Per capire gli autoritarismi, Barca e Borzani interrogano i fallimenti della democrazia
A Genova, davanti a un caffè, gli autori di Democrazia alla prova parlano di neoliberismo, giovani, sovranità digitale e proposte come Biomed Europe
Genova è la città dove a gennaio Fabrizio Barca e Luca Borzani hanno riunito trentotto relatori e relatrici per il convegno “Democrazia alla prova”. Da quelle tre giornate è nato il libro omonimo, Democrazia alla prova. Dalle promesse tradite a un riscatto possibile, uscito il 6 ottobre per Feltrinelli. A Genova, in una calda domenica di ottobre, ne parliamo seduti a un tavolino, con tre caffè bollenti e una conversazione che si allarga, si interrompe e torna indietro.
Barca, economista, ex ministro per la Coesione territoriale, è co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità. Borzani, storico, è stato assessore alla Cultura del Comune di Genova e presidente della Fondazione per la cultura di Palazzo Ducale.
Partirei da una cosa che non è scontata: metterci d’accordo su che cosa intendiamo per democrazia.
Barca: La dico rapida rapida. La democrazia non sono le regole: le regole ne garantiscono il funzionamento. La democrazia è ciò che con quelle regole ci si propone di produrre. Per dirla all’italiana: pieno sviluppo della persona umana per tutti, libertà dal dominio e peso della propria voce nei processi decisionali. È questa tripletta che da un certo momento in poi non è stata più garantita, scriviamo nel libro. Per questo la democrazia è in disgrazia.
Borzani: Nella nostra riflessione c’è anche un richiamo diretto alla Costituzione, che è la cornice dentro cui ci muoviamo. Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto uno svilimento costituzionale, e non soltanto nell’impalcatura istituzionale, cioè il Parlamento e la crisi della rappresentanza. Anche negli obiettivi. Si è dimenticato che la nostra Costituzione, tra le pochissime, non si limita a elencare i diritti dei singoli. Riconosce un ruolo ai singoli associati e prescrive allo Stato di renderli esercitabili, quei diritti.
Barca: «È compito della Repubblica».
Borzani: «È compito della Repubblica». Lo svilimento riguarda esattamente questo nesso centrale. E alla crisi della rappresentanza si è provato a rispondere con l’ingegneria istituzionale. Non recuperando la rappresentanza, ma inseguendo la famosa governabilità, assunta come valore assoluto indipendentemente dal modo in cui si governa.
Barca: Aggiungo solo una cosa: qualunque organizzazione sociale che produca libertà dal dominio, pieno sviluppo della persona umana e voce in capitolo nelle decisioni è democrazia. A prescindere da come lo fate.
Nel libro fate una lunga analisi di che cosa non ha funzionato: perché la democrazia è in crisi e non viene più vista come qualcosa di desiderabile. E analizzate il rapporto con il capitalismo, e più ancora con il neoliberismo. Che cosa non ha funzionato?
Borzani: Uno dei caratteri della discussione di gennaio, e anche del libro, è lo spostamento dell’ottica. Di solito ci misuriamo con i movimenti populisti e autoritari analizzandoli di per sé. Noi abbiamo provato a rovesciare la prospettiva: analizzare la democrazia, e quanto le risposte che non ha dato siano diventate la motivazione della crescita dei movimenti populisti e autoritari. Uso sempre la definizione di Benedetto Croce, che leggeva il fascismo come «un’invasione degli Hyksos»: come se i movimenti autoritari nascessero dal nulla. Una democrazia che non si sottopone alla critica e all’autocritica conserva le sue impalcature essenziali, cosa peraltro importante, ma non risponde più alle domande che dovrebbe garantire.
Tra i temi della capacità di rigenerarsi c’è il rapporto con il mutamento sociale e con le trasformazioni del capitalismo. Il compromesso che aveva funzionato nei Trenta gloriosi sparisce con la finanziarizzazione, con la delocalizzazione delle produzioni, con la cultura del neoliberismo. Che però non cerca di sopprimere lo Stato. Il neoliberismo ha bisogno dello Stato, di uno Stato specifico, modellato su pochi paradigmi come la difesa e la sicurezza, che lascia al mercato gran parte delle sue funzioni. L’idea che il neoliberismo rappresenti la fine dello Stato non è vera. Rappresenta la fine di un modello di Stato.
