In India perquisizioni e arresti contro gli attivisti per il clima
In India cresce la pressione sugli attivisti per il clima: perquisizioni, arresti e accuse di minaccia alla “sicurezza energetica” contro il Fossil Fuel Treaty
Fare gli attivisti per il clima, e in particolare promuovere l’abbandono delle fonti fossili, in certe aree del mondo significa subire intimidazioni e suscitare le ire delle autorità. Arrivando a rischiare la propria libertà e, a volte, addirittura la propria vita. A confermarlo è quanto accaduto di recente in India. E non è un caso che riguardi una delle iniziative per il clima potenzialmente più dirompenti e che più stanno riscuotendo consensi a livello internazionale.
Attivismo climatico sotto attacco in India: perquisizioni e arresti
Le autorità indiane, nello specifico l’Enforcement Directorate (ED, la Direzione per l’applicazione della legge), hanno perquisito le abitazioni e gli uffici a Nuova Delhi di due attivisti indiani per il clima, accusati con la loro attività di mettere a rischio la sicurezza energetica dell’India. Uno dei due è stato poi arrestato e quindi rilasciato su cauzione.
Gli attivisti nel mirino di ED sono Harjeet Singh e la compagna Jyoti Awasthi. I due sono co-fondatori e gestiscono l’impresa sociale Satat Sampada e la Satat Sampada Climate Foundation. Singh in particolare è un attivista molto conosciuto a livello internazionale per il suo impegno per la giustizia climatica e sociale. In passato ha ricoperto ruoli importanti in organizzazioni quali Climate Action Network (Can), ActionAid e Global Network of Civil Society Organisations for Disaster Reduction (Gndr). È anche membro del Technical Expert Group on Comprehensive Risk Management (Teg-Crm) delle Nazioni Unite, nonché autore di pubblicazioni e articoli.
Soprattutto Singh è uno dei volti più noti del Trattato di non-proliferazione dei combustibili fossili (Fossil Fuel Treaty), per il quale ricopre il ruolo di global engagement director.
Fossil Fuel Treaty: cosa contestano le autorità indiane agli attivisti
Proprio l’attività con il Fossil Fuel Treaty è quella che sembra aver fatto finire Singh nel mirino delle autorità indiane. Del resto non stupisce, perché parlare di abbandono delle fonti fossili significa “toccare i fili”, sfidare cioè giganteschi centri di potere economico-finanziari e non solo. Vale in tutto il mondo, ma in particolare in alcune aree del mondo.
Sono state proprio le autorità indiane, infatti, ad accusare Singh di promuovere il Fossil Fuel Treaty in India utilizzando illegalmente fondi provenienti dall’estero. Si parla di una cifra intorno ai 600mila dollari. L’adozione del trattato, secondo ED, potrebbe esporre l’India al rischio di azioni legali a livello internazionale, nonché compromettere la sicurezza energetica del Paese. Sotto esame sarebbero anche alcuni recenti viaggi di Singh per intervenire a eventi in Pakistan e Bangladesh. Il suo arresto sarebbe però stato motivato non dalle contestazioni sull’utilizzo dei fondi ma dal ritrovamento nella sua abitazione di bottiglie di alcolici in quantità superiori al consentito.
Il caso Harjeet Singh: la risposta alle accuse delle autorità indiane
Singh ha con forza negato le accuse rivolte alla sua organizzazione di aver utilizzato impropriamente fondi esteri per esercitare influenza sulle politiche del governo indiano. Ha dichiarato di non aver mai lavorato con il governo indiano, di aver elogiato il percorso dell’India sulle energie rinnovabili e, in consessi internazionali come le Cop, di aver esortato i Paesi industrializzati a sostenere maggiormente gli sforzi di quelli in via di sviluppo per la transizione ecologica. La critica di Singh al governo indiano è di non comprendere il punto di vista della società civile.
Numerose le attestazioni di stima che Singh ha ricevuto, anche sui social, in seguito agli avvenimenti. Can, ad esempio, ha riconosciuto la leadership e la fondamentale importanza del lavoro di persone come Singh. Persone che da anni si battono non per minare gli interessi dei Paesi del Sud del mondo, bensì per rafforzare la loro voce nei negoziati sul clima. Da parte sua il Fossil Fuel Treaty ha dichiarato che il principio delle responsabilità comuni ma differenziate per la crisi climatica è uno dei pilastri della sua attività, finalizzata alla creazione di meccanismi globali per una transizione energetica giusta, ordinata ed equa, a sostegno in particolare dei Paesi in via di sviluppo e più vulnerabili.
Quale “sicurezza” con la crisi climatica?
Oltre a Singh, ED ha affermato di aver messo sotto la lente attivisti e organizzazioni per il clima, in quanto la loro attività potrebbe risultare ostile, di nuovo, alla sicurezza energetica dell’India. E forse proprio questo è il punto vero.
In epoca di crisi climatica conclamata, di impatti sempre più evidenti e drammatici del clima impazzito, c’è chi ancora ritiene che la sicurezza energetica passi dalle fonti fossili e chissà per quanto ancora. Che il clima, insomma, venga molto dopo altre considerazioni. E che chi la pensa diversamente sia un nemico da combattere, con ogni mezzo. Peccato che fra chi la pensa diversamente ci sia la scienza che da decenni lancia appelli sempre più allarmanti, ma purtroppo inascoltati, sulla necessità di consegnare le fossili alla storia il prima possibile.
Come si fa invece a non capire, all’alba del 2026, che un modello di sviluppo slegato dalle fonti fossili è più sicuro, e non viceversa? Come si fa a non capire che non ci può essere sicurezza, né energetica né di alcun altro tipo, in un mondo devastato da quella crisi climatica che proprio le fossili hanno causato e continuano ad alimentare?




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