Tra deforestazione zero e dipendenza dal petrolio, il pendolo di Lula verso le elezioni

Il presidente in carica Lula si avvicina alla tornata elettorale del 4 ottobre da favorito, ma al termine di un mandato non privo di contraddizioni

Giorgio Michalopoulos
Lula durante la campagna per le elezioni 2026 © Ricardo Stuckert/Wikimedia Commons
Giorgio Michalopoulos
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In breve

  • Lula si presenta alle elezioni del 4 ottobre 2026 con la deforestazione in Amazzonia ai minimi dal 2016 e la povertà ai livelli più bassi di sempre.
  • Il calo della deforestazione nasce dal taglio del credito alle aziende deforestanti, ma Jbs, Cofco e Bunge hanno intanto abbandonato i loro impegni ambientali.
  • Il paradosso è che Lula finanzia il welfare con nuove trivellazioni Petrobras in Amazzonia, mentre resta favorito al primo turno ma con distacco minimo al ballottaggio (46% a 44%).

Come abbiamo raccontato su Valori.it all’alba della nuova presidenza brasiliana, la sfida che attendeva Lula al suo terzo mandato si preannunciava imponente. L’eredità lasciata dall’amministrazione di Jair Bolsonaro era contrassegnata da un doppio, drammatico record. Nel 2021 i tassi di deforestazione toccavano i livelli storici più alti e quasi il 30% della popolazione viveva in condizioni di povertà.

Un’eredità che sapeva di liquidazione sistemica del Paese. Basti ricordare quando nel 2019, dopo essere salito al potere con lo slogan «Il Brasile sopra tutto», Bolsonaro arrivò a proporre a un attonito Al Gore, ex vicepresidente degli Stati Uniti e convinto ambientalista, l’idea di esplorare e sfruttare le ricche risorse dell’Amazzonia insieme agli Stati Uniti. 

Entrato nella sua “golden hour”, al tramonto della sua terza presidenza, Lula si ripresenta alle elezioni in Brasile del vicinissimo 4 ottobre 2026 come favorito, sfidando Flávio Bolsonaro, il figlio dell’ex presidente ora agli arresti domiciliari in seguito alla condanna per tentato colpo di Stato. Consegna al Paese una deforestazione e una povertà ai minimi storici, ma al termine di un mandato non privo di contraddizioni: dalle nuove scoperte di petrolio al largo delle coste amazzoniche, alla corsa alle terre rare. Così dovrà districarsi il prossimo presidente della Repubblica, in un delicato pendolo tra interessi ambientali, climatici ed economici. 

I progressi dell’amministrazione Lula contro la deforestazione in Amazzonia

Lo aveva promesso e i dati sembrano confermarlo. «Entro il 2030 porremo fine alla deforestazione in Amazzonia. È un mio impegno», diceva in un’intervista a GloboNews subito dopo l’elezione, nel gennaio 2023. Infatti una delle primissime misure adottate del governo Lula nel 2023 è stata la creazione del ministero dei Popoli indigeni – i primi a essere colpiti dalla deforestazione – con a capo Sônia Guajajara, nota attivista indigena riconosciuta a livello internazionale per la lotta ambientale. 

I dati testimoniano questa svolta. Gli allarmi legati alla deforestazione dell’Amazzonia sono diminuiti del 36% tra agosto 2025 e luglio 2026, attestandosi al livello più basso registrato dal 2016. Secondo l’Observatório do Clima, la riduzione della deforestazione avviata dal 2023 ha evitato l’immissione nell’atmosfera di circa 2,2 miliardi di tonnellate di CO2. Un volume stimato che corrisponde all’incirca alle emissioni annuali del Brasile.

Questo risultato è il frutto della riattivazione del piano storico contro la deforestazione, lanciato nel 2004 durante il primo mandato di Lula e congelato negli anni di Bolsonaro. Sul piano economico, il governo ha tagliato il credito statale alle aziende che devastano la foresta, riattivato le risorse internazionali del Fondo Amazzonia e blindato le terre pubbliche trasformandole in riserve naturali e territori indigeni protetti, sottraendole così alle speculazioni della grande proprietà terriera.

Un impegno globale che è poi culminato nella proposta, sotto la presidenza brasiliana della Cop30, del Tropical Forest Forever Facility, un fondo internazionale destinato a finanziare i Paesi per la conservazione delle loro foreste tropicali.

Deforestazione zero, l’impegno di Lula si scontra con gli interessi privati

Ma, se l’iniziativa pubblica si è mobilitata in tutela della foresta, i giganti privati dell’agribusiness si muovono nella direzione del business as usual. È qui che il difficile bilanciamento tra sostenibilità e competitività mostra le sue crepe. Negli ultimi mesi si è assistito a un diffuso dietrofront sugli impegni ambientali. Jbs, colosso brasiliano della carne quotato in Borsa a New York, ha abbandonato l’obiettivo emissioni net zero entro il 2040 e i vincoli sulla deforestazione, mentre l’associazione dei produttori di soia e grandi gruppi come Cofco e Bunge si sono sfilati dalla storica moratoria della soia in Amazzonia e hanno allentato i controlli sulla filiera.