Barca: Dietro c’è un passaggio semplice: il disconoscimento della tensione ontologica fra capitalismo e democrazia. Il capitalismo è un modo di produzione che tende inevitabilmente alla concentrazione del controllo, e quindi nega quella diffusione del controllo che è propria della democrazia. Non sono intenzionalmente in conflitto: sono ortogonali. Soltanto uno Stato democratico può provare a tenerli insieme, come ha fatto nei Trenta gloriosi.
Il neoliberismo sovverte questo rapporto: dice che il capitalismo è la condizione della democrazia. Nel libro citiamo una frase del giornalista britannico Martin Wolf che è sintomatica, perché la pronuncia addirittura dopo i disastri: continua a crederci. E le sinistre aderiscono a quest’idea. Nell’istante in cui non sei più consapevole della tensione, non capisci più che lo Stato deve fare controllo sociale dell’economia. Non capisci più l’articolo 41 della Costituzione: la libera iniziativa ha un limite nell’utilità sociale. Quell’articolo viene negato non solo dal neoliberismo, ma dall’intero progressismo della terza via. Se non pensi più che siano ortogonali, il capitalismo è scatenato.
Parlate anche di uno spaesamento della classe dirigente progressista, negli anni in cui succedeva tutto questo. Come sta oggi quella classe dirigente?
Borzani: Sta ancora lì. In un ragionamento che produce un distacco sempre più elevato tra politica e società, tra domanda sociale e politica. È ancora in quella trappola.
E chi potrebbe raccogliere la proposta che avete elaborato? Dove vedete la classe dirigente di domani?
Barca: Rispondo in poche parole: esistono frammenti di nuove classi dirigenti. Stanno nei movimenti, nell’organizzazione del lavoro, nelle organizzazioni di cittadinanza e perfino nei partiti. Sono in ogni ruga di questo Paese incredibile che è ancora l’Italia, dove crescono inascoltate: sono le persone a cui ci rivolgiamo scrivendo.
L’Italia non manca di movimenti, ma sono frammentati. A Genova nel 2001 c’era un movimento che parlava di un altro mondo possibile e cercava di comporre le diverse questioni in una visione globale. Oggi c’è chi si occupa dei migranti, chi di Gaza, chi della pace, chi del clima. Manca una visione che tenga insieme tutti questi aspetti, che sono legati l’uno all’altro.
Borzani: Le commemorazioni del G8 sono state esattamente la rappresentazione di questo: un’eredità autoaffermata, ma molto più piccola e senza il disegno che le giornate del luglio 2001 avevano espresso. Pesano decenni di assenza della politica. E poi, ma questa è una mia opinione, vedo il rischio di un’immediata polarizzazione, di un’ideologizzazione di ogni segmento, che disegna confini identitari netti. Nell’identità del singolo pezzo si perde di vista l’unitarietà che era stata la storia del movimento operaio. Sembra quasi di tornare alle origini ottocentesche, ai segmenti di movimento legati alle corporazioni e ai mestieri. Probabilmente è una fase di passaggio, ma dentro serve una crescita cognitiva, perché in questi decenni è cambiata la definizione stessa dei diritti e della loro universalità. Il rischio è una contrattualistica minore sotto un grande cappello ideologico, che non diventa né elaborazione collettiva né programma comune.
Barca: Guardiamo le cose dal punto di vista delle oltre tremila ragazze e ragazzi tra i 17 e i 19 anni che ho incontrato in questi anni con il ForumDD, la leva che si sta mobilitando in tanti Paesi. In loro c’è un rigetto esattamente di queste etichette. Arrivano a non gradire neanche le parole sinistra e destra. E lo fanno anche quando sono vicinissimi alla Costituzione, che per uno come me, fammelo dire in maniera brutale, è molto di sinistra. Hanno principi, consapevolezze sociali, ambientali e politiche che io definisco di sinistra. Purché io non le chiami così, quando parlo con loro.
