Acqua, debiti e maxi dividendi. Perché Acea tace?

In occasione dell’assemblea annuale degli azionisti, Fondazione Finanza Etica rinnova le sue domande ad Acea. Arriveranno risposte?

Di Matteo Cavallito
Foto: José Manuel Suárez, Creative Commons Attribution 2.0 Generic license

«Ci interessa sapere se gli azionisti privati di Acea stiano facendo attività di trading sui titoli della società. La quotazione in Borsa non ha senso se aiuta solo la speculazione». Lo dichiara il presidente della Fondazione Finanza Etica (FFE), Andrea Baranes, che oggi interverrà all’assemblea annuale di Acea, la multiutility romana al centro delle polemiche a seguito della crisi idrica che ha colpito il Lazio a partire dalla scorsa estate. Un disservizio irrisolto – il 22 febbraio il Governo ha prorogato di 180 giorni lo stato di emergenza nella regione – che ha portato sotto i riflettori la carenza degli investimenti da parte dell’azienda.

«Chiediamo alla società di spiegarci se intenderà utilizzare gli utili per finanziare i necessari interventi sulla rete, come richiesto dalla conferenza dei sindaci» spiega ancora Baranes che punta il dito sulla priorità data da Acea ai «profitti per gli azionisti». L’assemblea odierna– cui FFE partecipa in veste di azionista in collaborazione con il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e le rete europea di investitori istituzionali Shareholders for Change – segue un incontro di novembre con il presidente di Acea, Luca Lanzalone, cui ha fatto seguito una lettera inviata all’azienda a dicembre. Nessuna risposta soddisfacente, dichiara FFE, in entrambi i casi.

Azionisti privati

I dubbi, insomma, restano, soprattutto attorno alla gestione di Acea Ato 2, l’azienda che gestisce i servizi idrici a Roma e in altri 110 comuni laziali e che è tuttora controllata al 96,46% da ACEA SpA e al 3,54% dal Comune di Roma. L’amministrazione capitolina detiene a sua volta una quota maggioritaria della stessa casa madre (51%) lasciando la restante parte agli operatori privati: i francesi di Suez (23,3%), il Gruppo Caltagirone (5%) e i piccoli azionisti (meno del 2% a testa) che si dividono il cosiddetto flottante, pari al 20,7% del capitale. Ebbene, negli ultimi anni, dicono i numeri, investire in Acea è stato un vero affare: dal 2011 ad oggi, per dire, il titolo quotato in borsa ha guadagnato il 70%, facendo quasi dieci volte meglio dell’indice FTSE MIB (+7,6% nel periodo in esame). Al risultato ha contribuito in modo determinante proprio Ato 2 che tra il 2011 e il 2016 (la data più recente per la quale sono disponibili dati definitivi) ha prodotto in media utili annuali da oltre 72 milioni di euro, saliti a quasi 85 nell’ultimo bilancio.

A conti fatti, dunque, oltre un quarto del saldo positivo totale della controllante viene dall’acqua. Non male davvero. Ma ecco sorgere la prima anomalia: per il periodo 2012-15 l’azienda aveva programmato investimenti complessivi per 951,8 milioni di euro realizzandone però per soli 576,83 milioni. Perché mai? E, soprattutto, dove sono finiti gli utili?

Debiti Vs utili

Le risposte, in pratica, coincidono. Nel 2016 gli azionisti di Ato 2 hanno ceduto alla casa madre il 68% dei profitti, nel quinquennio precedente addirittura il 93%. E il risultato finale è un insieme di maxi dividendi, pari a 4/5 degli utili stessi tra il 2007 e il 2016. Due, in particolare, le annate da ricordare: il 2011, quando il rapporto tra le due voci ha raggiunto il 181%, e il 2009, quando una perdita da oltre 52 milioni di euro non ha impedito agli azionisti di incassare 139 milioni di euro. Poco più della cifra complessiva del 2016, sulla quale il Comune di Roma ha incassato circa 67 milioni, Suez quasi 31, Caltagirone poco meno di 7.

E Ato 2? All’azienda, per ora, restano solo i debiti che, nel modo più beffardo possibile, sono stati accumulati negli anni proprio nei confronti della controllante. In cambio dei propri utili, in altre parole, la società laziale ha ricevuto dalla casa madre un finanziamento a tasso di mercato. Dal 2011 al 2015, segnala un’analisi della società Merian Research e dello Studio Lillia, l’indebitamento della controllata è cresciuto del 38,8% raggiungendo quota 30 milioni di euro. Riportare l’azienda sotto il controllo pubblico con un piano di rientro sul debito spalmato in 15 anni, sostiene la stessa indagine, costerebbe al Comune 84,2 milioni di euro. Uno sforzo impegnativo, si dice, ma tutto sommato fattibile. Anche se nel piano partecipate anticipato a giugno dal supermanager del Campidoglio Paolo Simioni si sarebbe addirittura parlato, al contrario, della definitiva uscita di scena del Comune da Acea Ato 2. Un’ipotesi poi bloccata un mese più tardi da una mozione della giunta stessa.

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