In Francia Kiabi ha ritirato cinque capi d’abbigliamento per Pfas

Kiabi ritira dal mercato francese 5 capi per presenza eccessiva di Pfas. Il marchio ha 39 punti vendita in Italia

© HJBC/iStockPhoto

Un nuovo scandalo legato ai Pfas scuote il settore tessile e in particolare della fast fashion. Stavolta siamo in Francia, dove il marchio Kiabi ha dovuto ritirare dal mercato cinque articoli perché contenevano queste sostanze oltre i limiti consentiti.

La storica catena di abbigliamento a basso costo ha dovuto ritirare dal mercato una giacca a vento per bambini, una tutina imbottita per neonati e alcune giacche per adulti. Il richiamo, pubblicato sulla piattaforma governativa francese Rappel Conso, riguarda prodotti venduti in tutto il Paese tra giugno e dicembre 2025. E segnala un «rischio chimico». Ai consumatori viene chiesto di non utilizzarli e di restituirli nei punti vendita entro il 31 maggio 2026. Dove – come comunicato dall’azienda – è previsto il rimborso integrale. Il richiamo è stato avviato in seguito a un controllo qualità interno dell’azienda, che ha rilevato la presenza di Pfas – utilizzati nel tessile per le proprietà impermeabilizzanti e antiolio – a livelli «leggermente superiori alle soglie regolamentari».

Non è un caso che il richiamo sia avvenuto proprio in Francia. Dal 1° gennaio 2026 è in vigore una legge che mette al bando i Pfas nei cosmetici, negli impermeabilizzanti per l’abbigliamento, nei vestiti e in numerosi altri articoli tessili. Dal 2030 il divieto si estenderà all’intero comparto tessile, con un’eccezione per gli indumenti protettivi come le divise dei vigili del fuoco, per i quali non esistono ancora alternative. Le soglie che Kiabi ha sforato sono dunque quelle definite dalla normativa francese, più stringente rispetto alla media europea. L’Italia, invece, non ha ancora introdotto divieti totali per specifiche categorie produttive. Le uniche restrizioni riguardano l’acqua potabile, con limiti entrati in vigore a partire dal 12 gennaio 2026.

Pfas nel settore tessile: dal ghiaccio alle divise dei pompieri

Non è la prima volta che il settore dell’abbigliamento deve confrontarsi gli “inquinanti eterni”, per anni ampiamente utilizzati in una vasta gamma di prodotti. Dall’abbigliamento tecnico sportivo a quello da lavoro per una serie specifica di professioni. Appena un mese fa abbiamo assistito alle prime squalifiche nelle competizioni olimpiche, motivate dall’utilizzo di Pfas nelle scioline. Per le divise professionali, a New York lo scorso dicembre è stata presentata una proposta di legge per eliminarli da quelle dei pompieri. Nello stesso periodo, il dipartimento di San Francisco è diventato il più grande degli Stati Uniti ad averli già rimossi dalle uniformi dei Vigili del fuoco. A giugno scorso Greenpeace ha presentato i risultati di un’indagine che ha rivelato la presenza di queste sostanze nell’abbigliamento – e persino nel sangue – dei vigili del fuoco in Italia.

A livello europeo, il principale strumento normativo è il Regolamento Reach che disciplina le sostanze chimiche pericolose. Nel settembre 2024 è stato aggiornato con un divieto specifico per l’acido perfluoroesanoico (PFHxA) – uno dei Pfas più diffusi nel tessile – nei capi d’abbigliamento destinati al pubblico, in vigore dal 10 ottobre 2026.

È però solo un tassello. L’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa) sta valutando una proposta di restrizione ben più ampia, che riguarderebbe l’intero gruppo dei Pfas. La valutazione è attesa entro il 2026 e potrebbe tradursi in una proposta legislativa europea. I tempi di applicazione saranno differenziati, con alcune deroghe temporanee per usi considerati “essenziali”: circa cinque anni in più per gran parte dell’abbigliamento tecnico destinato a professioni ad alto rischio e per dispositivi medici come camici e teli chirurgici.

Pfas nell’abbigliamento: dall’outdoor alla fast fashion, il problema è sistemico

Kiabi è un marchio diffuso in 37 Paesi. Ha più di 25 milioni di clienti nel mondo e in Italia conta 39 punti vendita. Questo implica che anche nel nostro Paese potrebbero essere stati diffusi capi fuori norma. O almeno non possiamo escluderlo con certezza. Chi avesse acquistato negli ultimi mesi una giacca a vento o una tutina Kiabi può verificare se il proprio capo rientra tra quelli richiamati controllando il riferimento del prodotto sulle schede pubblicate su Rappel Conso. In alternativa, è possibile contattare direttamente il servizio clienti Kiabi Italia (numero verde 0969320023). Oppure consultare il portale europeo Safety Gate.

Al di là dei casi puntuali, però, l’utilizzo dei Pfas nei prodotti di consumo – e in particolare nell’abbigliamento – è tutt’altro che residuale. Secondo un’analisi di Ethical Consumer, l’82 per cento delle aziende di abbigliamento outdoor esaminate – quelle che producono giacche impermeabili, pile e scarpe da trekking – utilizzava ancora Pfas nelle proprie collezioni. È proprio in questo segmento che la concentrazione di queste sostanze è più alta, perché impiegate sistematicamente come trattamento idrorepellente.

Guardando ai singoli marchi, nel 2022 Greenpeace ha analizzato 47 capi Shein acquistati in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera. In diversi casi sono risultate concentrazioni di queste sostanze oltre i limiti consentiti. In altri 15 capi, i livelli risultavano comunque molto elevati. «La presenza di queste molecole nel tessile – ha commentato Alessandro Giannì di Greepeace – è la conseguenza di uno dei troppi miraggi tecnologici (dopo l’amianto, il ddt e molti altri) della nostra epoca. Continuiamo a immettere sul mercato sostanze chimiche per scoprire dopo decenni che sono pericolose. Adesso c’è sul tavolo una proposta Ue per un bando progressivo dei Pfas che eliminerebbe da subito circa il 90 per cento delle immissioni di queste sostanze in ambiente. Più perdiamo tempo, più la contaminazione aumenterà».

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