Che cosa succede? Offrono la loro disponibilità e non trovano una domanda, non trovano luoghi. Non li trovano nei partiti, ma neanche nelle organizzazioni di cittadinanza e nel sindacato. Nessuno è disposto a raccogliere questa loro orizzontalità, questo loro impegno universale e di connessione. E il loro impegno ridiventa individuale, ridiventa micro: io mi occupo del cibo per i poveri, io della spiaggia, io delle scritte sui muri. È un punto delicatissimo. Non lo fanno perché sono settoriali, ma perché è l’unica cosa che gli rimane per avere la sensazione di non perdere tempo. Trovano una domanda settoriale, non una visione. Nessuno che gli dica: guarda che potremmo fare tutti insieme una cosa diversa. C’è un potenziale straordinario inutilizzato.
Vivono anche a stretto contatto con strumenti di comunicazione molto personali, come i social.
Barca: I social li distraggono, sì. Riducono i tempi di attenzione, sì. Li intimidiscono parecchio, perché hanno paura di essere aggrediti quando si esprimono. Però sono perfettamente consapevoli che non sono uno strumento di impegno politico. Quando glielo abbiamo chiesto nelle scuole, lo sapevano: è intrattenimento. Non sto dicendo che non abbia conseguenze. Ma non sono ingenui, non pensano di fare politica attraverso quelle piattaforme.
Borzani: Io ho una visione parzialmente diversa. Questi ragazzi sono già i figli, se non i nipoti, della società individualizzata. Non c’è esperienza collettiva. E non è secondario, perché era la socializzazione primaria a costruire le relazioni che poi portavano alla politica. I social sono un tratto identitario: è difficile scindere l’autorappresentazione del soggetto da quella sui social, anzi in qualche misura la seconda diventa la verifica della prima. Al tempo stesso, in alcuni contesti, si mette in moto una straordinaria scoperta della fisicità. Si sperimentano soluzioni collettive, a volte mutuando parole d’ordine antichissime, anche con chiavi di lettura ideologicamente rigide. Il punto è che a buona parte di queste esperienze non è stato permesso di crescere.
Barca: Quindi, vediamo se ho capito: sono consapevoli che i social sono un’altra cosa. Sanno che lì si costruisce un’identità digitale che qualche volta è una trappola. E nel frattempo tentano di ricostruire fisicità. I numeri dell’Istat sono terribili: dicono che in vent’anni si è più che dimezzata la quota di ragazzi che vedono gli amici tutti i giorni. Pesa l’atteggiamento dei genitori – molto più costrittivi – l’infantilizzazione, l’uso della scuola come se fosse una cosa privata. In questo contesto, come dice Luca, ricostruiscono rapporti fisici e collettivi. Ma restano iper micro, senza rapporto con i partiti e nemmeno con i soggetti organizzati della società civile, se non quelle che Giovanni Moro chiama micro-organizzazioni civiche. Risultato: a livello di sistema non pesano.
Borzani: Al tempo stesso, se uno pensa alle manifestazioni per la Palestina, ci sono momenti in cui tanti elementi diversi generano delle punte.
Che però non hanno continuità.
Borzani: Non hanno continuità, ma lasciano dei sedimenti, che si intrecciano con altri. Vale anche per i francesi, per gli spagnoli, per gli iraniani in questo momento.
Ci vorrebbe una classe dirigente capace di ascoltare, e poi di raccogliere e convogliare.
Barca: Luca lo fa qui, io lo faccio in giro, e su questo ci siamo trovati. Quando vai nel micro territorio e costruisci uno spazio dove possa realizzarsi anche un rapporto intergenerazionale, succedono cose. Ma ricordiamocelo: richiede tempo e capacità. E una qualità che chiamerei curiosità. Per avere curiosità devi metterti a repentaglio: essere convinto dei tuoi valori, ma pronto a sentirteli dire con un linguaggio “strano”.
La classe dirigente attuale ha avuto un impoverimento e questo tempo non se lo concede. Parliamo sempre del deficit di attenzione dei ragazzi. Vogliamo parlare del deficit di attenzione delle classi dirigenti? Quanto tempo aveva un dirigente di partito quarant’anni fa, di qualunque partito, per dire: adesso ragiono, adesso penso? E quanto tempo si regalano oggi i nostri dirigenti, tra un momento e l’altro, per sedimentare quello che hanno ascoltato da altri?
Mi capita di riascoltare vecchi discorsi parlamentari, e colpisce la cura: senti che dietro c’è un ragionamento, uno studio. Non la prima cosa venuta in mente per fare il titolo che poi circola sui social.
Borzani: Forse c’è anche un uso indebito dell’espressione classe dirigente. Ci muoviamo largamente con una classe dirigente che si è autoprodotta. Storicamente la classe dirigente si muoveva dentro vincoli forti di rappresentanza. Se manca la rappresentanza, ciascuno rappresenta soltanto se stesso e il proprio sistema di relazioni più diretto, e questo lo svuota anche come classe dirigente. Il tema dell’accesso delle nuove generazioni non è una questione di età. Oggi abbiamo una classe dirigente con un’età media medio-bassa, anche nei confronti internazionali. Serve una nuova classe dirigente che si costruisca su nuove forme di rappresentanza. Se si taglia il filo tra rappresentanza e classe dirigente, c’è la crisi della responsabilità.
Barca: Non a caso, alla domanda «che fare?» il libro risponde in modo molto concreto. Parliamo di come movimenti, organizzazioni di cittadinanza e partiti potrebbero cambiare il modo di lavorare fra loro e di formare classi dirigenti.
Borzani: Sapendo che le forme politiche che ci ha insegnato la nostra storia sociale e istituzionale sono irripetibili. E che non si possono copiare modelli altrui, come quello del Partito democratico americano.
Barca: Copiato senza capire come funziona. Quel partito può permettersi di essere leggero perché ha intorno una costellazione di organizzazioni. Quando parliamo di spaesamento, l’esempio è l’incontro di Firenze tra i leader della terza via a novembre del 1999.
Voi proponete una quasi-strategia per rigenerare la democrazia. Non dite che va difesa, né rifondata: va rigenerata. Perché questa parola? E perché «quasi»? A chi pensate di proporla?
Barca: Rigenerare ce l’ha un po’ insegnato Nadia Urbinati, che ha dato un contributo grosso. Ci ha ricordato, qui a Genova, che la democrazia per come è disegnata è in un continuo stato di movimento e di rigenerazione. Quello che è avvenuto è che si è paralizzata e ha smesso di esercitare il controllo sociale dell’economia, per via del neoliberismo. Rigenerare vuol dire che torni a fare il suo mestiere: adattarsi ai tempi.
Luca rimarca sempre che non è la nostalgia degli anni Settanta. Non tornano i partiti con più di quattro milioni di iscritti, non torna quell’epoca, e non torna uno Stato così poco immerso nella società. Oggi la società è molto più consapevole, il suo patrimonio cognitivo è più ricco. Io avevo 14 anni nel ’68: i giovani di oggi sono molto più consapevoli e hanno una maggiore competenza.
Perché «quasi»? Perché siamo consapevoli che sono pezzi prodotti da noi. Una nostra traduzione, e tradimento, del pensiero di 38 persone che si sono riunite qui a Genova, a cui abbiamo aggiunto noi stessi. E che consegniamo ad altri perché li facciano maturare. A chi la diamo? Luca e io abbiamo appena finito di ragionare su quali sono i luoghi del Paese in cui vogliamo andare: quelli dove ci sono già sperimentazioni. Penso a quelli che non hanno smesso, alla fine degli anni Settanta, di rigenerare, e sono tanti e tante. Noi parliamo di rigenerazione a livello di sistema, ma la democrazia non sarebbe rigenerabile se non fossero già maturate tante cose. Quindi la diamo a chi lavora già in questa direzione.
E visto che abbiamo citato Urbinati, cito anche un trentaduenne, Carmelo Traina, che a Genova ha parlato di rappresentanza. Girala come vuoi, partecipazione democratica, spazi di discussione, confronto pubblico: a un certo punto ci sono le politiche. Le politiche si fanno nelle assemblee legislative, e nelle assemblee legislative ci sono i rappresentanti. Quindi tutto questo cambia se cambia la rappresentanza. Ci rivolgiamo a chi può candidarsi a essere una nuova rappresentanza.
Borzani: C’è un altro aspetto, che non so se si intreccia con la quasi-strategia, ma che è fondamentale: quale visione di futuro vuoi dare? Ci si muove sulla contrarietà alle visioni distopiche, ma non si ricostruisce un immaginario, un orizzonte. E senza immaginario e senza orizzonte salta anche la capacità di tenere insieme.
Era la grande forza del movimento operaio. Farei una stretta correlazione tra l’origine dell’industrializzazione e i tempi che stiamo vivendo. L’urbanizzazione e l’accesso alla fabbrica sono stati un momento di massimo disordine sociale. Il movimento operaio ha saputo ricostruire, a partire da una condizione in cui ognuno andava a vendere la propria forza lavoro, un percorso collettivo: un intreccio di rivendicazioni materiali e di un orizzonte dentro cui era possibile costruire un’esistenza diversa.
Noi siamo dentro una modernità che si è scissa dal progresso. Per intere generazioni la modernità, la tecnica, volevano dire migliorare le condizioni di vita. Progresso è diventata una parola del vocabolario novecentesco. Come un’altra parola centrale per la democrazia: uguaglianza. I termini dell’uguaglianza sono sostanzialmente spariti. E il rapporto tra libertà e sicurezza si è rovesciato: la sicurezza è diventata riduzione della libertà.
Tra i vostri tre capisaldi c’è lo Stato, e parlate di uno Stato di questo secolo. Ma in un Paese dove lo Stato è spesso vissuto come un ostacolo, come si convince qualcuno che più Stato è una buona notizia?
Barca: Ricordando una sola cosa: i bisogni materiali e immateriali delle persone li può soddisfare soltanto uno Stato migliore. Hai un problema di criminalità nel tuo territorio? Chi lo risolve? Lo Stato. Lo Stato può reprimere, e pensare che quella sia sicurezza. Oppure può costruire percorsi. Sei una donna e non riesci neanche a pensare di fare dei figli? Da cosa dipende la possibilità di farli, se non dal sapere chi se ne prenderà cura, da come si organizza la cura? C’è una massa enorme di anziani, c’è l’angoscia di una parte enorme della popolazione di non riuscire neanche a riscaldarsi, o di restare in solitudine. Lo racconta un libro bellissimo di Giovanni Carrosio e Vittorio Cogliati Dezza. Come si risponde?
Con uno Stato che disegni le città non a misura dell’interesse di qualche immobiliarista o di signori ricchi che mettono alberi improbabili sui palazzi. Ma immaginando quartieri, palazzi, strutture, come hanno fatto i nostri amici di Trieste con il progetto in cui gli anziani vivono con i giovani. Chi può fare questo? Soltanto lo Stato. Dando al sistema capitalistico indirizzi.
Questo è il punto fondamentale. Se la sinistra, impaurita dal brokenism, cioè dalla sfiducia diffusa per cui nulla funziona, vittima di quella che Mariana Mazzucato chiama l’infantilizzazione della pubblica amministrazione, immiserita dai Musk e dai Trump, e ha paura di andare dalla gente a dire «più Stato», allora la partita è persa. Poi lo Stato deve essere democratizzato, più sentito, immerso nella società. Ma è il punto su cui si gioca tutto. Se hai paura che ti diano del vecchio statalista nostalgico degli anni Settanta, se sei così poco convinto delle tue affermazioni, non fare politica.
Borzani: Ci sono due esempi che ripropongono il tema dello Stato. Il primo: se guardi le rivendicazioni sociali oggi in Europa, dalla Spagna alla Francia, sono una richiesta di Stato. Il secondo sono le città, attraversate da processi di finanziarizzazione che riguardano la casa, ma anche la sanità e la previdenza, e che hanno di fatto messo ai margini la regia pubblica. Oggi abbiamo città senza regia pubblica, dove è solo il mercato a ridisegnare gli spazi. I tre grandi cambiamenti che le attraversano, cioè l’invecchiamento della popolazione, il calo demografico e la crisi climatica, se non stanno dentro una visione e una strategia di Stato triplicheranno le diseguaglianze. Avremo sempre più persone ai margini, e altre in grado di conservare il proprio tenore di vita.
