Clima, economia e negazione selettiva: perché fingiamo di scoprire oggi ciò che sappiamo da vent’anni?

I costi economici dei cambiamenti climatici sono noti da decenni. Perché allora politica, finanza e media continuano a fingere sorpresa?

Luca Lombroso
Alla Cop16 di Cancún Nicholas Sterne illustrava i suoi studi sull’economia dei cambiamenti climatici a diversi capi di Stato © Luca Lombroso
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Il recente presunto scandalo legato al ritiro di uno studio pubblicato su Nature sull’impatto economico dei cambiamenti climatici – rilanciato anche in un video editoriale dal noto giornalista mainstream Federico Rampini – offre lo spunto per diverse riflessioni su quanto la crisi climatica venga percepita come un fastidio da una parte consistente del mondo economico e finanziario, ancora saldamente ancorato al paradigma della crescita continua.

La vicenda meriterebbe un’analisi tecnica approfondita, ma su questo aspetto esistono già contributi puntuali da parte di scienziati, analisti e divulgatori. Se ne sono occupati, tra gli altri, il fisico e scrittore Antonello Pasini e il divulgatore scientifico Matteo Miluzio.

Vale comunque la pena ricapitolare brevemente quanto accaduto, per poi soffermarci soprattutto su un altro punto: capire perché il mondo negazionista – tanto sul piano scientifico quanto su quello delle politiche e delle azioni – cerchi di aggrapparsi a ogni appiglio, anche minimo e fragile.

Un errore scientifico o un problema di uso mediatico?

Lo studio in questione è Kotz, M., Levermann, A. & Wenz, L., Retraction Note: The economic commitment of climate change, Nature (2025). Non è stato ritirato per frode, manipolazione intenzionale dei dati o scorrettezza scientifica, come sostiene Rampini, ma per alcune criticità riscontrate nei dati economici di un singolo Paese (l’Uzbekistan, nel periodo 1995–1999) e per una gestione non ottimale dell’autocorrelazione spaziale. Questi elementi incidevano sugli intervalli di incertezza delle stime. Gli stessi autori hanno riconosciuto che le correzioni necessarie erano troppo rilevanti per un semplice errata corrige e hanno quindi optato per la ritrattazione, con l’intenzione di sottoporre una versione aggiornata e corretta a una nuova peer review.

Sul piano dei risultati complessivi, però, la sostanza non cambia: anche dopo il ricalcolo, lo studio confermerà che i danni economici associati ai cambiamenti climatici sono tali da incidere in modo significativo sulla crescita e sulla stabilità economica globale. Le stime vengono leggermente ridimensionate, ma il messaggio di fondo resta invariato.

In altre parole, non c’è stata alcuna frode, i dati non erano “truccati” e non esiste alcuna smentita del legame tra cambiamenti climatici ed economia.

Il vero interesse di questa vicenda, quindi, non sta nell’errore scientifico in sé, ma nell’uso mediatico che ne è stato fatto. Proviamo allora a capire perché, ogni volta che quei costi vengono quantificati, scatti puntualmente un riflesso difensivo. La vicenda è interessante  da analizzare non per l’errore scientifico, ma per l’uso mediatico che ne è stato fatto. Cerchiamo di capire perché ogni volta che quei costi vengono quantificati scatta un riflesso difensivo.

Perché l’economia fatica ad accettare i danni dei cambiamenti climatici

Il paradosso dell’attacco gratuito di Rampini agli scienziati – liquidati addirittura come presunti «sacerdoti del clima e dell’apocalisse» – è che i soggetti più colpiti dai cambiamenti climatici sono proprio quelli che un certo tipo di giornalismo dice di voler difendere a ogni costo: infrastrutture, filiere produttive, settore assicurativo e gli stessi mercati finanziari. È lì, semmai, che si trova un vero e proprio culto contemporaneo: il tempio del libero mercato, con i sacerdoti della crescita infinita che continuano a predicare un Pil destinato a crescere, crescere e crescere. All’infinito.

Un dogma che ignora un dato elementare: le risorse del Pianeta sono fisicamente limitate, così come lo spazio disponibile per i rifiuti – quelli visibili, che finiscono in discariche e inceneritori, e quelli invisibili ma tossici per il clima, i gas serra. Anche l’atmosfera non è infinita: i gas si accumulano. Non a caso, in diverse Cop del passato, alcuni Paesi in via di sviluppo hanno accusato l’Occidente industrializzato di aver “occupato l’atmosfera”, sottraendola ad altri popoli e alle generazioni future.

È interessante notare come il caso Rampini non rientri nel negazionismo scientifico classico, ma piuttosto in una negazione selettiva dei costi e degli effetti dei cambiamenti climatici. Eppure, che quei costi sarebbero stati enormi lo sappiamo da molti anni. Facciamo allora un passo indietro, al 2006. Chi ricorda il Rapporto Stern, The Stern Review on the Economics of Climate Change?

Il Rapporto Stern (2006): i costi dei cambiamenti climatici li sappiamo da quasi vent’anni

Era il 2006 quando uscì, suscitando grande clamore, il Rapporto Stern: un’analisi dettagliata sull’economia dei cambiamenti climatici commissionata dal governo britannico, non da organizzazioni ambientaliste. L’obiettivo era esplicito: confrontare i costi dell’inazione con quelli dell’azione nella lotta al riscaldamento globale. Erano gli anni del Protocollo di Kyoto, delle prime – timide e ampiamente insufficienti – riduzioni delle emissioni di gas serra, che gravavano solo sugli emettitori storici. Un primo, importante passo verso un accordo globale post-2012, data di scadenza di Kyoto.

