#bassafinanza 11: i furbetti del salottino

Siamo nel pieno della quaresima. Un tempo, il mercoledì delle ceneri, il prete del mio paesino ci richiamava all’astinenza come necessaria purificazione «dopo i ...

Di Mauro Meggiolaro

Siamo nel pieno della quaresima. Un tempo, il mercoledì delle ceneri, il prete del mio paesino ci richiamava all’astinenza come necessaria purificazione «dopo i bagordi del carnevale». Sinceramente non ho mai capito che cosa fossero questi “bagordi”. A Canton di Sotto arrivavano al massimo quattro carri sgangherati qualche settimana dopo Pasqua, roba avanzata da carnevali più importanti e promiscui nella bassa padovana. In piazza si sudava già come maiali in quelle maschere da Arlecchino e Brighella, Rosaura e Colombina e Daniel Alberto Passarella. Ma che importa, il tempo non torna più, come canta ancora Fiorella Mannoia.
Di bagordi, invece, le banche ne hanno fatti in lungo e in largo. Anche in Italia, dove certo non sapevamo l’inglese per metterci a confezionare insaccati subprime, ma l’italiano lo parliamo benissimo e anche oltre 230 dialetti locali. Così c’è un signore franco-polacco-bresciano che si chiama Romain Zaleski (che ha fatto da poco 83 anni) a cui le banche italiane, prima del 2008, hanno concesso crediti per 6,7 miliardi di euro: circa l’1% di tutti i prestiti alle imprese del nostro Paese. Nella sua vita, come ha scritto Il Sole 24 Ore, Zaleski ha creato un solo posto di lavoro: quello della sua segretaria. E cosa se n’è fatto, allora, di quella montagna di soldi? Ha giocato in borsa comprando azioni, in particolare quelle delle stesse banche creditrici.
Unicredit gli ha dato soldi per comprare azioni di Intesa Sanpaolo, Intesa gli ha concesso prestiti per comprare titoli di Montepaschi, Montepaschi per comprare Ubi Banca e Ubi Banca per comprare azioni di Mediobanca. Poi, a partire dal 2008, i prezzi dei titoli sono crollati e il grande finanziere, amico carissimo di Giovanni Bazoli (che ancora oggi è presidente di Banca Intesa) si è incartato. Le banche hanno cercato di salvare il salvabile congelando i crediti e negoziando successivi piani di rientro. E Zaleski, alla fine, è cascato in piedi: nel 2014 la sua holding Tassara ha registrato “solo” 39,6 milioni di euro di perdite e pare fuori pericolo. I cocci, però, li sta raccogliendo l’intero sistema bancario che, come sappiamo, è ormai entrato in una fase di lunghissima quaresima.
Il caso Zaleski è uno dei tanti, anche se sicuramente il più importante e la dice lunga sulla natura di una parte significativa dei crediti in sofferenza delle banche italiane. Tu chiamalo se vuoi “capitalismo di relazione”. Ma se preferisci, e ti risulta più facile spiegarlo agli amici al bar, puoi anche dire semplicemente “guazzabuglio disdicevole, frutto di consorterie che adottano pratiche sconvenienti”. Perché in questa rubrica abbiamo scelto di non essere volgari.


 


C’è grande attesa per l’assemblea degli azionisti della Banca Popolare di Vicenza (BPVi) che si terrà il prossimo 5 marzo e deciderà sulla trasformazione della banca in società per azioni. In una delle tante assemblee preparatorie convocate dai piccoli azionisti, l’avvocato Antonino De Silvestri, ex pubblico ministero di Vicenza, ha detto che i manager di BPVi avrebbero fatto “più danni di un rapinatore”. In effetti, i risparmiatori che avevano sottoscritto le ricapitalizzazioni comprando i titoli a 62,5 euro l’uno, scoprono che oggi sono valutati 6,3 euro, il 90% in meno. In assemblea si darà anche il via a un nuovo aumento di capitale da 1,76 miliardi di euro con sconti del 50% per i soci attuali che compreranno altre azioni dopo un certo periodo di tempo. Un’offerta che non si può rifiutare. E già Isoradio segnala code tra San Bonifacio e Gambellara per partecipare all’assemblea e aggiudicarsi le prime azioni.