Barca: E pensiamo alle campagne e alle montagne. Gli incendi, le alluvioni, le frane che si moltiplicano. Chi governa la protezione del territorio, se non lo Stato? E la cosa più impressionante è che quelli della destra non hanno alcun problema a fare dello Stato ciò che vogliono. Il neoliberismo ha sempre usato lo Stato, come ha detto Luca prima. Questi, oltre a usarlo, lo alterano completamente. E tu hai paura di dire che serve lo Stato? Basta dire: loro vogliono usare lo Stato per i loro interessi, noi lo vogliamo usare per interessi collettivi.
Le leve della vostra quasi-strategia le lasciamo scoprire a chi leggerà il libro. Ma qualche proposta?
Barca: Le proposte sono la cosa dove siamo più forti, ed è quello che diciamo nel libro. La visione, come ha detto Luca, è difficile da costruire. Ma le proposte ci sono.
La più clamorosa, uscita anche durante il convegno, è Biomed Europe. Dopo la pandemia, in cui tra Stati Uniti ed Europa abbiamo speso 200 miliardi di euro per vaccini che ci sono stati fatti pagare 100 dollari quando ne costavano 1,35, non abbiamo ancora capito una cosa. Tutti dicono che bisogna salvare il Servizio sanitario nazionale, e l’unico modo per farlo davvero è dotarci di una struttura pubblica europea che faccia ricerca. La proposta c’è già, è stata discussa al Parlamento europeo e respinta per gli interessi delle lobby.
Ne aggiungo un’altra, piccola, che riguarda le città e quello che sta succedendo in Spagna: fondi di garanzia che facciano da intermediari tra chi ha appartamenti e non li vuole affittare, perché ha paura che l’inquilino non se ne vada più, e i ragazzi che cercano casa. Si può fare domani. E sono due proposte su trenta.
Borzani: Uno degli interventi a mio parere più innovativi è stato quello di Massimo Florio, su un’infrastruttura europea di piattaforme tecnologiche. Tra l’altro, tutto questo dà l’idea di come il sovranismo non sia una soluzione.
Sul digitale l’Europa ha abdicato alla sovranità, e non solo lì: anche nella finanza, come si è visto con le sanzioni americane a Francesca Albanese, a Nicolas Guillou e ora alla Corte penale internazionale. Senza indipendenza digitale e finanziaria, che democrazia possiamo avere?
Barca: È una delle cose che menzioniamo. E non solo la finanza: anche la scuola, con la dipendenza che c’è da Microsoft.
Borzani: È una cosa curiosa, perché il controllo della comunicazione è sempre stato una prerogativa degli Stati nazionali. La posta era l’immagine dello Stato tanto quanto il carabiniere. Oggi ci troviamo in un contesto in cui non c’è alcuna forma di comunicazione gestita dal pubblico.
Barca: Nel libro lo tocchiamo, ed è impressionante quanto poco se ne parli. Com’è possibile? Perché gli anarco-libertari tecnologici di quella fase dissero: è arrivata la tecnologia digitale, come per magia libererà tutti gli esseri umani. Il loro spauracchio era lo Stato. E questo è coinciso con gli spaesati, i leader della terza via, convinti che lo Stato dovesse mollare. Le due cose insieme hanno prodotto un evento unico nella storia, come dice Luca.
Quando entro nelle scuole, per levarmi di dosso il manto dell’ex ministro della Repubblica dico ai ragazzi: prima di cominciare, lo sapete cos’è successo stamattina? Non l’avete letto? Era una notizia di mezz’ora fa: hanno chiuso WhatsApp. Panico totale nella sala. Poi spiego perché gliel’ho detto: perché è possibile. Nessuno di noi ha mai pensato che la Sip potesse dire: da domani mattina il telefono non funziona. Sarebbe stato un colpo di Stato.
