Gli intoccabili. Affinità e divergenze tra Al Capone e Manchester City
Giudicato colpevole di conti truccati per oltre un miliardo di euro, il City rischia di mettere in discussione l'architettura finanziaria del calcio europeo
«La Commissione indipendente ha accertato che il Manchester City ha stipulato accordi commerciali “fittizi” con diversi sponsor nel periodo in questione (2009-2018, ndr). Tali accordi rientravano in un meccanismo di finanziamento occulto […]. È emerso che lo scopo di tali meccanismi era gonfiare artificialmente i ricavi del club e ridurne i costi per un importo superiore a 900 milioni di sterline al fine di apparire conforme alle norme finanziarie. La conseguenza è stata che il club ha presentato bilanci non veritieri. E ha occultato la reale situazione finanziaria ai revisori dei conti e agli organismi di controllo del calcio». Così scrive la Premier League nella sua durissima accusa al Manchester City.
Al Capone e Manchester City: incastrati per crimini minori
Sembra di leggere le accuse del tribunale federale nel processo per evasione fiscale contro Al Capone, lo spietato boss della mafia di Chicago. Non riuscendo a condannarlo per omicidi, rapine, contrabbando e quant’altro, alla fine Capone fu incastrato per non aver pagato le tasse. Allo stesso modo sembra che la Commissione indipendente della Premier League, non riuscendo a fermare lo strapotere economico del City, abbia deciso di incastrarlo per una serie di crimini minori: pagamenti occulti e sponsorizzazioni gonfiate per aggirare i vari stadi del financial fair play. Solo che, come vedremo, è lo stesso financial fair play per come è stato costruito a suggerire questo tipo di comportamenti criminali.
Se queste sono le affinità tra Al Capone e il Manchester City, a fare più male potrebbero però essere le divergenze. Nel capolavoro di Brian De Palma gli “intoccabili” erano gli eroici agenti del Tesoro americano che, a differenza dei loro colleghi, non si fecero corrompere e portarono alla condanna del boss mafioso. Nel meraviglioso mondo del calcio, però, il rischio è che alla fine a essere “intoccabile” sarà proprio il Manchester City. Se crolla il club che negli ultimi quindici anni ha dominato il calcio europeo, infatti, rischia di aprirsi un domino che porterebbe al crollo dell’intero sistema. Lo avevamo già scritto su Valori. Vediamo perché.
Il debito da 20 milioni di sterline per l’esonero di Mancini
Quello che è successo è abbastanza noto. Qui una ricostruzione di The Economist. In buona sostanza, il Manchester City – dal 2008 di proprietà della holding Abu Dhabi United Group, riconducibile allo sceicco Mansour – è accusato di avere truccato i bilanci. Un esempio paradigmatico di quello che potrebbe essere successo, secondo l’accusa, riguarda l’attuale commissario tecnico della Nazionale italiana Roberto Mancini. L’allenatore che nel 2012 regalò al Manchester City il campionato che ha segnato l’inizio del dominio del club nel calcio globale.
Ecco la ricostruzione del New York Times: «La commissione ha fatto riferimento a un debito di 20 milioni di sterline maturato improvvisamente dal City al termine della stagione 2012-13. Tale cifra corrispondeva – secondo fonti informate sul caso – alle somme dovute all’allora allenatore Roberto Mancini e al suo staff, esonerati a fine stagione. Se il pagamento fosse stato effettuato immediatamente, il City si sarebbe trovato “in difetto di 9,9 milioni di sterline rispetto ai parametri del fair play finanziario Uefa per quella stagione”, ha affermato la commissione. Il tribunale ha riferito che “nel giro di pochi giorni vennero predisposti diversi accordi di sponsorizzazione modificati… Per incrementare le commissioni contabilizzate, erogare bonus per eventi già disputati e finanziare una tournée negli Stati Uniti”. Colmando così il deficit».
Il ricorso del Manchester City mette in discussione il fair play finanziario
Ecco il punto. Nelle sue varie declinazioni il financial fair play (sia quello europeo della Uefa che quelli nazionali) prevedono che un club di calcio possa spendere poco più di quel che guadagna. Questo regolamento è di per sé iniquo, come abbiamo scritto. Certifica il diritto del più forte. Grazie al financial fair play il Real Madrid può spendere ogni anno dieci volte quello che spende un club medio, mille volte un club piccolo. Ma nonostante questo i club più potenti cercano di aggirarlo in vari modi. E il Manchester City lo ha fatto nel modo peggiore, tramite finanziamenti occulti. Anche se il fatto che siano occulti potrebbe essere la sua salvezza.
Come scrive The Guardian, «un elemento chiave del ricorso del City si basa sull’affermazione secondo cui i contratti commerciali – che la commissione ha ritenuto parzialmente finanziati dalla proprietà del club – sarebbero stati in realtà pagati dal governo di Abu Dhabi». In pratica la linea difensiva è che si trattasse di aumenti di capitale mascherati. Era la stessa proprietà del club, il fondo sovrano di Abu Dhabi, a iniettare soldi nel club, tramite la sua compagnia aerea Etihad o quella telefonica Etisalat (oggi e&). In modo palese – come le sponsorizzazioni dello stadio – e occulto – come nel caso che vedrebbe coinvolto Roberto Mancini.