Su questo fronte il pendolo di Lula oscilla bruscamente. Nel 2024 il presidente definiva il successo di Jbs un «motivo di orgoglio». L’anno successivo il ministro del Lavoro non ha inserito il colosso della carne nella “lista sporca” pubblicata ogni anno, nonostante le denunce degli ispettori per condizioni lavorative assimilabili alla schiavitù. Un’omissione che mostra tutte le debolezze e le concessioni del governo di fronte allo strapotere dell’agribusiness. 

Zero fame o net zero? Il dilemma del petrolio

Un mese prima di ospitare la Cop30 a Belém, nell’Amazzonia brasiliana, la compagnia petrolifera statale Petrobras otteneva il via libera per esplorare le acque profonde al largo della foce del Rio delle Amazzoni, ad appena 330 chilometri dai padiglioni del vertice sul clima. Da allora concessioni e scoperte si sono susseguite a ritmo serrato, rivelando un potenziale enorme. Secondo il piano di espansione energetica del governo, i blocchi del Margine Equatoriale potrebbero contenere fino a 41 miliardi di barili di greggio.

Se sulla scena globale il Brasile punta a mostrarsi una guida autorevole della causa ecologica, nell’agenda interna la priorità resta il contrasto alla povertà. Una battaglia finanziata storicamente con la rendita dell’estrazione fossile.  Durante il primo boom delle commodities, gli introiti delle esportazioni di petrolio e prodotti agricoli avevano garantito le risorse per l’aumento del salario minimo e per la Bolsa Família (un piano di trasferimenti diretti simile all’ex reddito di cittadinanza in Italia), permettendo al Paese di uscire dalla Mappa globale della fame della Fao. Precipitato nuovamente nell’insicurezza alimentare nel 2021 sotto la presidenza Bolsonaro, il Brasile ne è uscito nel 2025 grazie alle rinnovate politiche sociali.

Per un presidente formato nel sindacato e cresciuto in una famiglia fuggita dalla miseria del Nordest, questa linea è cruciale oltre che strategica. Gli Stati più poveri del Paese, che concentrano la maggioranza dei beneficiari dei programmi sociali, rappresentano anche il bacino elettorale più solido del suo Partito dei Lavoratori. È la concretizzazione di quello che l’analista uruguaiano Eduardo Gudynas definisce «neo-estrattivismo progressista»: uno Stato che rivendica il controllo e lo sfruttamento delle risorse naturali per raccoglierne le rendite e redistribuirle nel welfare. Il paradosso è che questa spinta estrattiva potrebbe generare enormi danni ambientali e compromettere la biodiversità amazzonica che il governo si sta sforzando di preservare. 

Sulle terre rare il Brasile vuole competere con la Cina

Uno dei grandi pacchetti legislativi approvati nel 2026 ha riguardato i minerali critici. Negli ultimi anni il Brasile si è proposto come un contendente al dominio cinese proprio nel settore delle terre rare. Le ultime riforme hanno istituito un fondo per concedere credito ai progetti estrattivi e introdotto incentivi fiscali dedicati alla raffinazione sul territorio nazionale.

Il Brasile punta dunque al controllo della catena del valore, ma le basi poggiano su massicci investimenti statunitensi, come rivela un’inchiesta condotta da Repórter Brasil e Associated Press. I punti interrogativi restano. Mentre il Paese entra nella corsa globale delle terre rare, a livello locale arrivano già le prime denunce sugli impatti ambientali e sanitari ai danni delle comunità. Nei prossimi anni questo settore rischia di diventare un nuovo, violento terreno di scontro tra territori e multinazionali.

Cosa dicono i sondaggi sulla sfida Lula-Bolsonaro alle elezioni in Brasile nel 2026

È con queste premesse che Lula si presenta alle elezioni del 4 ottobre 2026, in una sfida che potrebbe consegnargli il suo quarto e ultimo mandato come presidente del Brasile. I sondaggi più recenti indicano un passaggio quasi obbligato per il ballottaggio. Al primo turno Lula è segnalato in leggero vantaggio col 38% delle preferenze contro il 33% di Flávio Bolsonaro, un risultato che proietterebbe la contesa alla seconda tornata. Al ballottaggio del 25 ottobre lo scarto si ridurrebbe a soli due punti percentuali (46% a 44%). Un dato che evidenzia la profonda polarizzazione del Paese già analizzata su Valori.it quattro anni fa

Una spaccatura che, se confermata, sarebbe lo specchio delle fratture sociali e delle condizioni di vita reali del Paese. Le rilevazioni mostrano che lo zoccolo duro del consenso di Lula resta concentrato tra le comunità nere e tra le famiglie a basso reddito del Nordest: i settori di popolazione che subiscono con maggiore forza le conseguenze della crisi climatica, tra ondate di calore estreme, crisi idriche e disastri ambientali sempre più frequenti. La crisi alimentata dalla stessa estrazione e combustione del petrolio che Lula punta ad aumentare nei prossimi anni. 

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