I tanti punti deboli del piano di Snam per la metanizzazione della Sardegna

All’assemblea di Snam, ReCommon contesta il piano per il gas in Sardegna: l’isola rischia di passare dal carbone a una nuova dipendenza fossile

Paola Matova
Snam promuove un progetto di metanizzazione della Sardegna attraverso la sua controllata Enura Spa © ClaudineVM/iStockPhoto
Paola Matova
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Snam, il principale operatore italiano delle infrastrutture del gas, gestisce oltre 38mila chilometri di gasdotti e controlla tutti o quasi tutti i terminali di rigassificazione italiani. La Sardegna rappresenta oggi uno degli ultimi territori non ancora pienamente integrati nella rete nazionale del gas. Ed è proprio qui che si concentra una parte importante della strategia di espansione dell’azienda. Una grande opportunità attraverso il progetto di metanizzazione promosso da Enura Spa, sua controllata nella regione.

Dopo anni di attesa, il Dpcm governativo del settembre 2025 ha formalizzato la prima fase del progetto (la seconda invece è ancora in standby). Comprende circa 304 chilometri di nuove infrastrutture gas e un terminal di rigassificazione del Gnl (gas naturale liquefatto) nel porto di Oristano, con entrata in funzione progressiva tra il 2029 e il 2034. Un piano presentato come necessario per la “decarbonizzazione” dell’isola. In realtà siamo di fronte a un enorme paradosso, perché si sostituisce una dipendenza fossile, quella dal carbone, con un’altra, ovvero dal gas.

Le domande di ReCommon all’assemblea degli azionisti di Snam

Quest’anno anche Snam ha scelto di svolgere la propria assemblea degli azionisti a porte chiuse, seguendo una pratica ormai diffusa tra grandi multinazionali e banche italiane. Una scelta che riduce ulteriormente gli spazi di partecipazione diretta e confronto pubblico su decisioni strategiche che hanno un impatto enorme sui territori e sulla politica energetica del Paese.

ReCommon ha quindi potuto partecipare, in qualità di azionista critico, formulando le sue domande pre-assembleari. Nelle risposte fornite da Snam, però, il piano per la metanizzazione della Sardegna risulta molto meno solido di quanto l’azienda voglia far apparire. Dietro il linguaggio tecnico e regolatorio emerge infatti un progetto ancora fortemente basato su previsioni interne, ipotesi di crescita dei consumi e assunzioni economiche che ad oggi non sono mai state verificate indipendentemente. Mancano, infatti, analisi dei costi e dei benefici condotte da terze parti.

Nessuna valutazione indipendente sul piano di Snam per la metanizzazione della Sardegna

Il nodo centrale riguarda la reale domanda di gas. Una quota enorme prevista nella prima fase del progetto dipende da un unico soggetto industriale: Eurallumina. Secondo gli stessi dati citati da Snam, oltre il 50% dei consumi stimati sarebbe legato a questa sola azienda, inattiva dal 2009 e da anni in forte difficoltà economica. Questo significa che una parte decisiva della sostenibilità dell’intero progetto si basa su uno scenario industriale altamente incerto.

Snam sostiene di aver effettuato “analisi di sensitività” e che, anche con una domanda ridotta del 50%, i benefici supererebbero i costi. Ma si tratta di valutazioni interne, delle quali Snam non ha fornito a ReCommon i dettagli e che non sostituiscono un’analisi indipendente costi-benefici. 

Anche sul piano regolatorio la situazione appare molto meno definita. Snam richiama continuamente il quadro del Dpcm e il ruolo di Arera per presentare il progetto come ormai consolidato. Tuttavia, proprio la recente consultazione aperta da Arera lo scorso 22 aprile mostra cautele sui costi della metanizzazione e sugli impatti tariffari. Il fatto che l’Autorità si sia riservata ulteriori valutazioni dimostra che il progetto è ancora aperto a revisioni sostanziali. E che la sua sostenibilità economica non è affatto confermata.

La Sardegna rischia di sostituire la dipendenza dal carbone con la dipendenza dal gas

C’è poi il tema del rischio infrastrutturale. La Sardegna potrebbe ritrovarsi con un sistema sovradimensionato composto da gasdotti, depositi, rigassificatori e logistica del Gnl, costruito su una domanda futura che potrebbe non realizzarsi. È il classico rischio degli stranded asset, cioè delle infrastrutture costose, destinate a essere sottoutilizzate ma comunque pagate attraverso le tariffe e interamente con soldi pubblici. 

Il paradosso politico ed energetico è evidente. Questo progetto vuole estendere alla Sardegna il mercato del Gnl proprio nel momento in cui la volatilità dei prezzi, l’attuale crisi energetica e le tensioni geopolitiche hanno mostrato tutta la fragilità di questa dipendenza. Invece di diventare un laboratorio di transizione dal carbone senza passare per il gas, l’isola rischia di entrare con decenni di ritardo in una nuova infrastruttura fossile.


Paola Matova è ricercatrice e energy campaigner di ReCommon

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