero in corso di valutazione solo circa 2 mila delle oltre 5 mila fabbriche di abbigliamento del Bangladesh. E perciò sarebbero ben 3 mila, quelle peggiori, probabilmente, a non venire sottoposte a controllo, pur operando, segretamente attraverso intermediari, per i marchi occidentali.

 

La nota positiva è comunque che uno sforzo per cambiare rotta intanto si è comunque attivato. Mentre il gruppo di società che ha aderito all’accordo ha ispezionato circa 300 fabbriche (l’obiettivo è controllare le 1500 dei propri aderenti entro fine ottobre) e ha assunto 110 ingegneri per verificare l’idoneità delle scatole elettriche e la solidità strutturale di quelle collocate in edifici alti almeno 75 piedi (quasi 23 metri); l’alleanza ha ispezionato 400 fabbriche, fissando come obiettivo la verifica di tutte le 630 fabbriche del Bangladesh che fanno capo ai propri membri entro il 10 luglio.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile