Dopo il terremoto, chi decide il futuro dell’Appennino? Il collettivo Emidio di Treviri dà voce a chi ci vive
Dieci anni di ricerca indipendente sul sisma del 2016, e ora un centro studi: Ecologie del post-terremoto, con un'indagine sul decennale finanziata dal basso
È l’estate del 2017 quando i rappresentanti degli abitanti dei territori dell’Appennino colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016 incontrano Sergio Mattarella, presidente della Repubblica. Portano con sé una fanzine: Basilico. Quando gliela consegnano, gli spiegano che la gestione dell’emergenza non sta andando nella direzione giusta. Che i problemi sono tanti, e qualcuno li ha messi nero su bianco al posto loro. E che chi deve immaginare il futuro di quella zona del centro Italia deve partire anche da ciò che c’è scritto in quelle pagine.
Basilico è il lavoro di un gruppo di ricerca nato con un obiettivo preciso: raccontare dal basso la ricostruzione e aiutare chi vive nell’Appennino colpito dal sisma a scrivere il proprio futuro. Si chiama Emidio di Treviri, come il patrono di Ascoli Piceno, protettore contro i terremoti. Me ne ha raccontato la storia Davide Olori, uno dei fondatori.
Il collettivo Emidio di Treviri, nato dopo il sisma nel centro Italia
Olori è un sociologo del territorio e si occupa da tempo di disastri. «Ho cominciato col terremoto dell’Aquila. Ho poi lavorato su quelli di Haiti, del Cile, dell’Emilia. Quando pensavo fosse il momento di smettere, è arrivato quello di casa mia». Un percorso parallelo a quello accademico, perché nell’università italiana non c’erano gruppi di ricerca sulle conseguenze sociali dei disastri. «Abbiamo dovuto fare come i gruppi punk vendendo magliette per finanziarci», scherza. «È stato fatto tutto in autogestione, senza fondi pubblici ma al massimo qualche piccolo bando».
Emidio di Treviri è un collettivo di ricercatori di varie discipline: dall’architettura alle scienze sociali, dall’antropologia alla medicina, fino a geografia ed economia. «Siamo nati spontaneamente dieci anni fa, interrogandoci insieme su cosa stava accadendo ai territori del cratere», l’area dei comuni colpiti dal sisma. Da allora, spiega, «abbiamo fatto quello che non ha fatto il pubblico. Se guardiamo al post-sisma dell’Aquila, per esempio, è nato un ramo specifico del Gran Sasso Science Institute che si occupa di indagare le conseguenze sociali della ricostruzione. Questo pezzo di ricerca pubblica da noi è mancato».
In questi anni il collettivo è stato molto prolifico. Ha pubblicato libri e articoli scientifici, ma ha anche promosso iniziative pubbliche e azioni sul territorio. Ha realizzato contenuti divulgativi, come documentari e la fanzine, e ha organizzato una scuola annuale di formazione e riflessione, la Scuola di Fornara.

Chi scrive il futuro dell’Appennino centrale dopo il terremoto?
I territori del cratere, spiega il ricercatore, soffrivano già di spopolamento, invecchiamento, impoverimento. Il terremoto si è abbattuto come una mannaia su aree già marginali. La stortura del processo di ricostruzione – riflette – è stata che le istituzioni «sono arrivate qui e si sono comportate come avessero a che fare con una tabula rasa e dovessero costruire una narrazione da capo. Senza prendere in considerazione cosa ci fosse prima e quali fossero le prospettive e le aspirazioni di chi era rimasto». Eppure, sottolinea, il cratere dell’Appennino centrale è il più grande cantiere d’Europa in termini di investimenti pubblici. «Qui davvero si scrive il futuro di questo territorio. Il problema è chi sono gli attori che lo fanno».
A completare il quadro di questo scollamento è arrivato il modello commissariale. Guido Castelli è senatore, eletto nelle Marche, e commissario straordinario del governo per la ricostruzione post-sisma. È una figura istituzionale che, spiega Olori, «ha poteri di deroga sulle procedure, sugli investimenti, e ha la facoltà di decidere la strategia economica per il futuro di questi territori».
«Si tratta di paesini che non sempre superano le cento anime. Che voce in capitolo possono avere queste persone verso un modello calato dall’alto da chi ha un incarico istituzionale e un portafoglio pari a quello di un ministero? E che, nello stesso territorio, ha il proprio bacino elettorale?». Questo modello di governo, secondo il ricercatore, dimostra che «il potere non è disinteressato a questo territorio, ma è disinteressato al fatto che chi ci vive possa scrivere il proprio futuro».
«Il terremoto è come la guerra: c’è chi mangia e chi muore di fame»
Eppure chi ci vive ha molto da dire, e la ricerca indipendente del collettivo lo ha raccolto. Ne è emerso chiaramente, per esempio, che il disastro non è stato uguale per tutte e tutti. «All’interno della stessa comunità, delle stesse politiche subite per lo stesso evento, ci sono gruppi sociali che vivono un’esperienza nel post-disastro diversa da quella del loro compaesano o da quella del figlio del vicino. Sono i più poveri, i più anziani, i più vulnerabili o marginalizzati, i non-proprietari, gli stranieri, le donne…».
Questo aspetto è documentato già in Sul fronte del sisma (DeriveApprodi, 2018). È tuttora l’unico libro che analizza la gestione dell’emergenza con approfondimenti sulla salute, sull’aumento dell’uso di psicofarmaci, sulla dispersione territoriale e sul mondo contadino. Nella quarta di copertina c’è una frase raccolta a Norcia il 5 giugno 2017. Sono parole di Pietro, allevatore di 48 anni. «Il terremoto è come la guerra», dice. «C’è chi mangia e si arricchisce e chi muore di fame, quelli che prendono il loro e pure quello degli altri, ai poveri restano gli scarti e le macerie».

