Automotive in crisi, difesa in crescita e il dilemma europeo della riconversione

Da Volkswagen a Renault fino a Stellantis, si prospetta la riconversione alla difesa per salvare l'automotive. Ma i dati dicono altro

Si apre il dibattito europeo sulla riconversione dell'automotive verso la difesa © Simon Kadula/Unsplash

Il settore dell’automotive è in crisi strutturale. Gli stabilimenti europei girano in media al 55% della capacità, secondo la società di consulenza AlixPartners. Volkswagen ha annunciato 35.000 tagli entro il 2030. Stellantis ha chiuso il 2025 con 379.706 veicoli prodotti in Italia, il dato più basso dal 1955. La transizione verso l’elettrico è più lenta del previsto, penalizzata dalla concorrenza cinese. Nel frattempo il piano ReArm Europe punta a mobilitare 800 miliardi di euro, con droni, sistemi difensivi e munizioni nella lista delle priorità della Commissione europea. È in questo contesto che si apre il dibattito europeo sulla riconversione dell’automotive verso la difesa.

Germania, la fabbrica Volkswagen davanti a una scelta

A dicembre 2024 lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück ha firmato con Ig Metall – il sindacato tedesco dei metalmeccanici, che detiene per legge poteri di co-decisione su qualsiasi riconversione produttiva – un accordo che vieta licenziamenti e chiusure fino al 2027, quando la produzione della T-Roc Cabriolet si fermerà. I 2.300 addetti rischiano il posto e le alternative civili non si sono ancora materializzate.

Il 25 marzo 2026 il Financial Times ha riportato che Volkswagen è in trattativa con l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems per riconvertire lo stabilimento in un sito di produzione di componenti per il sistema Iron Dome, operativo dal 2011. Sarebbero camion per il trasporto dei sistemi, rampe di lancio e generatori, non missili. Il Ceo Oliver Blume ha confermato i contatti con aziende del settore sicurezza: l’impianto si concentrerebbe su «attrezzature per il trasporto militare, perché lì si trova la nostra competenza chiave». Volkswagen ha però precisato ufficialmente che «la produzione di armi da parte di Volkswagen rimane esclusa».

Il governo tedesco, che nel marzo 2025 ha modificato il freno al debito costituzionale per portare il budget militare da 62 a circa 152 miliardi di euro entro il 2029, sostiene il progetto. La riconversione potrebbe partire entro 12-18 mesi, subordinata all’approvazione di Ig Metall.

Francia, motori civili per droni militari

A Cléon, vicino a Rouen, si fabbricano motori per Renault dal 1958. A gennaio il gruppo ha annunciato che il motore diesel da 2 litri già prodotto nello stabilimento, da fine 2026, sarà installato sui droni del programma Chorus, «munizioni telecomandate a lungo raggio». Un’operazione nata nell’ambito di una partnership con la Direzione generale degli armamenti francese (Direction générale de l’armement, Dga) e con l’impresa Turgis-Gaillard, come riportato da Reuters e L’Usine Nouvelle.

A Le Mans verrà assemblata la struttura portante. L’obiettivo è 600 unità al mese tra i due siti, per un contratto potenzialmente da circa un miliardo di euro su dieci anni, condizionato all’esito dei test operativi. La direzione ha precisato: «Produciamo solo la struttura. I sistemi militari vengono integrati altrove».

La notizia è arrivata ai lavoratori di Cléon attraverso la stampa, senza comunicazione ufficiale dall’azienda. La Cgt, confederazione sindacale maggioritaria negli stabilimenti di entrambi i siti, ha aperto una riflessione sul diritto individuale di rifiuto per i lavoratori che non vogliono partecipare alla produzione militare. Un terreno giuridico non esplorato per l’industria civile francese.

Italia: Stellantis, il governo, i sindacati

Il dibattito europeo riguarda direttamente anche l’Italia, che conta due grandi operatori della difesa – Fincantieri e Leonardo – e un settore automotive in crisi acuta. Stellantis ha chiuso il 2025 con 213mila auto prodotte, il dato più basso dal 1955, in calo del 24,5% rispetto al 2024. Migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione a Mirafiori, Melfi e Cassino. La legge di bilancio 2025 ha tagliato il Fondo automotive dell’80% della dotazione residua, portandolo a 1,6 miliardi per il periodo 2026-2030.

La risposta del governo alla crisi industriale è contenuta nel Libro Bianco «Made in Italy 2030», presentato al Cnel il 29 gennaio 2026: il documento include la difesa tra i cinque settori emergenti del «nuovo Made in Italy». Il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva già anticipato l’impostazione lo scorso anno, sottolineando principalmente l’importanza del dual use per integrare il settore civile e quello militare. «Un cingolato muove un trattore come un blindato, così come una scheda elettronica funziona su un veicolo urbano così come su un elicottero», ha dichiarato. La proposta ha però raccolto posizioni divergenti.

La Fiom-Cgil ha respinto l’approccio: «Al di là dell’aspetto etico, non riusciamo a riconvertire il settore auto all’elettrico: come si può pensare di riconvertirlo al militare?». La Fim-Cisl, come riportato da Pubblico, la newsletter della Fondazione Feltrinelli, ha riconosciuto l’esistenza di «opportunità nei settori in crescita, come aerospazio e difesa», escludendo però la chiusura di impianti. «Non crediamo che si possa chiudere l’auto e aprire fabbriche di armi, è un modo per giustificare il non-intervento», ha detto il segretario Ferdinando Uliano. Timidezza anche dagli industriali: il presidente di Federmeccanica Federico Visentin sottolinea che «gli spostamenti di produzione così radicali non si improvvisano».

La difesa è davvero l’unico sbocco possibile per l’automotive?

Si tratta quindi di una strada che presenta limiti evidenti. La difesa è un mercato profondamente condizionato dalle commesse pubbliche, e queste ultime dipendono da cicli e tensioni geopolitiche che l’industria civile (automotive compreso) non può programmare. Le certificazioni e le catene di fornitura dedicate non si costruiscono in tempi brevi. Secondo il rapporto Draghi del 2024, produrre un’auto in Europa costa circa il 30% in più che in Cina. Il settore automotive conta, indotto compreso, oltre 13 milioni di lavoratori in Europa; una dimensione che nessuna commessa militare è in grado di assorbire completamente. Anche la crescita del dual use non può essere sufficiente, a parità di investimenti nelle transizioni possibili.

I dati sull’occupazione confermano che la riconversione dell’automotive verso la difesa non è la strada più efficace. Uno studio commissionato da Greenpeace a un gruppo di economisti calcola che in Italia una spesa di un miliardo di euro nel settore bellico generi 741 milioni di euro di produzione interna e circa 3mila posti di lavoro. La stessa spesa nella protezione ambientale genererebbe 1,9 miliardi e quasi 10mila occupati; nell’istruzione, quasi 14mila. Dati che dovrebbero aprire una discussione anche in merito al piano ReArm Europe, che vede destinati oltre 800 miliardi alla difesa mentre il fondo europeo per la transizione energetica prevede 1,6 miliardi e quello per l’occupazione 9 miliardi. Una allocazione delle risorse che racconta, più di ogni annuncio, quali transizioni l’Europa abbia scelto di finanziare.

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