Il colosso brasiliano della carne Jbs smentisce i suoi stessi obiettivi sul clima
Dopo la causa di New York, Jbs punta a tagliare solo il 3% delle sue emissioni reali, lasciando fuori lo Scope 3
In breve
- L’ultimo report di sostenibilità di Jbs, pubblicato a inizio luglio, non contiene più alcun obiettivo di riduzione delle emissioni Scope 3.
- I nuovi target – taglio del 30% entro il 2030 e del 70% entro il 2050 – riguardano solo le emissioni Scope 1 e 2, meno del 3% dell’impatto climatico di Jbs.
- Le emissioni Scope 3 escluse dal piano superano le 184 milioni di tonnellate di CO2, più di quanto emette in un anno l’intera economia dei Paesi Bassi.
Che fosse poco credibile per il maggiore produttore mondiale di carne azzerare il proprio impatto sul clima, e farlo entro il 2040, era apparso evidente fin da subito. Tant’è che attorno a quella promessa si era già scatenata una battaglia legale. La novità è che ora è la stessa Jbs a fare marcia indietro.
L’ultimo report di sostenibilità della società brasiliana, pubblicato a inizio luglio, non menziona più alcun obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra Scope 3. Cioè quelle generate nella catena del valore, che sono l’assoluta maggioranza.
La causa di New York contro gli obiettivi climatici di Jbs
Proprio per i suoi obiettivi sul clima, Jbs era già stata citata in giudizio dallo Stato di New York nel 2024. All’epoca, la società brasiliana aveva cavalcato parecchio a fini pubblicitari il piano per l’azzeramento delle emissioni (net zero) al 2040, prima ancora di avere un piano credibile per realizzarlo. Secondo l’accusa, il punto debole stava proprio nelle emissioni Scope 3. La società infatti le calcolava ma in modo parziale, senza considerare il cambiamento d’uso del suolo – in pratica, la conversione delle foreste in allevamenti e campi agricoli per i mangimi. Tutto questo mentre dichiarava di voler incrementare la produzione di carne negli anni a venire.
Nel gennaio 2025 il tribunale aveva archiviato la causa senza entrare nel merito, lasciando però alla procura la possibilità di ripresentarla. Prima che ciò accadesse, la sussidiaria statunitense di Jbs ha trovato un accordo con la procura. Per chiudere la vertenza, senza ammettere né negare i risultati dell’indagine, l’azienda ha accettato di investire oltre un milione di dollari nel programma di agricoltura climate-smart della Cornell University. In più, aveva riformulato il proprio target di neutralità climatica entro il 2040, descrivendolo come «ambizione» o «obiettivo» anziché come «impegno» o «promessa». Aveva anche accettato di condurre ogni anno una revisione di tutte le comunicazioni sul tema rivolte ai consumatori, per poi trasmettere i risultati alla procura.
Jbs abbandona gli obiettivi sulle emissioni Scope 3
Nel nuovo rapporto di sostenibilità di Jbs, gli obiettivi sul clima appaiono decisamente più modesti. Il colosso della carne si impegna infatti a sforbiciare l’intensità delle emissioni del 30% entro il 2030 e del 70% entro il 2050, sempre rispetto ai livelli del 2019. Questi impegni, tuttavia, riguardano soltanto le emissioni dirette (Scope 1) e quelle legate all’energia acquistata (Scope 2). Il problema è che, mettendole insieme, non si raggiunge nemmeno il 3% del suo impatto sul clima. Tutto il resto – cioè 184 milioni di tonnellate di CO2 equivalente – sta nelle emissioni Scope 3. Di questo gigantesco volume di gas serra, superiore a quello generato dall’intera economia dei Paesi Bassi in un anno, il report si limita a scrivere: «Migliorando l’efficienza produttiva dei fornitori possiamo ridurre l’intensità delle emissioni Scope 3».
Il Chief Sustainability Officer globale di Jbs, Jason Weller, ha spiegato così questa clamorosa marcia indietro: «Man mano che procedevamo nell’attuazione del piano, è diventato sempre più chiaro che un obiettivo net zero che coinvolge centinaia di migliaia di produttori agricoli indipendenti distribuiti su decine di milioni di ettari in decine di Paesi, ciascuno con pratiche diverse, punti di partenza differenti e senza un’infrastruttura standardizzata per la misurazione, rappresenta una sfida enorme». Ma anche ipotizzando di avere a disposizione dati e tecnologie impeccabili, resta difficile pensare che macellare oltre 78mila bovini, circa 149mila suini e più di 14 milioni di polli al giorno sia un modello di business compatibile con il futuro del clima.




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