Cosa fa il collettivo Emidio Di Treviri, dallo studio ai progetti per il territorio
Negli anni l’analisi critica si è tradotta in iniziative concrete. Dalla riflessione sulla scomparsa del mondo agro-silvo-pastorale è nata l’idea di rilanciare l’istituto degli usi civici. Il collettivo lo ha fatto riscoprire al territorio con il documentario Le terre di tutti e con la ripubblicazione del volume di Joyce Lussu Le comunanze picene (Malamente, 2024).
La critica alla gestione della ricostruzione ha dato vita invece a un gruppo di lavoro sull’autoricostruzione, che ha fondato un proprio centro di ricerca e avviato un cantiere con tecniche di bioedilizia. «Ne è nata anche una proposta di legge – racconta Olori – inclusa nel breviario delle norme post-sisma. Adesso è superata dal punto di vista normativo ma, per due anni, è stato possibile autoricostruire la propria casa usando fondi pubblici all’interno di progetti partecipati».
Lo stesso metodo è stato usato per la ricerca sui conflitti ambientali territoriali. Tra le altre cose, la mobilitazione è riuscita a bloccare la costruzione di un hotel e la cementificazione di un’area naturalistica ai Pantani di Accumoli. Da quel lavoro sono usciti un centro di documentazione dei conflitti ambientali nel cratere e il documentario L’ultima neve. Racconta gli enormi investimenti pubblici per ripristinare gli impianti sciistici «in un Appennino dove ormai non nevica più».
Tra le iniziative più recenti c’è il premio Massimo Dell’Orso, per tesi di laurea e lavori scientifici sul post-terremoto. È intitolato a un compagno di strada che si è tolto la vita durante lo sfollamento sulla costa.

Prende il via il centro studi Ecologie del post-terremoto
Questa estate si è chiusa l’ultima edizione della Scuola di Fornara. «Quando siamo nati la Scuola era un’esperienza innovativa, forse la prima. Oggi ne esistono tante e diverse sul mercato delle aree interne. La nostra idea era diversa: studiamo una cosa specifica e parliamo di quella. Ogni edizione della scuola è stata dedicata ai temi che ci era utile approfondire per continuare a operare sul territorio. Dopo dieci anni pensiamo che quel percorso sia servito al dibattito e oggi debba lasciare spazio ad altro», dice Olori.
Per questo il collettivo ha rilanciato fondando il centro studi Ecologie del post-terremoto. Il crowdfunding per finanziare la ricerca sul decennale del sisma ha raccolto 30mila euro. «Sono serviti a pagare le studiose che hanno analizzato la vita nel cratere a dieci anni dal sisma, gli investimenti e lo stato della ricostruzione, da una prospettiva critica e indipendente». Lo studio è concluso e verrà presentato nelle prossime settimane a Roma.

Il disastro costringe a interrogarsi sui futuri possibili
«Viviamo in un territorio da sempre attraversato da terremoti», ricorda Olori. «Quando ero alle elementari c’è stato il sisma di Colfiorito. Poi è arrivato quello dell’Aquila. Poi il nostro. Io ero in Irpinia a suonare con il mio gruppo quando i nostri telefoni hanno cominciato a squillare. Siamo tornati quella stessa notte attraversando l’Appennino centrale perché il traforo dell’Aquila era chiuso. Abbiamo visto la distruzione di interi paesi, era chiaro che non si trattava della solita scossa».
Quello che nessuno si aspettava è che la pioggia di fondi in arrivo non avrebbe risollevato quei territori, ma si sarebbe rivelata l’ennesimo colpo. «Volevano reimmaginarli da capo senza che la gente di qui avesse voce in capitolo. Senza considerare le persone, dunque, ma nemmeno le evidenze scientifiche (come la crisi climatica) o sociali (come quella del mercato del lavoro)». Finora, osserva, l’enorme mole di investimenti pubblici non ha prodotto gli effetti sperati.
Il problema, secondo Olori, è la concezione stessa del disastro. «Pensiamo agli eventi disastrosi come a una rottura di una normalità a cui tornare dopo. Eppure viviamo in un’epoca di crisi e disastri continui e sovrapposti: il terremoto, il Covid, la guerra, la crisi ecologica. Dovremmo imparare che il disastro è parte dell’esperienza umana e non l’eccezione e che, in quanto tale, va politicizzato. Ogni volta interrogarci sul perché succede, sugli effetti che ha e sul fatto che non sono uguali per tutti. Ma soprattutto sui futuri possibili che apre».
Emidio di Treviri è una storia dal futuro perché si interroga sulle direzioni da prendere: su come si ricostruisce, su chi lo decide e perché. Il disastro, conclude Olori, interrompe un processo inerziale e mette di fronte a una scelta: «Che tipo di futuro vogliamo?».
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