Siccome qualcuno mi ha accusato di prendermela troppo con quella banca tedesca imbottita di derivati fino quasi a scoppiare di cui ora non ricordo il nome, in questo numero di #bassafinanza ho scelto di dedicarmi alla Popolare di Vicenza, fino a pochi mesi fa feudo dell’imprenditore del vino Gianni Zonin. Ora salta fuori che BPVi avrebbe dato soldi a palate a Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma. 130 milioni di euro, di cui 60 milioni tramite fondi lussemburghesi e 75 milioni a carriolate tra un frizzantino PrimoAmore e un Novello delle Venezie. E se le quote dei fondi sarebbero state pesantemente svalutate, i 75 milioni di prestiti sarebbero stati classificati tra i crediti “incagliati”, “cioè quelli considerati difficili da recuperare”, scrive L’Espresso. Nel 2015 la banca è stata travolta da perdite per 1,4 miliardi di euro. Cin Cin!


Alziamo un po’ la testa dall’orticello di casa nostra e diamo un’occhiata oltreoceano, se non altro per consolarci un po’. Come riporta il sito del mensile Valori, circa il 40% dei prestiti concessi nel 2015 dal gigante di Wall Street Goldman Sachs ad imprese del settore petrolifero e del gas sarebbero a rischio. Si tratta di 4,2 miliardi di dollari, che potrebbero incagliarsi nei fondali del bilancio della banca a causa del crollo del prezzo del petrolio. Le imprese più in difficoltà sono quelle che hanno investito nella corsa allo “shale oil” (olio di scisto) americano, che richiede un prezzo del petrolio tra i 50 e i 60 dollari al barile per essere redditizio. Oggi siamo a circa a 33 dollari e non si vedono segnali di ripresa. Un consiglio? State alla larga da banche e fondi che investono in imprese petrolifere. Non è proprio stagione.


Noi veneti siamo campanilisti, vendicativi, irascibili e quando beviamo un bicchiere in più (cioè un giorno sì e l’altro pure) diventiamo molesti. Per questo non posso parlare di Popolare di Vicenza senza citare Veneto Banca che poi i trevigiani, scusate i montebellunesi, saltano su tutte le furie. Eccovi accontentati cari amici di Montebelluna e limitrofi. Però mi costringete a fare un salto indietro, a prima di Natale, quando nelle nostre città piccole e grandi cominciavano ad illuminarsi i primi alberelli e le pecorelle facevano capolino nel presepe domestico. Lo faccio però, come direbbe Nichi, per rendere più fluida la “narrazione”. L’antipasto prevede un “consiglio di amministrazione fiume su un letto di conti taroccati”. Il primo piatto, indigesto per migliaia di azionisti, è una “decurtazione del valore delle azioni dell’81%” (suvvia, vi è andata bene, a Vicenza hanno perso il 90%). Per dessert una dolce sorpresa: il valore delle azioni è solo virtuale perché la banca non ha i soldi per rimborsarvele! Cucù.
 


E per finire una grande notizia ce la dà Bloomberg: chi sta investendo in whisky sta guadagnando molto di più di chi ha comprato petrolio, oro o azioni della borsa di Londra. Sì lo so che starete pensando di spacciare la vostra prossima sbronza di Jack Daniel’s come una sessione di proficuo trading finanziario in commodities. Ma vi sbagliate di grosso. I distillati in questione sono whisky rari che fanno parte dell’indice Rare Whisky Apex 1000. Roba scozzese, di annate particolari, che costa fino a 10.000 euro a bottiglia. Roba da comprare e tenere in casa per poi rivenderla, senza mai averla assaggiata. Non so, ma a me sembra tanto una cazzata, comunque vedete un po’ voi.
Foto: Pieter Bruegel il Vecchio (1526/1530–1569) – The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002. ISBN 3936122202. Distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=148502

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