Borzani: Dietro c’è un’ulteriore caduta cognitiva: l’idea che la modernità sia neutrale. Che la tecnologia sia neutralmente utile all’umanità, e che quindi la si debba lasciar scatenare. Qui a Genova ho vissuto un’esperienza piuttosto drammatica. La chiusura delle fabbriche negli anni Novanta fu sostanzialmente accompagnata dal sindacato. Non ci fu una richiesta di resistenza, perché l’idea era: è cambiato il modello produttivo, come è già successo altre volte nella storia, se ne ricostruirà uno più avanzato, dobbiamo accompagnare all’uscita chi ci sta dentro. Hai difeso una generazione nell’uscita dalla fabbrica e poi ti sei accorto che non c’era nessun modello di sviluppo successivo.
La riflessione critica sulla modernità l’ha tenuta soprattutto la Chiesa, anche con vizi di tradizione antimodernista. Papa Francesco e Leone XIV, dal loro punto di vista, propongono una riflessione sulla modernità che la sinistra non riesce a fare.
Sull’intelligenza artificiale, l’enciclica di Leone XIV è forse il documento politico più avanzato.
Barca: Non basta la regolazione. Bisogna governare il processo.
E su tutto ciò che è digitale c’è l’idea che il codice sia neutro. Ma il codice lo scrivono esseri umani, che hanno una visione del mondo, un’ideologia, e inevitabilmente la riversano in quello che scrivono.
Barca: Sono ideologie, appunto. Sistemi concettuali con un capo e una coda.
Scrivete che per rilegittimare la democrazia e rendere di nuovo credibili le sue promesse bisogna convincere che si sono compresi gli errori e che si ha una strategia. Avete l’impressione che esista una classe dirigente progressista in grado di farlo?
Borzani: Qui c’è una visione largamente ottimistica del professor Fabrizio Barca, che ha compensato la mia, particolarmente pessimistica.
Barca: Come dicevamo prima, ci sono frammenti di classe dirigente in tutti gli spazi del nostro Paese.
Borzani: C’è un tema che vedo drammatico: la velocità dei processi, e la capacità di reazione.
Barca: Lo so, lo vedo anch’io. Da una parte c’è un formicolio, un fermento: tantissima classe dirigente in formazione, una parte già formata, trentenni e quarantenni. E ragazzi di 15, 17 anni. Dall’altra c’è l’ostacolo dell’impermeabilità, non solo dei partiti ma anche delle organizzazioni di cittadinanza. Quindi ottimismo, ma i tempi sono maledettamente stretti, perché le decisioni precipitano a una velocità rapidissima.
Borzani: E questo precipitare degli eventi restringe sempre di più le persone, le isola. La partita della casa è emblematica. Moltiplica anche i processi di degrado culturale. Per questo insistevo sulla visione. L’assenza di prefigurabilità, il non sapere cosa succederà, determina le paure di ciascuno ed è una delle componenti forti dei processi autoritari.
Usciamo dall’estate più calda di sempre, con la crisi climatica che si manifesta in tutto il suo orrore, e con prezzi alimentari diventati impossibili. C’è da chiedersi perché non si scenda in piazza dalla mattina alla sera.
Borzani: Il tema è che non si scende in piazza se non ci sono obiettivi comuni, se si pensa di potersela cavare da soli. Una delle grandi forze degli autoritarismi e del sovranismo è aver costruito un responsabile, le élite; aver individuato un nemico, i neri, gli immigrati; e aver proposto una vendetta, la rottura del sistema. Sono tre aspetti che stanno insieme, e a cui la sinistra non sa contrapporre nulla.
Barca: Ce n’è un quarto, ed è importante: aver liberato il linguaggio dell’odio. Per molte persone è diventato uno sfogo, sempre individuale. Gli autoritarismi non offrono una visione, non promettono nulla. Le manifestazioni le fai per qualcosa. La gente è furibonda e dice: mi avete spiegato che la probabilità di una prossima pandemia è una su due, adesso spiegatemi perché la prossima volta non finirò nei guai come l’ultima. Se me lo dici, io scendo in piazza. La sinistra può dirlo.




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