Attualità

Saudi Aramco. Tutte le ombre della IPO del secolo

La compagnia petrolifera saudita si prepara all'ingresso in borsa. Ma il prezzo di valutazione è troppo alto. L'operazione appare decisamente opaca

Di Matteo Cavallito

Cosa sappiamo dell’imminente collocamento in borsa di Saudi Aramco, l’attesissima IPO (Initial Public Offering, offerta pubblica iniziale) dell’anno, anzi del secolo, che condurrà il petrolio di Riyad nel trasparente e rassicurante mercato finanziario globale attirando capitali da tutto il mondo? Non molto o per lo meno non abbastanza. Perché dietro alle cifre e ai comunicati ufficiali ci sono ancora troppi elementi misteriosi. Dettagli non da poco che caratterizzano un’operazione di enorme impatto. Per la borsa, certo, ma non solo. Perché dietro all’offerta pubblica a lungo rimandata e oggi più vicina che mai si gioca gran parte del futuro economico del Regno. E molte cose ancora non tornano.

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Il principe dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman © State Department Photo/Public Domain

Aramco (non) vale 2 trilioni di dollari

Prefigurato la prima volta tre anni fa dal principe ereditario Mohammed bin Salman, l’ingresso in borsa di Aramco, sostiene Bloomberg, dovrebbe essere annunciato ufficialmente entro la fine del mese. E a spiccare, nota ovviamente l’agenzia, sono i numeri da record. Nulla di ufficiale ma i rumors sono noti da tempo: Aramco affiderà al mercato il 2% delle sue azioni con un prezzo target complessivo di 40 miliardi di dollari. Quasi il doppio, per capirci, del capitale iniziale raccolto cinque anni fa dal gigante cinese dell’e-commerce Alibaba, lanciatosi sulla piazza finanziaria per la miseria di 25 miliardi. Se le cifre attese dovessero essere confermate la valutazione complessiva della compagnia di Stato saudita raggiungerebbe i 2 trilioni di dollari, due volte tanto la capitalizzazione azionaria di Apple che, ad oggi, è la più grande public company del mondo in termini di valore di mercato.

La cifra obiettivo però non convince tutti. Qualche analista di lungo corso, come Liam Denning, noto columnist per Bloomberg, Wall Street Journal e Financial Times, ha parlato di valutazione gonfiata. Il nodo è dato dal prezzo del barile che, al momento, resta troppo basso per garantire ad Aramco introiti adeguati. Per giustificare una valutazione da duemila miliardi di dollari, ha sostenuto Denning, occorrerebbe accettare uno scenario rialzista capace di condurre il petrolio a quota 80 biglietti verdi e di lasciarlo lì nel medio termine. Possibile?

Il petrolio costa troppo poco

Forse. Ma non esattamente probabile. Il prezzo del barile resta decisamente più basso e il rallentamento dell’economia globale non aiuta. La Cina, il miglior cliente dell’Arabia Saudita, cresce a ritmi inferiori rispetto al passato prossimo. La guerra commerciale con gli Stati Uniti non è certo un buon viatico per il futuro immediato. E poi, ovviamente, c’è il fattore clima che plasma nuove strategie da parte delle più importanti corporation. Ancora Bloomberg: «Le grandi case automobilistiche globali a partire dalla Volkswagen stanno investendo miliardi in veicoli elettrici e alcuni analisti prevedono che la domanda di benzina raggiungerà il suo picco nel prossimo decennio». Non una buona notizia, nel caso, per Aramco.

Il fattore Iran

La questione continua ad aleggiare nella politica globale. Il tema dell’eccessiva dipendenza dal petrolio è stato sollevato di recente dopo l’attacco agli impianti di Aramco a metà settembre. Riyad ha accusato l’Iran, Teheran ha negato e il mondo ha iniziato a guardare con crescente preoccupazione all’escalation della tensione tra i due Paesi.

Da un lato la compagnia statale ha dimostrato di poter reagire con prontezza a una situazione di emergenza ripristinando i normali ritmi di produzione nello spazio di un paio di giorni. D’altra parte, il clima teso con la Repubblica Islamica ispira scenari terribili fatti di guerra, barile alle stelle e terremoto sui mercati. Niente di concreto, per ora. Ma tanto è bastato per indurre l’ex primo ministro neozelandese Helen Clark, intervistata dalla CNBC, a puntare il dito contro il rischio implicito affrontato da un mondo che acquista una quota maggioritaria del petrolio di cui ha bisogno «dalla regione più instabile del mondo».

La longa manus della famiglia reale

Prendendo per valida la domanda iniziale – quanto vale davvero Saudi Aramco? – e richiamandoci alla teoria, la conclusione vien da sé: il mercato sarà giudice e la fiducia degli investitori determinerà il prezzo corretto. Ma il problema è che la validità dell’ipotesi scricchiola pericolosamente in un contesto di scarsa trasparenza. Aramco, è bene ricordarlo, sarà quotata solo nella borsa di Riyad e al momento, ricorda ancora Bloomberg, non vi sono piani per portare il titolo sulle maggiori piazze globali. Il sospetto, insomma, è che lo Stato, ovvero la Casa Reale saudita, voglia conservare un eccessivo controllo con il rischio di drogare il mercato. Il timore è cresciuto negli ultimi tempi quando, ha rivelato il Financial Times, la Corona ha iniziato a fare pressione sulle famiglie più ricche del Paese per convincerle a investire in Aramco prendendo per buono il prezzo obiettivo già indicato.

«Nonostante la reputazione acquisita come primo esportatore di petrolio del mondo – scrive il quotidiano britannico – il coinvolgimento delle famiglie più ricche del Paese nell’acquisto dei titoli Aramco richia di danneggiare la credibilità della compagnia».

Oltre la IPO: un principe non ancora plenipotenziario

Il paradosso, in fondo, è tutto qui. Da tempo si dice che l’ingresso in borsa di Aramco rappresenti il principale biglietto da visita della modernizzazione del Paese. Ma sono proprio le contraddizione della stessa IPO a evidenziare i limiti di questo processo. Mohammed bin Salman, l’uomo chiave di questa operazione, vuole cambiare il suo Paese diversificando l’economia e aprendo le porte ai capitali stranieri. «Ma il principe deve rispondere tuttora alla sua famiglia e non ha per questo mano libera sulle riforme» spiega a Valori un analista di settore.

I paradossi, ovviamente, non si esauriscono qui. Il piano di riforma Vision 2030 punta forte sulle energie rinnovabili per garantire nuova prosperità al Paese in un futuro caratterizzato da una minore domanda di fossile. Eppure, prosegue l’analista, «non ha ancora a disposizione le tecnologie per sviluppare il settore green». Forse per questo si scommette ancora su una maxi valutazione di Aramco. E sempre per questo, è lecito immaginarlo, non tutti nella famiglia reale potrebbero essere concordi sulle strategie della IPO. Ma in questo caso, è altrettanto logico ipotizzarlo, noi tutti saremmo comunque gli ultimi a saperlo.

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