All’epoca gli impatti climatici apparivano ancora, tutto sommato, gestibili, anche se l’estate del 2003 aveva già colpito duramente l’Europa e il Regno Unito. Si era in attesa del IV Rapporto di valutazione dell’Ipcc e si parlava ancora di una causa «molto probabile» di origine antropica per i cambiamenti climatici. In questo contesto, il Rapporto Stern doveva servire anche come base per il negoziato politico: conviene o non conviene, dal punto di vista economico, intervenire?

La risposta fu netta: non agire sul clima costa molto più che agire. La stima centrale indicava una perdita compresa tra il 5 e il 20 per cento del Pil globale nel lungo periodo in assenza di politiche di mitigazione, a fronte di un costo dell’azione pari a circa l’1 per cento del Pil globale. Nella sua impostazione economica classica, Stern non parlava di orsi polari, ma di mercati, investimenti, crescita e stabilità economica.

Dal 2006 a oggi: perché i costi dei cambiamenti climatici sono aumentati

Dal 2006 a oggi, che cosa è cambiato davvero? Molto. E ciò che vediamo conferma che Nicholas Stern fu prudente, non allarmista. L’aumento della frequenza e del costo degli eventi estremi è ormai evidente: basti pensare alle ripetute alluvioni in Romagna tra il 2023 e il 2024. La crescita esponenziale dei danni assicurativi sta mettendo in crisi proprio uno degli strumenti indicati come chiave dell’adattamento: le assicurazioni. Senza un sostegno pubblico, molte compagnie rifiutano di coprire i rischi catastrofali; alcune polizze, come quelle contro la grandine, sono ormai difficili da trovare.

Siccità, ondate di caldo e alluvioni non colpiscono più solo i territori, ma interrompono catene produttive, trasporti e forniture globali. Anche per questo le stime economiche più recenti non solo confermano, ma spesso superano le valutazioni di Stern, aggiungendo una dimensione regionale che allora mancava.

Il problema, dunque, non è che oggi si esageri. È che ciò che nel 2006 era già chiaro è stato a lungo sottovalutato.

Il corto circuito comunicativo: ogni studio sui cambiamenti climatici come se fosse “la prima volta”

Spesso un nuovo studio sui cambiamenti climatici viene trattato come una novità assoluta, isolato dal contesto e semplificato fino a diventare una sorta di “profezia apocalittica”. In realtà, se guardiamo alla storia della lotta alla crisi climatica, non mancano i motivi per dire: «Lo sapevamo già, era tutto scritto». Ma non è questo il punto. Non si tratta di rivangare il passato o di recriminare. La questione è imparare dagli errori commessi per non ripeterli e, soprattutto, capire perché, pur sapendo molto, non abbiamo agito in modo sufficiente.

Nel campo delle questioni finanziarie, il nodo centrale è il dominio del pensiero di breve termine che permea economia, finanza e politica: contano i risultati trimestrali, i rendimenti immediati, i cicli elettorali di quattro o cinque anni, non gli effetti cumulativi che si manifestano nel lungo periodo. In questo contesto, ogni studio che prova a quantificare i costi futuri dei cambiamenti climatici viene percepito come una rottura improvvisa dell’equilibrio, anziché come l’ennesima conferma di un problema strutturale.

Così, l’autocorrezione scientifica diventa scandalo e la continuità delle evidenze viene letta come sorpresa, alimentando un racconto che riflette più la miopia temporale del sistema che una reale mancanza di conoscenze.

Stern non serve per dire “avevo ragione”, ma per ricordare ciò che sapevamo

Incontrai personalmente Nicholas Stern alla Cop16 di Cancún. Era il 2010, si usciva dal fallimento di Copenaghen e Stern era allora consulente del governo messicano che ospitava la Conferenza. In quell’occasione tenne diversi interventi di alto livello dedicati alla crescita economica a basse emissioni, alla finanza climatica e al ruolo degli investimenti pubblici e privati nel sostenere uno sviluppo compatibile con i limiti climatici. Insisteva su un punto che già allora appariva evidente: integrare l’azione sui cambiamenti climatici nelle strategie di crescita non era un costo da sopportare, ma una condizione necessaria per evitare perdite economiche ben maggiori nel medio e lungo periodo.

C’è però un punto che nemmeno Stern metteva davvero in discussione: la crescita. Come si nota, questa parola ricorre spesso anche nella sua visione. L’idea di fondo è che si possa continuare a fare sostanzialmente ciò che facciamo oggi – in particolare crescere economicamente all’infinito – limitandosi a cambiare “carburante”, passando dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili. È senz’altro una prospettiva più solida di quella proposta da Rampini, ma probabilmente è proprio attorno a questo scoglio, il modello di sviluppo, che si spiega perché, dopo trent’anni di Conferenze delle parti, le emissioni globali siano aumentate del 67 per cento invece di ridursi e avviarsi verso l’azzeramento. È un tema enorme, ma torniamo al punto di partenza e proviamo a rispondere a Rampini.

La vera domanda che un giornalista del suo calibro dovrebbe porsi non è: «E se questo studio contenesse un errore?». Ma piuttosto: «Perché, dopo vent’anni, fingiamo ancora sorpresa?». La risposta, probabilmente, è semplice e brutale. I cambiamenti climatici non mettono in crisi l’economia perché intervenire costa troppo. La mettono in crisi perché, con i loro impatti, la devastano e perché ci obbligano a pensare oltre la trimestrale di cassa.

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