Nasce l’Osservatorio sul Piano Mattei: «Servono trasparenza e partecipazione»
Le 14 organizzazioni promotrici, Valori tra queste, analizzano la terza relazione del governo: dati opachi su 5,5 miliardi, 76 progetti e ruolo delle imprese
In breve
- Nasce l’Osservatorio sul Piano Mattei: 14 organizzazioni della società civile, della ricerca e del giornalismo, tra cui Valori, monitorano il Piano per l’Africa.
- Secondo la coalizione, la terza relazione del governo non chiarisce fonti di finanziamento, peso dei privati e garanzie pubbliche, e omette progetti come il porto di Misurata.
- L’Osservatorio chiede che organizzazioni e comunità africane, finora escluse, partecipino alle scelte e alla valutazione dei risultati in 18 Paesi, 15 dei quali in crisi del debito.
Con 5,5 miliardi di euro di investimenti e 76 progetti in 18 Paesi, il Piano Mattei ha riportato l’Africa al centro della politica estera italiana. Ma su come quei soldi vengono spesi, e a beneficio di chi, restano troppe domande senza risposta. Lo sostiene l’Osservatorio sul Piano Mattei, che si presenta pubblicamente oggi, 22 ottobre.
La data coincide con le audizioni parlamentari sulla terza relazione del governo sullo stato di attuazione del Piano, trasmessa alle Camere il 3 luglio. All’esecutivo la coalizione riconosce «un maggiore sforzo informativo» rispetto al passato. Ma segnala che «restano interrogativi sostanziali su trasparenza, partecipazione e valutazione degli impatti». E ancora sulla rendicontazione delle attività svolte finora e sulla coerenza tra obiettivi di cooperazione e internazionalizzazione delle imprese.
L’Osservatorio sul Piano Mattei unisce società civile e testate giornalistiche
L’Osservatorio, che in inglese si chiama Mattei Plan Watch, è nato nel 2026 e da alcuni mesi segue il Piano con un approccio critico. Ne fanno parte organizzazioni della società civile, il mondo della ricerca e alcune testate giornalistiche. Tra queste c’è anche Valori. I promotori sono 14: ActionAid, Altreconomia, A Sud, Centro Internazionale Crocevia, Cgil, Fairwatch, Fondazione Finanza Etica, Greenpeace Italia, Nigrizia, ReCommon, Society for International Development (Sid), Transport & Environment Italia, Wwf Italia e Valori. Nel comitato scientifico siedono Emanuela Beacco, avvocata esperta di vertenze ambientali, Maura Benegiamo (Università di Pisa), Mariasole Pepa (Università di Padova) e Valerio Bini (Università di Milano).
Uno degli obiettivi dichiarati è coinvolgere nel monitoraggio competenze e voci africane, finora ignorate. Il primo nodo, però, è quello dei numeri. «Sarebbe fondamentale rendere sufficientemente leggibili le fonti di finanziamento, il peso effettivo degli investimenti privati e le modalità del sostegno pubblico a tali investimenti, il cosiddetto de-risking», spiega Cristiano Maugeri di ActionAid, a nome dell’Osservatorio. «Senza questi dati è difficile valutare chi benefici degli interventi e quali costi sociali e ambientali possano produrre».
Il Fondo italiano per il clima resta opaco, a partire dal Kenya
Dalla relazione non si capisce, per esempio, quante risorse siano contabilizzabili come aiuto pubblico allo sviluppo. Né quale sia la quota di blended finance, cioè il mix di capitali pubblici e privati. È un dato indispensabile per capire quali vantaggi ottengano le imprese. Per l’Osservatorio la questione cruciale è che il coinvolgimento dei privati produca davvero valore per le comunità locali. E non si traduca nella semplice apertura di nuovi mercati per le grandi aziende italiane.
Lacune analoghe riguardano il Fondo italiano per il clima. È il principale strumento pubblico con cui l’Italia sostiene la finanza climatica nei Paesi del Sud globale, come impone l’Accordo di Parigi. Le aveva già evidenziate la Corte dei conti in una relazione dell’11 maggio 2026. La relazione del governo non chiarisce le modalità operative del Fondo, né la strategia di transizione dalle fonti fossili alle rinnovabili. Mancano anche le priorità tra mitigazione, adattamento e copertura di perdite e danni.
Il caso più discusso è uno dei primi progetti finanziati dal Piano: le filiere agricole per i biocarburanti in Kenya. Per questo progetto sono stati destinati a Eni 75 milioni di euro del Fondo per il clima. Inchieste giornalistiche, rapporti e testimonianze di agricoltori locali hanno descritto una realtà lontana dagli obiettivi dichiarati. Redditi in calo, raccolti non ritirati, contratti diversi da contea a contea, rese in diminuzione e competizione con le colture alimentari. Ne avevamo scritto raccontando l’inchiesta di Transport & Environment sul piano di Eni per i biocarburanti in Africa.
