TotalEnergies a processo: la climate litigation che può cambiare tutto

Quattro associazioni e il Comune di Parigi contro TotalEnergies: il processo che potrebbe ridefinire la responsabilità climatica delle grandi aziende fossili

© olrat/iStockPhoto

C’è un processo in corso in Francia che potrebbe cambiare forse per sempre il volto delle climate litigation, tra gli strumenti potenzialmente più incisivi nella lotta contro la crisi climatica. Quattro associazioni non profit (Notre affaire à tous, Sherpa, France nature environnement, Zea) insieme al Comune di Parigi hanno fatto causa al colosso dell’oil&gas TotalEnergies. Chiedono che la società sia obbligata ad allineare la propria attività agli obiettivi più sfidanti dell’Accordo di Parigi, cioè la famosa soglia di 1,5 gradi centigradi di aumento delle temperature entro fine secolo rispetto all’era pre-industriale. L’azione legale ha preso il via sei anni fa, nel 2020. Ma solo a fine febbraio di quest’anno si è tenuta un’udienza al Tribunale di Parigi in cui il caso è stato esaminato nel merito.

La causa contro TotalEnergies si fonda sulla legge sul dovere di vigilanza, in vigore in Francia dal 2017. La norma prevede che le grandi aziende (con oltre cinquemila dipendenti in Francia, o diecimila nel mondo) siano obbligate a redigere un piano per individuare i rischi e a prevenire le violazioni che derivano dalle proprie attività, e da quelle delle proprie filiali, in materia di diritti umani e ambientali. Questa è la prima volta in cui i giudici sono chiamati a pronunciarsi sull’applicazione di questa legge in relazione ai cambiamenti climatici. I querelanti si avvalgono anche di una previsione del Codice civile francese che consente a chiunque dimostri un interesse legittimo di intraprendere azioni legali per prevenire danni ambientali.

Stop all’espansione fossile e riduzione delle emissioni Scope 3: cosa chiedono i querelanti a TotalEnergies

L’azione legale chiede prima di tutto che TotalEnergies metta uno stop all’espansione del business fossile, cioè ai nuovi progetti di estrazione. Come del resto indicano da un pezzo tutti gli organismi internazionali competenti in materia. Perché è il minimo sindacale per considerare serio un programma di allineamento all’Accordo di Parigi.

All’azienda si chiede anche di ridurre la produzione di combustibili fossili. E di ridurre le emissioni climalteranti legate a tutte le sue attività, facendosi carico in particolare di quelle collegate all’utilizzo dei suoi prodotti (Scope 3). Cosa che l’azienda guidata dal 2014 dal Ceo Patrick Pouyannz contesta. Ma che se venisse riconosciuta dal giudice rappresenterebbe una responsabilità oggettiva dell’azienda per i danni causati dai cambiamenti climatici. Una sorta di «non poteva non sapere», insomma, riguardo al fatto che il destino dei suoi prodotti fossili è evidentemente di essere bruciati. E quindi di alimentare il collasso climatico.

TotalEnergies: già condannata per greenwashing, prevede di aumentare la produzione di idrocarburi del 3% l’anno

Non è la prima volta che TotalEnergies affronta guai giudiziari per questioni legate al clima. Nell’autunno scorso, sempre un Tribunale di Parigi l’aveva riconosciuta colpevole di greenwashing per aver tratto in inganno i consumatori riguardo ai propri obiettivi climatici. L’azienda è stata di recente denunciata anche per complicità in crimini di guerra in relazione al contestato progetto Mozambique Lng.

Le organizzazioni che hanno promosso l’iniziativa legale ricordano inoltre come TotalEnergies sia fra i 20 maggiori emettitori storici di gas serra e fra le 10 principali compagnie di oil&gas al mondo, le cosiddette carbon majors. L’azienda prevede di aumentare la produzione di idrocaburi del 3% l’anno e di mantenere almeno due terzi dei suoi investimenti nei combustibili fossili fino al 2030. Fra i suoi progetti ce ne sono numerosi considerati carbon bombs. Ovvero “bombe” in termini di emissioni di CO2 che possono far ampiamente saltare i conti del carbon budget, cioè la quantità di emissioni che il mondo può permettersi per stare nei limiti dell’Accordo di Parigi.

Perché il processo a TotalEnergies sul dovere di vigilanza non riguarda solo la Francia

Il merito della causa è anche quello di aver rilanciato il dibattito – oscurato dalla incandescente situazione geopolitica – sui rischi climatici e sulle responsabilità dell’industria fossile. Il procedimento contro TotalEnergies è infatti seguito con grande attenzione da molti, in Francia e non solo, per i principi che potrebbe fissare in materia di interpretazione della legge sul dovere di vigilanza. E quindi per l’impatto che potrebbe avere su altri procedimenti simili.

Fra quelli che stanno seguendo da molto vicino l’andamento del processo ci sono gli attivisti impegnati a contrastare l’ormai famigerato progetto Eacop. Si tratta del colossale oleodotto tra Uganda e Tanzania, dal devastante impatto ambientale, che vede TotalEnergies come capofila. «È deplorevole – ha dichiarato la campagna StopEacop – che la procura francese stia attivamente cercando di restringere l’interpretazione della legge per proteggere una grande compagnia petrolifera dalla responsabilità in materia di clima».

Il riferimento è al fatto che, poche settimane prima dell’udienza, la procura aveva dichiarato di condividere che l’ambito di applicazione della legge sul dovere di vigilanza non si debba estendere ai cambiamenti climatici. È esattamente la posizione di TotalEnergies. Ma il fatto stesso che la procura – che non è parte in causa nel procedimento – abbia ritenuto di dover compiere questo passo la dice lunga sulla posta in gioco. La sentenza è attesa entro fine giugno.

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