#bassafinanza 13: incagliati sotto l'ombrellone

Popolare di Vicenza, Deutsche Bank, condanne per manipolazioni del Libor e altri esempi di #bassafinanza.

Se c’è una cosa che mi dà particolarmente fastidio in questo periodo dell’anno sono le vespe che ronzano attorno al mojito quando sono in spiaggia o al bar o al bar in spiaggia. Hai voglia a dire che non fanno niente, che bisogna stare fermi e se ne vanno e compagnia cantante. Alla fine qualcuna affoga e la devi pure ripescare inzuppata di melassa, avvolta da sfilacci di menta.
Uno schifo.
Ecco, domenica 10 luglio ho provato la stessa sensazione anche se non ero in spiaggia e non c’erano vespe. Ho solo avuto la malaugurata idea di vedere cosa stava succedendo su Facebook. E tra gente che posta orribili foto dei piedi con unghie incarnite e il mare sullo sfondo e amici che si indignano per l’anniversario di uno scandalo che tutti si erano dimenticati, ecco che mi spunta la faccia cupa del Savonarola europeo della finanza: il mitico parlamentare europeo dei Verdi Sven Giegold.
«Das ist dreist!», sbotta Sven nella sua lingua madre, qualcosa come «Sono senza vergogna!». Poi leggo meglio e si tratta di Deutsche Bank, la nostra cara, amata Deutsche Bank. Il suo capo economista David Folkerts-Landau ha dichiarato al quotidiano conservatore tedesco Die Welt che le banche europee devono essere salvate di nuovo dai contribuenti. Ma niente di che, stavolta solo 150 miliardi di euro. Nel 2009 ne ha spesi 247 solo la Germania per le sue banche e qui stiamo parlando di «tutte le banche europee, in particolare quelle italiane». Ah quanto altruismo, grazie David! Poi basta guardare un paio di grafici e tabelle di Bloomberg o Yahoo! finanza per capire di cosa stiamo parlando.
Da inizio anno Deutsche Bank ha bruciato metà della sua capitalizzazione di borsa e nel 2017 avrà bisogno del terzo aumento di capitale in tre anni. Ma non basta: le banche italiane, che hanno almeno 350 miliardi di euro di crediti incagliati, hanno emesso obbligazioni e visto che le nuove regole europee sul bail-in non ammettono più (se non in casi eccezionali) il salvataggio pubblico delle banche, gli obbligazionisti (e gli azionisti) dovrebbero pagare di tasca loro.
E chi c’è tra i principali obbligazionisti di, spariamo un nome a caso, Monte dei Paschi di Siena, che è sull’orlo del precipizio? Bravi, avete indovinato: Deutsche Bank! In un bond, l’Mps 3,5% con scadenza 20 marzo 2017, ha investito 67,1 milioni di euro. Con un bail-in sono soldi che sparirebbero assieme a tutte le altre posizioni che Deutsche, assieme a Allianz, BlackRock ecc.. ha sulle banche italiane. Ma se intervenissero gli Stati quelle perdite ce le accolleremmo noi.
Ecco, preferisco di gran lunga le vespe che fanno le vasche sulla superficie del mio mojito.


 


Chi segue la nostra rubrica sa bene che per noi la Popolare di Vicenza sta a Deutsche Bank come Bobby Solo sta a Elvis Presley: fatte le dovute proporzioni il contenuto è sempre lo stesso e, alla fine, “It’s Only Rock’N’Roll“.
Stavolta sulla Popolare di Vicenza e il suo affondatore Zonin si incazza anche il paludatissimo Corrierone con parole che pesano come pietre da parte dell’ex direttore Ferruccio De Bortoli. De Bortoli scrive che Deutsche Bank «”riposa” su una quantità stratosferica di derivati, 14 volte il prodotto interno lordo della Germania» (!) citando – senza dirlo – ZeroHedge. E citando Non Con I Miei Soldi che, a sua volta, cita ZeroHedge da tempi non sospetti. Poi però Ferruccio si supera e sbotta – attenzione attenzione – contro gli scandali delle banche italiane! «La sequenza è così folta, da Fiorani a Sonzogni, da Mussari a Zonin, da Berneschi a Faenza, da Bianconi a Consoli, da non escludere una debolezza sistemica della governance. Ruoli svolti male da presidenti, consigli, amministratori indipendenti, sindaci. Le eccezioni sono troppe. Una riflessione comune, aperta e sincera, non guasterebbe». Bravo De Bortoli, avanti così! E ben atterrato su #bassafinanza.



Ecco, siccome a volte vengo accusato di essere ossessionato da Deutsche Bank, vi consiglio di leggervi quello che scrive il Fondo Monetario Internazionale sul sistema finanziario tedesco e sulla nostra banca preferita. Il rapporto è uscito il 29 giugno scorso e se ne parla diffusamente anche nel post tradotto da Giada Zitoune su Non con i miei soldi. Repetita iuvant.



Sì, a volte succede. Quattro ex trader della banca britannica Barclays sono stati arrestati con l’accusa di aver manipolato il Libor (tasso di riferimento del mercato interbancario) «facendo perdere milioni di sterline a decine di controparti» e procurando vantaggi «per se stessi e per la banca». Sei anni e mezzo di carcere per Jay Merchant (45 anni), che avrebbe agito dagli uffici di New York, quattro anni per Jonathan Mathew (35 anni) e Peter Johnson (61 anni), che operavano da Londra. Due anni e nove mesi per Alex Pabon (37 anni) che spippolava sul terminale Bloomberg da Wall Street. Poco meno di un anno fa l’ex trader di UBS e Citigroup Tom Hayes è stato condannato a 11 anni di carcere sempre con l’accusa di aver manipolato il Libor.
Si tratta sempre e comunque di pesci piccoli. I vertici delle banche coinvolte riescono sempre a farla franca perché «non avevano visto» e «non avevano sentito». Ma potevano veramente non sapere?



E mentre noi abbaiamo contro Deutsche Bank qualcuno la attacca in borsa e ci guadagna pure.
Lo speculatore incallito convertito a benefattore (che però come si vede continua a fare lo speculatore incallito) George Soros ha scommesso più di 100 milioni di euro che il prezzo delle azioni di Deutsche Bank sarebbe sceso dopo il referendum britannico. Il prezzo, in effetti, è sceso del 17% subito dopo la vittoria del Brexit, portando milioni di dollari di guadagni in tasca al finanziere ungaro-americano. Ora, con il suo network Open Society Foundations, potrà sostenere con ancora più slancio progetti della società civile in tutto il mondo, favorendo «il progresso della giustizia, dell’educazione, della sanità pubblica e dei media indipendenti».



Le banche guadagnano dalla differenza tra tassi di interesse sui prestiti e tassi sui depositi (margine di interesse, attività bancaria tradizionale) e dalle commissioni sui titoli e fondi che vendono. La banca etica tedesca GLS Bank (fondata nel 1974, 3,62 miliardi di depositi, 2,13 miliardi di crediti) ottiene circa l’85% dei suoi ricavi dal margine di interesse che però, con i tassi di mercato a zero, si sta sempre più riducendo (1,74% nel 2015, 1,54% entro fine 2016). Per questo la banca ha chiesto aiuto ai suoi 190.000 clienti, che dal 2017 dovranno pagare 60 euro a testa come «contributo di solidarietà». Scelta coraggiosa o fallimento del management che negli ultimi anni non ha saputo diversificare il modello di business puntando maggiormente sui ricavi da commissioni (per esempio vendendo più fondi comuni di investimento etici)? Il dibattito è aperto.


Foto: iko via Foter.com / CC BY-NC-ND