Tre progetti strategici spariscono dalle relazioni del governo
Confrontando le tre relazioni presentate finora, l’Osservatorio rileva incongruenze nel modo di rendicontare i progetti e alcune omissioni vistose. La prima riguarda il Corridoio Sud dell’idrogeno, un’infrastruttura di 3.300 chilometri presentata nel 2024 «nello spirito» del Piano Mattei. A gennaio 2025 il governo ha firmato a Roma una dichiarazione d’intenti con Tunisia, Algeria, Germania e Austria. Da allora non risultano aggiornamenti, né è dato sapere quanto stia spendendo l’Italia e con quali canali di finanziamento.
La seconda è il porto di Misurata, in Libia. Secondo la stampa, si tratta di un’operazione da 2,7 miliardi di dollari (circa 2,4 miliardi di euro al cambio del 20 ottobre 2026), con un evidente peso geopolitico. Nella terza relazione non ce n’è traccia. La terza è la partnership sanitaria tra Italia e Marocco, presentata a Rabat e Casablanca nel maggio 2024. Compariva nella prima relazione, poi è scomparsa dalle due successive e dal sito del Piano.
Sono spariti anche i tavoli tecnici tematici che avrebbero dovuto affiancare la Cabina di regia. Compreso quello sulla sicurezza energetica, convocato cinque volte tra gennaio e luglio 2024: non si sa chi vi abbia partecipato né che cosa abbia deciso.
La società civile africana resta esclusa dalle scelte del Piano
Già alla vigilia del vertice Italia-Africa del 2024 una lunga lista di organizzazioni della società civile africana aveva firmato una lettera aperta. Denunciava l’opacità della governance e finalità orientate all’estrazione di valore commerciale e finanziario, «con tratti neocoloniali». Secondo l’Osservatorio quelle richieste di trasparenza e partecipazione sono rimaste inascoltate.
«Il Piano Mattei non opera in un contesto neutro», sottolinea Arthur Muliro, vicedirettore di Society for International Development. «Interviene in un continente in cui diversi Paesi partner si trovano già in una situazione di crisi del debito, in cui il servizio del debito assorbe più entrate pubbliche della spesa sanitaria in numerosi Stati». E in cui, per generazioni, «l’Africa fornisce le materie prime e l’Europa ne trattiene il valore».
L’Osservatorio segnala anche una distanza tra l’analisi dei problemi e le soluzioni proposte. La relazione cita più volte le «terre degradate» (degraded lands), senza mai affrontare le cause strutturali della fragilità agricola dei Paesi coinvolti. Si tratta, secondo la coalizione, di una nozione ambigua, spesso usata per giustificare l’arrivo di investitori esterni. Poi c’è il progetto nella provincia di Timimoun, in Algeria. Qui è prevista la coltivazione di grano duro e mais su un’area fino a 36mila ettari. Secondo l’Osservatorio servirà un gran numero di pozzi in una zona del Sahara le cui falde profonde sono in larga parte non rinnovabili. Il contratto non è accessibile, quindi non si sa da dove verrà prelevata l’acqua.
La conversione del debito resta senza Paesi e senza modalità
Il debito è un nodo centrale. Dei 18 Paesi selezionati, con criteri che secondo l’Osservatorio non sono stati resi noti, 11 sono fortemente indebitati e 15 attraversano una crisi del debito. Nove rientrano nella lista Onu dei Paesi meno sviluppati. Eppure la relazione dedica poche righe alla misura di conversione del debito spalmata su dieci anni. Non indica i Paesi destinatari, né spiega se si intenda creare un fondo di contropartita o affidare la gestione a un ente terzo. Intanto il comitato tecnico ha deliberato risorse per 1,2 miliardi di euro in meno di due anni.
In quasi tre anni di attuazione la società civile italiana e africana ha chiesto più volte misure di salvaguardia e meccanismi di reclamo. E poi un reale coinvolgimento e la trasparenza delle iniziative. Richieste che, conclude l’Osservatorio, non hanno ancora trovato riscontro. Per questo la coalizione vuole rafforzare il dialogo con le controparti africane: «Il partenariato con l’Africa non può essere costruito soltanto attraverso governi, istituzioni finanziarie e imprese. Le organizzazioni e le comunità africane devono poter partecipare alle scelte e alla valutazione dei risultati».


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