Diritti umani

Abiti Puliti contro KIK per la tragedia di Karachi

A due anni dal disastro nella fabbrica tessile di Karachi, non c’è il pieno risarcimento alle vittime da parte del distributore tedesco. Ma anche gli ...

Di Corrado Fontana
Incendio, fiamme, fuoco. CC0 Public Domain da Pixabay

 

L’11 settembre non è una data tragica solo per l’attentato alle torri gemelle di New York ma anche per il drammatico incendio scoppiato nei locali della fabbrica tessile Ali Enterprises nel 2012. Un disastro che provocò 254 vittime e 55 feriti tra le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento con sede a Karachi, in Pakistan, e che si è consumato nell’ambito di un contesto oramai piuttosto noto ai lettori di Valori e a chi si occupa di responsabilità sociale d’impresa relativamente all’industria della moda. Oggi l’emanazione italiana della Clean Clothes Campaign, cioè la Campagna abiti Puliti, denuncia che ancora non è stato attribuito pieno risarcimento ai superstiti e alle famiglie di chi rimase ucciso in quell’evento da parte di alcuni marchi coinvolti in quella e in altre tragedie simili.

 

Particolarmente grave, sottolinea in proposito Abiti Puliti, la posizione del distributore tessile tedesco KIK, «che aveva commesse nelle tre fabbriche teatro dei più grandi disastri umanitari degli ultimi anni: oltre alla Ali Enterprises, la Tazreen Fashions (Bangladesh) e il Rana Plaza (Bangladesh)», e che nel dicembre del 2012 aveva firmato un protocollo di intesa con il Pakistan Institute of Labour Education and Research (PILER) per trovare un accordo sui risarcimenti, salvo poi tirarsene fuori all’ultimo minuto nel luglio scorso. E così commenta Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna: «Il rifiuto della tedesca KIK di corrispondere un equo risarcimento, unitamente a quello di tutte le imprese italiane coinvolte che non hanno ancora contribuito, come Benetton, Manifattura Corona, Yes Zee, Robe di Kappa e Piazza Italia, non fa che prolungare la sofferenza dei lavoratori che concorrono a determinare i loro profitti».

 

E nella vicenda della Ali Enterprises, negativamente esemplare, c’è anche un’altra presenza italiana, oltre alle griffe della moda: la fabbrica era stata certificata in regola (SAI 8000) poche settimane prima del disastro dalla società italiana di revisione RINA, nonostante «non avesse uscite di emergenza, avesse le finestre sbarrate, non fosse registrata e avesse un intero piano costruito abusivamente», ricorda Abiti Puliti.

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