Secondo il quotidiano inglese, Etihad avrebbe detto in altri momenti di non essere dipendente dalle scelte del governo di Abu Dhabi, quindi la difesa non regge. Ma il punto resta. Secondo la difesa del club questi pagamenti occulti sarebbero quindi aumenti di capitale mascherati. Curiosamente, lo stesso giorno in cui è uscita la notizia della presunta colpevolezza del Manchester City, la Juventus ha annunciato l’ennesimo aumento di capitale, con il sostegno di Exor. Fino a 250 milioni di euro. Per un totale di circa 1,2 miliardi dal 2019. Più o meno la stessa cifra per cui il City è stato giudicato colpevole.
E allora gli aumenti di capitale?
Ora, intendiamoci: l’aumento di capitale è uno strumento lecito, regolare. Nulla di lontanamente paragonabile a pagamenti occulti e sponsorizzazioni gonfiate. E l’aumento di capitale della Juventus, assolutamente lecito, non ha nulla a che fare con il caso Manchester City. Oltretutto i soldi che provengono dagli aumenti di capitale non sono conteggiati come risorse nel rapporto guadagni/spese del financial fair play. Indirettamente sì però, perché aumentano il valore e il giro di affari del club. Ecco perché, fuori dai tribunali, la differenza è poca. Grazie al financial fair play le squadre con le proprietà più ricche possono ricevere più soldi. E spendere di più.
Quasi tutte le grandi squadre europee, dal Bayern Monaco al Manchester United, dal Chelsea al Psg, dal Milan all’Inter, hanno fatto negli anni aumenti di capitale. Tutti leciti. In pratica le proprietà hanno immesso soldi che, anche se non incidono direttamente nei calcoli del fair play finanziario, aumentano il giro di affari che permette nuovi guadagni. E quindi più entrate che vanno poi negli anni successivi a essere conteggiate nei parametri del fair play. Chi non può farlo, come Real Madrid e Barcellona per struttura societaria, si è venduto i futuri guadagni di stadio e televisione, come scritto su Valori. Chi non ha voluto farlo, come nel caso del City, si è gonfiato le sponsorizzazioni.
Ora, è chiaro che la linea difensiva del Manchester City non può essere solo il sostenere di avere fatto illegalmente quello che gli altri club fanno legalmente. Non siamo esperti di diritto, ma non ci sembra molto furba. Ma questa linea può però mettere in discussione l’intero impianto dei vari fair play finanziari, smascherando la loro funzione di protezione del diritto del più forte. Ecco che allora la Premier League, e poi di conseguenza la Uefa e poi le altre federazioni nazionali, sarebbero costrette a rimettere in discussione l’architettura finanziaria su cui si è retto negli ultimi quindici anni il calcio europeo. E torniamo così agli “intoccabili” della storia di Al Capone.
Se il Manchester City fosse condannato ci sarebbe il caos
Chi sono gli intoccabili in questa vicenda? Il Manchester City solo perché è too big to fail? Troppo grande per cadere, come le banche dopo la crisi del 2007? La stessa vicenda Al Capone ci insegna che ogni tanto qualcuno, anche in altissimo, cade. Gli equilibri del potere si possono ridisegnare anche così. Ma l’importante è mantenere quegli equilibri. E qui sta il punto. La sentenza rischia di essere assai pericolosa. Al di là dell’importanza del Manchester City per il calcio, se fossero messe in discussione le basi dei fair play finanziari, andrebbe ridiscussa tutta l’architettura finanziaria del calcio globale. E non converrebbe a nessuno.
Secondo molti il Manchester City subirà una penalizzazione in punti in questo e nei prossimi campionati. Difficilmente la revoca dei titoli, sicuramente non di quelli europei dove vige la prescrizione. E sarà costretto a pagare una multa salata. Poca roba per la ricchissima holding Abu Dhabi United Group. Ma c’è un secondo problema, ancora più grave. A questo punto altre squadre potrebbero chiedere i danni. Questa estate, per esempio, l’Everton è stato condannato a pagare 35 milioni di sterline al Burnley per un caso simile. Davvero troppo simile.
In pratica l’Everton fu penalizzato per avere violato le regole del financial fair play relative alla stagione 2021-22, dove si salvò per un pelo. E dove retrocesse invece il Burnley. Il Burnley ha facilmente dimostrato di essere retrocesso, e di avere perso soldi, per il comportamento scorretto dell’Everton, che è stato condannato a rimborsarlo. Ma il Burnley avrebbe potuto chiedere i soldi anche alla Premier League, colpevole di deboli o mancate sanzioni. Ora, se il City fosse giudicato colpevole, tutte le squadre che hanno partecipato ai campionati inglesi dal 2009 al 2018 avrebbero ragione di chiedere soldi al City. E volendo anche alla Premier League. Sarebbe il caos. E allora sì che tutto il sistema crollerebbe. Ecco perché a essere “intoccabile”, ancora una volta, rischia di essere il potere.




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